Michele Uva: “Il calcio cresce senza tradire il DNA”

Share

Buongiorno Michele Uva. È cambiata la prospettiva da cui vede il mondo del pallone visto che a fine 2018 ha lasciato la Figc, concentrandosi sulla carica di vicepresidente Uefa. Come è cambiata la prospettiva professionale?

«Decisamente una modifica radicale. Fare il Vicepresidente Uefa ti fa perdere la operatività gestionale quotidiana, ma vuol dire doversi concentrare su un ruolo delicato che deve essere sempre di supporto al presidente Čeferin, uomo di grande carisma che stimo moltissimo, e alle 55 federazioni europee. La prima della lista però è sempre la Federazione italiana che io amo e dove ho lavorato per 6 anni, di cui 4 da direttore generale e dove credo di aver dato tutto quello che ho dentro in termine di idee, professionalità e tempo, purtroppo togliendone un bel po’ alla mia famiglia. Oggi giro l’Europa e mi occupo fondamentalmente di strategie e rapporti internazionali. Un lavoro molto interessante dove si impara tanto da tutti».

Che stato di salute sta vivendo il calcio in Europa?

«Il calcio europeo è sano e in crescita. Negli ultimi anni l’Uefa ha attivato una serie di iniziative e di investimenti legati allo sviluppo del calcio professionistico ma soprattutto giovanile e femminile. Oggi cominciamo a raccoglierne i frutti. E’ il primo anno, per esempio, che grazie al Financial Fair Play e le licenze, l’aggregato di tutti i campionati top europei è in attivo. Circa 8 anni fa perdevano 1 miliardo e settecentomilioni di euro mentre nell’ultimo esercizio guadagnano 600 milioni. Tra l’altro la creazione della Nations League ha ulteriormente dato visibilità alle Nazionali e a quello che è lo sport al mondo più popolare».

Il calcio è anche un veicolo eccezionale per diffondere messaggi legati all’integrazione, la tolleranza, contro il razzismo. Quanto è stato fatto e quanto si farà ancora in questo senso?

«I mali delle società sono amplificati da ciò che è mediaticamente più esposto, quindi lo sport e in particolare il calcio. Non c’è un’altra attività che riesca nel fine settimana ad aggregare così tante persone, decine di milioni. Per questo non bisogna mai abbassare la guardia sulle attività di prevenzione, non soltanto allo stadio, ma soprattutto sui giovani calciatori e sui giovani tifosi. Educazione e cultura del rispetto partendo dai giovani. Così ad esempio il bullismo e il razzismo si possono sconfiggere perché sono atteggiamenti non contemplati nello sport. Sappiamo la responsabilità che abbiamo e quindi facciamo di tutto affinchè il calcio veicoli messaggi e valori positivi».

In Europa si sta registrando una sorta di attacco da parte dei Fondi per l’acquisto di club, per non parlare di magnati cinesi o arabi. L’Uefa come vede la prima situazione?

«Da un punto di vista tecnico civilistico non si può entrare nel merito delle scelte di una società per azioni che vende o compera quote azionarie. Le regole del Financial Fair Play e delle licenze Uefa che poi ricadono di fatto anche nei campionati nazionali tramite le federazioni servono perché il sistema possa reggere da un punto di vista sportivo, legale e di solidità finanziaria. Il calcio europeo è un sistema economico appetibile, l’unico che negli ultimi 10 anni è cresciuto in media del 7,5% l’anno rispetto al 2,5% della crescita del Pil nell’aera UE. Gli investitori e quindi i fondi di investimento saranno sempre attratti e, se sani e rispettosi delle regole, sono un bene per il calcio».

Qual è il Paese in Europa all’avanguardia che ha attivato gli anticorpi più potenti per respingere l’ingresso di soggetti pericolosi nelle proprietà dei club?

«Io penso che ogni nazione abbia peculiarità importanti ma diverse. Difficile fare una graduatoria delle virtù singole. Per esempio la Germania da un punto di vista di stabilità economico finanziaria e sviluppo calcistico è perfetta. Hanno una regola che non vogliono togliere per cui il 51% delle società deve essere di proprietà delle Associazioni dei tifosi. Vale per tutti i club della Bundesliga tranne due che sono nati “diversi”: il Wolsburg che è di proprietà della Volkswagen e il Bayer Leverkusen che è della casa farmaceutica Bayer. Due anni fa hanno votato contro l’abolizione della regola. C’era chi voleva aprirsi a investitori stranieri e invece no, hanno preservato la loro germanicità. Il sistema è solido, gli stadi sono moderni e pieni. Il sistema inglese ha invece costruito il prodotto Premier League che è il più seguito al mondo. E questo non solo per il valore dei diritti tv e commerciali venduti in tutto il mondo, ma per la capacità di fare sistema, di lavorare insieme, di credere nella forza del loro brand comune. Oggi sfiorano i 6 miliardi di fatturato diretto. Più della metà delle società sono nelle mani di investitori stranieri. L’Italia inizia ad essere appetibile. I punti di forza sono la passione degli italiani e il sistema giovanile sia a livello dei club che delle nazionali. I risultati degli ultimi tre anni ne sono una testimonianza concreta».

