Salini gioca la carta americana “Ma restiamo un’azienda italiana”

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IL NUMERO UNO DEL MAGGIOR GRUPPO ITALIANO DI COSTRUZIONI SPIEGA L’AMBIZIOSO BUSINESS PLAN PER PORTARE IL FATTURATO DAI 6 MILIARDI DEL 2016 AI 9 DEL 2019: GLI USA ARRIVERANNO A PESARE PER IL 25%

salini impregiloNell’ufficio di Pietro Salini in via della Dataria a pochi passi dalla Fontana di Trevi, ci sono le foto del 1956 di due realizzazioni iconiche del gruppo: un’autostrada del Sole appena inaugurata con rade Fiat 600 e 1100 («pensi che dicevano che non sarebbe servita a niente») e la grandiosa diga di Kariba fra Zambia e Zimbabwe: «Mi lasci dire che noi facciamo bene un po’ di tutto – dice il numero uno del maggior gruppo di costruzioni italiano ma dove c’è acqua non ci batte nessuno: dighe, ponti, canali, acquedotti…» Voi avete appena annunciato un piano industriale a dir poco ambizioso, con l’aumento del fatturato dai 6 miliardi del 2016 a 9 nel 2019 e un margine Ebitda superiore al 10%: come pensate di riuscirci? «Sono due le policy: la diversificazione geografica e quella per cliente. Bisogna avere un portafoglio sempre più robusto da gestire, e crescendo la dimensione media dei progetti è indispensabile che l’azienda abbia dimensioni adeguate. Cerchiamo poi di valutare con sempre maggior accuratezza e precisione i mercati in cui entrare. Vede, quando cominciamo a fare un lavoro, realisticamente ce la facciamo: è cruciale però la fase precedente, la scelta delle gare a cui partecipare e la gestione efficace dei rischi, che sono di mille tipi, geopolitici, economici, finanziari, aumentano e variano in continuazione e monitorarli non è semplice. È una svolta per noi: prima cercavamo occasioni ovunque si presentassero, ora invece evitiamo
Paesi troppo problematici: così si spiegano l’ingresso in forze in Australia, l’aumento dell’impegno in Europa, il consolidamento importante in America». Dove avete comprato per 450 milioni un’azienda del Connecticut, la Lane. Come la integrerete nella vostra attività? «La Lane, specializzata in autostrade e proprietaria della maggior fabbrica di conglomerato bituminoso degli Usa, fa parte del gruppo dal 1° gennaio 2016 e ci ha permesso un importante salto di fatturato (circa 1,4 miliardi, ndr ). In America il gruppo aveva già la Healy. Ora ci sono tutte le premesse per una forte crescita in un mercato molto promettente: secondo un rapporto della Casa Bianca, il 65% delle strade versa in condizioni non buone e un ponte su quattro richiede interventi strutturali. Vi ricordo che negli Stati Uniti ci sono 4 milioni di miglia di strade e 600mila ponti. Non a caso entrambi i candidati alla presidenza hanno annunciato importanti programmi di rinnovo delle infrastrutture, che in molti casi risalgono alla fine del XIX secolo. Prevediamo che gli Usa salgano dal 23 al 32% del nostro fatturato, e l’Europa dal 16 al 18». E l’Italia? «Abbiamo già un importante portafoglio ordini, soprattutto nell’alta velocità dalla Milano-Genova alla Verona-Padova, che porterà la quota del fatturato realizzata nel nostro Paese dall’attuale 8 al 18% nel 2019». Ma voi vi sentite ancora un’azienda italiana? «Ma certo, tali resteremo senza alcun dubbio e non andremo via, anche se realizziamo il 92% del fatturato all’estero. Rileviamo solo con preoccupazione il sommarsi di sempre nuovi elementi di instabilità che proiettano un’immagine incerta all’estero. Anche questo referendum, teso a rinnovare le istituzioni, rischia di essere comunque un elemento di incertezza. Gli stranieri ci guardano, non ci illudiamo, se non altro perché il 98% delle transazioni di Piazza Affari sono con capitale estero, così come il debito pubblico è supportato da finanziamenti internazionali». Il discorso si estende, immaginiamo, al Ponte sullo Stretto: è vero che avete promesso al governo che gli abbuonate le penali se l’opera (per la quale l’Impregilo poi assorbita da Salini vinse la gara nel 2005, ndr ) alla fine ve lo faranno fare? «Sì, è un’opera che si può e si dovrebbe fare. Il momento per raccogliere finanziamenti internazionali è irripetibile, con i tassi a zero. Purtroppo anche questa discussione è finita nel calderone delle tensioni pre-elettorali. Ma senza grandi infrastrutture, in ogni Paese non si creano le condizioni per migliorare il livello di vita delle popolazione e crescere nel lungo periodo». Ad ATENE il centro congressi Niarchos di Atene, per il quale Salini riceverà domani a New York il premio “Global Best Project”.

Repubblica