Social lending, la nostra prova sul campo: in 10 anni un rendimento netto del 24,5%

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Fare le veci di una banca per ottenere un rendimento soddisfacente con un livello di rischio molto basso. È l’obiettivo dei tanti investitori che negli ultimi anni hanno deciso di “affidarsi” alle piattaforme di prestiti tra privati.
In Italia ne sono operative diverse e quasi tutte consentono non solo di chiedere un prestito ma anche di registrarsi e operare in qualità di prestatore. Tra queste ci sono Soisy, Smartika e Prestiamoci, che concedono finanziamenti ai privati;

e poi ci sono Borsadelcredito.it e October, che invece concedono prestiti alle imprese. I rendimenti potenziali offerti? Secondo quanto si legge sui siti delle diverse piattaforme, possono variare da un minimo del 4% fino a un massimo del 10%, in base all’orizzonte temporale dell’investimento e al livello di rischio del portafoglio. Ma è veramente così? Lo abbiamo verificato con una prova sul campo, che è servita anche per capire l’effettiva rischiosità del social lending, intesa come la possibilità che uno o più debitori si rivelino insolventi.

Come piattaforma di social lending per la prova sul campo è stata scelta Prestiamoci.it. L’investimento è iniziato a gennaio 2011, con un versamento iniziale di 1.000 euro. Da allora sono passati quasi 10 anni e nel tempo sono stati effettuati altri due versamenti: uno da 1.000 euro a dicembre 2015 e un successivo di 5.000 euro a novembre 2017. Per la prova sul campo, è stato deciso di investire nei prestiti attraverso l’opzione dell’investimento automatico offerta dal sito: in pratica pensa a tutto la piattaforma, diversificando il capitale in tante piccole quote, così da ridurre il potenziale rischio di insolvenza (oggi, da una sezione dedicata, è possibile anche scegliere autonomamente i prestiti in cui investire). Per quanto riguarda il livello di rischio del portafoglio, invece, ci sono tre possibilità di scelta: basso, medio, alto. Alzando l’asticella del rischio si va a investire nei prestiti dal merito di credito più basso, che pagano interessi più alti. E di conseguenza anche il rendimento offerto è maggiore (per questo test è stato scelto il portafoglio automatico dal rischio più basso).

Dopo quasi 10 anni di investimento, il rendimento cumulato dal primo versamento ammonta a circa il 24,5 per cento. Alla fine dello scorso giugno, è stato chiesto un resoconto dello storico di tutte le posizioni (il dettaglio, comunque, è sempre disponibile anche on line nell’area dedicata), da cui emerge un interesse lordo incassato complessivamente di 1.328,30 euro. Al netto della ritenuta fiscale del 26% (è entrata in vigore nel 2018, prima gli interessi andavano dichiarati e quindi erano sottoposti ad aliquota marginale), pari a 225,38 euro, delle commissioni (8,34 euro) e dei bolli (45,11 euro), l’interesse netto complessivo ammonta a 1.049,47 euro. Ma per avere un quadro del rendimento netto effettivo del portafoglio, escludendo quindi anche le perdite subite, dobbiamo sottrarre al nostro interesse netto le quote di capitale che non sono state incassate per morosità da parte dei debitori (449,58 euro) e aggiungere i capitali recuperati (70,75 euro) e gli interessi di mora incassati (12,05 euro). Il tutto per un totale di 684,39 euro. Per avere il nostro tasso di rendimento espresso in termini percentuali (ovvero il 24,5%), bisogna rapportare i 684,39 al saldo medio del “conto”, pari a 2.789,47 euro (va considerato che: per i primi 5 anni il capitale investito era di 1.000 euro, per altri due anni di 2.000 euro, e per i successivi 3 anni di 7.000 euro).

Per quanto riguarda il tasso di insolvenza (o di default), invece, nei quasi 10 anni di investimenti le quote di capitale che non sono state incassate ammontano complessivamente a 449,58 euro che, rapportati ai 7.000 euro totali investiti, corrispondono a una perdita cumulata del 6,42 per cento. Sui 9,5 anni, quindi, il tasso di default annualizzato è dello 0,68 per cento. Volendo fare un bilancio, il risultato appare nel complesso soddisfacente. Da un lato, il rendimento annualizzato al netto delle perdite, delle tasse e di bolli e commissioni, è stato leggermente più basso rispetto alle attese del 4% (considerando solo gli ultimi 5 anni il rendimento sarebbe stato maggiore); ma dall’altro lato c’è la nota positiva del tasso di insolvenza, che ha viaggiato su livelli, potremmo dire, di sicurezza.


Corriere.it

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