Con la dovuta prolissità, la storia della mia infinita malattia

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(di Mauro della Porta Raffo) Varese, nelle prime ore di mercoledì 21 luglio del secondo anno della pandemia, giorno dalla Chiesa Cattolica dedicato a Santa Prassede di Roma.

Sono da sempre contrario a scontrini fiscali e ricevute.
L’Italia è entrata in una crisi economica senza fine da quando sono stati adottati e imposti.
Infinitamente migliori gli anni precedentemente vissuti.
È un fatto.
Così, senza sollecitare sconti (non agisco in cotal modo per interesse ma per principio), ogni volta che mi capiti di fare acquisti o pagamenti, non chiedo la stesura di ricevuta alcuna.
È questa la ragione per la quale non posso con sicurezza indicare se mi sono ammalato (di Covid, di cos’altro sennò?) giovedì 5 o venerdì 6 novembre scorso.
È in uno di quei due giorni, difatti – e se avessi la ricevuta, ecco, potrei individuarlo – che verso le dieci del mattino ho ritirato i nuovi occhiali da vista (figurarsi se indico anche soltanto la zona cittadina nella quale si colloca il negozio…) e nel pomeriggio ho iniziato a stare malissimo.
Passati otto mesi e mezzo, vivo ancora in casa (trascorrendo, dopo le prime settimane di immobilità, dal letto al divano) buona parte della giornata con le bombole d’ossigeno attaccate al naso da cannelle.
Il Covid – in forma naturalmente estrema e violenta – è durato fino ai primi di giugno.
Tamponi positivi l’uno dopo l’altro.
Nel mentre, anch’essa a lungo ma non altrettanto, una bella polmonite interstiziale.
Il tutto a danno di un apparato respiratorio già in parte leso dalla fibrosi.
In qualche modo dichiarato negativo da un infine compiacente tampone urgente (e pertanto ancora meno attendibile degli altri a proposito degli esiti dei quali infinitamente si deve dubitare), ho poi trascorso quasi tre settimane in clinica per un corso di riabilitazione alla respirazione.
Non male, devo dire, ma certamente positivamente inconcludente se è vero che nel susseguente mese sono stato ancora abbastanza (a tratti, molto) male.
In tutto questo periodo, nessuna delle altre affezionate malattie è andata in ferie.
In primo luogo, la meralgia che provoca oramai dolori in ogni parte del corpo – e non più solo, come in precedenza, alla coscia sinistra – ed è talmente forte da superare gli eccessi di mal di testa che ho dai tre anni d’età.
Dietro, vera, ammalata, incurabile, inesorabile radice e sostegno della cattiva salute, a regolare il traffico, la psoriasi.
Tutto ciò detto, sono – attualmente e salvo inspiegabili minuti di pace – praticamente impossibilitato ad uscire di casa e, muovendomi al modo già detto nella stessa, costretto spesso all’uso delle bombole.
Otto mesi e mezzo – ripeto – durante i quali mai ho smesso di leggere, studiare e soprattutto scrivere.
Nel cui trascorrere, mai sono stato abbandonato dall’ottimismo che mi è naturalmente sodale.
In conclusione.
Mi toccherà arrivare ai tre quarti d’anno di malattia?
All’anno, perfino?
Va bene.
Io non mi piego!