Siamo in pieno Mondiale femminile. Quanto è sensibile l’Uefa al calcio delle donne che anche in Italia sta prendendo piede e lei in questo senso è stato un grande propulsore per l’espansione.

«La Uefa ha appena approvato a Roma il nuovo progetto per i prossimi 4 anni che significa grandi investimenti in un’area in cui crediamo che esistano margini di crescita sportiva, economica e sociale notevoli. In Italia è stato fatto un programma triennale nel 2015 rinnovato nel 2018 dove sono state dettate le linee guide per lo sviluppo. In Italia eravamo forti negli Anni 90, vicecampioni d’Europa, poi il buio e adesso c’è una grande ripresa. E devo dire che Tuttosport è stato antesignano nell’intercettare questo nuovo orizzonte. Le norme sulla possibilità dei club professionistici maschili di comprare i titoli sportivi femminili, l’obbligatorietà di avere settori femminili per i club di A, B e LegaPro, il potenziamento degli staff delle nazionali, la promozione nelle scuole sono solo alcuni punti toccati. Mancano ancora i grandi numeri a livello di tesserate ma lo sport richiede tempistiche medio-lunghe per raccogliere i risultati delle idee e degli investimenti. Stiamo assistendo anche a un Mondiale fantastico con le azzurre, ritornate a giocarlo dopo 20 anni, partite benissimo. Sono la mia passione».

A fine settimana parte l’Europeo Under 21 che si disputa in Italia e a San Marino. Una prima vittoria c’è dunque già stata e lei ci mise la firma in quel trionfo. Com’è andata?

«L’Italia è la Federazione che ha vinto più titoli in Under 21 ma non li aveva mai organizzati. L’ultimo grande evento nostro è stato il Mondiale di Italia ’90. Ci sono stati due tentativi andati a vuoto per organizzare gli Europei, ma non c’erano i presupposti solo perché non abbiamo gli stadi. Abbiamo così individuato con il presidente Tavecchio, l’Europeo Under 21 e 4 gare dell’Europeo 2020. E’ stato un successo politico. Per l’Under 21 c’erano 9 Paesi candidati per organizzarlo ma alla fine siamo rimasti solo noi. Per l’Europeo 2020 avremo la gara inaugurale a Roma, con l’Italia che inizierà e giocherà le tre gare del gruppo tutte in casa».

Passiamo ai campionati nazionali. L’Uefa sta pensando ad accorgimenti che consentano ai rispettivi tornei di essere rappresentativi del Paese e quindi limitare il numero di stranieri?

«La legislazione europea sul lavoro vieta di imporre vincoli per i comunitari. Non possiamo di certo chiedere all’Uefa o alla Fifa di fare restrizioni contro le leggi. Secondo me andrebbe sviluppata la cultura della crescita dei giovani della propria nazione. Così facendo il “problema” si risolve alla radice e il messaggio sociale di appartenenza sarebbe più forte».

Lei ha iniziato con il volley. Quanto ha esultato per la doppia vittoria di Champions con uomini e donne grazie a Novara e Macerata?

«Tantissimo. Le ho viste e mi hanno dato tante emozioni. Tra l’altro Massimo Barbolini ha iniziato ad allenare con le donne nel ’93 nel mio Matera. Il volley italiano è leader europeo. Abbiamo un radicamento fantastico nei giovani e nelle scuole. Nelle donne quando cominciai a inizio Anni 90 eravamo più o meno nelle condizioni attuali del calcio italiano femminile e vedete ora quanta strada è stata percorsa».

Lei fa sport?

«Sì, assolutamente. Nuoto, perché in un’ora fai un allenamento completo. Mi piace fare volley e calcio ma trovare 12 o 22 persone per organizzarsi non è facile. Amo lo sport all’aria aperta, quindi calcio, corsa, tennis, anche se le discipline orientali sono meravigliose».

Qual è il difetto maggiore del calcio italiano?

