Braccio di ferro allo Spiegel

Spiegel
Share

Spiegel ma le vendite vanno male

Gli ultimi dittatori dovrebbero essere i registi a teatro o all’opera, e i direttori dei giornali. Se è sempre colpa o merito loro, dovrebbero avere sempre pieni poteri. Almeno in Germania, a questi principi continuano a crederci, nonostante la Mitbestimmung, la cogestione. Si può discutere, poi l’ultima decisione tocca a chi comanda.
Ma allo Spiegel non è possibile. Se il settimanale amburghese fosse il «Bounty», e il suo Chef Redakteur (direttore in tedesco) Wolfgang Büchner fosse paragonabile a William Bligh, il capitano del tre alberi britannico, un ammutinamento sarebbe impensabile. La ciurma, cioè la redazione, possiede il 50% più uno delle azioni, grazie al testamento del fondatore Rudolg Augstein, e quindi ha il diritto di veto su ogni decisione fondamentale. Se l’equipaggio è comproprietario della nave, la rotta la decide lui.
E la prova di forza allo Spiegel non ha vie d’uscita. Büchner, giunto al timone un anno fa, appare bruciato, ma non si trova chi voglia prenderne il posto. I redattori non sopportano chi viene da fuori, e allo stesso tempo nessuno di loro è in grado, o vuole, prendere il comando. «In der Existenz bedroht», ne va della nostra sopravvivenza, ha scritto in una durissima lettera a Büchner, e al direttore amministrativo Ove Saffe, il Betriebsrat, il comitato di redazione, o più giustamente, il consiglio aziendale (i giornalisti in Germania fanno parte dello stesso sindacato dei poligrafici).
Due mesi fa, Saffe e Büchner hanno presentato il loro programma che prevede la fusione della redazione cartacea con quella online, a cui i redattori non si vogliono piegare.
Ma il punto contestato, è quello che prevede la degradazione di tutti i capiservizio: le cariche vengono annullate, poi si vedrà nella nuova organizzazione chi viene reintegrato e chi no. Per la redazione, una vendetta: Büchner, sostengono, vuole eliminare i capiservizio ribelli (quasi tutti), che mesi fa bocciarono il modo in cui dirigeva la rivista, che si considera (e in parte lo è ancora), la migliore d’Europa. Il direttore, sostengono, sta conducendo il suo vascello al naufragio.
Ma Büchner e Saffe, che lo ha voluto ad Amburgo, non hanno mai tenuto conto delle critiche. Continuano nella loro riforma, e stanno assumendo, con stipendi favolosi, altri giornalisti a cui affidare domani le varie sezioni. Secondo gli ammutinati, come riferisce Meedia online, hanno già investito nella ristrutturazione 10 milioni di euro. Non è provato, ma alla redazione vengono tenuti nascosti particolari fondamentali: sono soldi nostri, protestano i giornalisti, e dovete rendercene conto.
Intanto, le vendite continuano ad andare male. Il numero 39, che portava in copertina l’epidemia Ebola, nonostante puntasse sull’allarmismo, ha registrato uno dei minimi storici nelle vendite in edicola, 246.804 copie, sotto la media annuale di 252.800 copie, e meno della media degli ultimi tre mesi (275.100). Ma appena meglio del numero precedente, dedicato al 25simo anniversario della caduta del «muro». In totale, compresi gli abbonamenti, il numero sull’Ebola ha raggiunto le 860.817 copie, di cui 49.944, online. Anche ai concorrenti non va meglio, ma questa non è una consolazione per lo Spiegel che si considera sempre il primo della classe: Focus con una copertina dedicata alle migliori cliniche del paese, ha venduto 79.900 copie in edicola, quasi un record al ribasso. La vendita media, con gli abbonamenti, è di poco superiore al mezzo milione di copie. Stern ha puntato sul tema «Der neue kalte Krieg», la nuova guerra fredda tra Obama e Putin, e ha raggiunto le 217 mila copie, contro la media di 229 mila copie nell’ultimo trimestre.

Roberto Giardina Italia Oggi