«Non voglio dare giudizi e non posso ergermi a professore. Ora lo guardo con occhi diversi dall’osservatorio europeo della Uefa. Faccio un primo passaggio sui pregi. Oggi i successi delle varie squadre nazionali maschili e femminili a tutti i livelli ci sono riconosciuti e invidiati. nascono dagli investimenti negli staff e nelle infrastrutture, dalla ritrovata armonia e condivisione con i club e dai Centri federali territoriali che decidemmo un po’ di anni fa di introdurre. Ritornando alla domanda sul difetto, forse penso che fare sistema, lavorare tutti insieme per obiettivi comuni rinunciando a qualche vantaggio “personale”, sarebbe importante. Alla fine ci guadagnerebbero tutti.

Calcio e scommesse. Per l’Uefa va bene così o c’è da lavorare?

«C’è un grande investimento e il primo centro di controllo è nostro. L’osservatorio centrale segnala i flussi anomali. L’investimento contro la frode è altissimo. Il calcio europeo E’ un fenomeno che interessa 211 Paesi e un miliardo di persone. La regolamentazione delle scommesse però è statale. Ad esempio da parte della Federazione di Tavecchio c’è sempre stata la volontà di vietare le scommesse nei dilettanti. Sono stati i Monopoli ad aprire e la giurisdizione è loro. L’Uefa può dare solo indicazioni in questo senso. Speriamo che tutte le Federazioni sportive europee facciano pressione sui loro governi affinchè si vietino le scommesse sui campionati dilettantistici».

Il bello del calcio è il grande punto di domanda appeso prima dell’inizio di un campionato o di una partita. Questo progetto dell’Eca di una SuperChampions che garantisca la partecipazione a certi club a prescindere non rischia di far cadere la filosofia di base, ovvero il merito sportivo?

«Non è un progetto dell’Eca. La Uefa normalmente inizia a fare valutazioni sui ritocchi con grande anticipo. Lo ha fatto da sempre. Non si è passati dalla Coppa Campioni alla Champions League in una settimana. Ci sono evoluzioni di prodotto che devono andare di pari passo con le evoluzioni della fruizione dello stesso. E’ stata abolita la Coppa delle Coppe, rivoluzionata la Coppa Uefa con l’Europa League. Ora dal 2021/22 verrà introdotta una nuova Coppa. Ora ci stiamo interrogando se dal 2024 sarà necessaria una nuova rimodulazione dei format e questo non per andare incontro alle esigenze dei grandi club ma per garantire i principi di maggiore partecipazione, merito sportivo, stabilità economica, e competitività. Normale quindi che si facciano ragionamenti con l’Eca, le Leghe e le Federazioni per capire in questa fase di consultazione quali possano essere le idee migliori. Il prossimo 11 settembre ci sarà un incontro congiunto con tutti. Ora se ne parla tanto perchè per la prima volta l’Uefa ha allargato al massimo il tavolo dove si crea il progetto. Deciderà alla fine il Comitato esecutivo dell’Uefa ma la differenza è he prima le decisioni arrivavano dall’alto. Esistono comunque dei capisaldi. Il merito sportivo garantito, per cui non ci sono wild card, e secondo punto non si gioca nei weekend, per cui i campionati nazionali vengono tutelati. L’Uefa troverà la soluzione migliore per tutti».

Per chi faceva il tifo Uva da bimbo?

«Il Milan. Ma ora ho tante simpatie per tutte le persone con cui ho lavorato nel corso della carriera. Da Ancelotti a Buffon, da MIhajlovic a Cannavaro, da Fenucci a Carnevali. Non tifare per qualcuno è il modo migliore per godersi il calcio giocato. Io ora sono tifoso del nostro calcio e della Federazione italiana. Che bello vedere i grandi risultati delle Nazionali giovanili e delle Nazionali A».

Cosa vuol dire il fatto che in Italia la Juventus abbia vinto gli ultimi otto scudetti di fila?

«Beh, tante cose. Visione, talento e organizzazione. Ma anche le altre società stanno crescendo. Il Napoli è stabilmente al vertice e sempre in Champions. le altre come Inter, Milan, Roma, Lazio, Torino, Fiorentina, Atalanta stanno arrivando, ma servono visione comune e stadi».

È un grande momento per le nostre varie Nazionali: maggiori, Under e femminili. Chiudiamo con il ct Mancini. Cosa pensa di lui?

«Roberto lo conosco dai tempi della Lazio. Si tratta di un allenatore che chiaramente sposa il progetto dei giovani e propone un calcio aggressivo e offensivo. Mi sembrano delle ottime basi per poter costruire un futuro ricco di soddisfazioni per la Nazionale azzurra».

Marco Bo, Tuttosport

Share
Share