Quando gli Stati Uniti saranno socialisti (con una nota sulla ‘traslatio imperii mundi’)

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di Mauro della Porta Raffo

della porta raffoSoti?
Populisti?
Radicali?
Anarchici?
Perfino, comunisti?
A sinistra (come a destra, del resto), gli Stati Uniti hanno visto di tutto.
E, sia pure senza speranza alcuna, nei primi decenni del trascorso Novecento, soti come il mitico Eugene Debs e comunisti ortodossi come William Zebulon Foster, appoggiati dal fior fiore intellettuale del Paese, hanno aspirato alla presidenza.
Con qualche risultato, in specie Debs.
Fallendo miseramente, Foster.
Ma oggi, e non da oggi, le cose sono cambiate, e radicalmente.
Il ‘segno’?
Il ‘momento’?
L’elezione di Barack Obama nel 2008.
E’ appunto nel 2008 che giunge a compimento la ‘terza rivoluzione americana’ – mia, la definizione – la prima essendo ovviamente quella guerreggiata e vinta contro gli inglesi, la seconda essendo quella consacrata dalla sconfitta politica, nel 1828, della ‘aristocrazia’ che aveva ‘fatto’ e governato il Paese dalle origini – rappresentata a quel momento dal presidente uscente e defenestrato John Quincy Adams – ad opera della borghesia – che per l’occasione vestiva i panni di Andrew Jackson.
(Su questo tema, ho lungamente argomentato in ‘Americana’ e nel primo volume di ‘USA 1776/2016’).
Il novembre 2008, politicamente, idealmente, ideologicamente parlando, certifica il tramonto di un preciso mondo, di un preciso ‘modo’, di vedere e vivere gli Stati Uniti.
Semplificando brutalmente, i precedentemente dominanti wasp (white-anglosaxon-protestant) realizzano in quel momento nelle urne di non essere più maggioranza nel Paese
(Anche perché divisi tra loro, essendo l’ala ‘liberal’ non poco incidente in merito).
I neri, gli ispanici, le altre differenti etnie hanno costretto in minoranza la classe che dai primi vagiti, e sia pure nel succedersi sopra segnalato tra ‘aristocratici’ e ‘borghesi’, governava gli USA.
Per sempre!
La presidenza Obama è in effetti il primo concreto passo verso l’europeizzazione di una nazione che proprio di europeizzazione non aveva mai neppure voluto parlare.
Di una nazione creata da migliaia e migliaia di persone che dall’Europa erano andate via cercando un ‘nuovo mondo’, di poi realizzato.
E’ in questa direzione, è guardando alla ‘terza rivoluzione americana’, è prendendo atto del continuo progredire in termini di votanti (necessaria conseguenza del loro aumento demografico) dei ‘non wasp’, di quanti Mitt Romney definiva nel 2012 “elettori che chiedono, pretendono l’assistenzialismo, sui quali un ‘vero’ americano non può contare”, che si comprende la candidatura nelle file democratiche di Bernie Sanders.
La candidatura e il successo.
Chi mai, difatti, anche solo agli inizi del terzo millennio, avrebbe scommesso un soldo bucato sull’idea di un sota, duro e puro, in corsa per White House con qualche reale possibilità quantomeno di nomination?
(Per il vero – e basterà qui andare a leggere quanto da me vergato già verso fine Novecento – in prospettiva, avevo parlato di un ‘futuro sota’ USA, collocandolo però in anni di là da venire, non quindi così presto.
Ed è questa la ragione per la quale, per la prima volta dal 1952, nel citato 2008 ho sbagliato la previsione riguardo al candidato alla Casa Bianca vincente).
E occorre, adesso, a primarie 2016 in corso, segnalare un paradosso: come quanti siano avversi al somo e sostenitori della ‘vecchia’ America debbano fare il tifo in casa democratica per Hillary Clinton, che fermi da subito, battendolo, il sotone Sanders.
Un paradosso, per quanto mi riguarda, dato che vedo Hillary come il fumo negli occhi.
(Peraltro, dovesse Sanders comunque arrivare all’election day, ritengo sarebbe sconfitto dal repubblicano che gli fosse contrapposto, con qualche dubbio se il competitor fosse Donald Trump).
D’altronde, e guardando all’inevitabile declino al quale sono avviati – declino che il somo accelererà sostanzialmente – non è forse vero che già nel 1792, il pastore e geografo Jedediah Morse sosteneva che gli Stati Uniti segnavano e avrebbero segnato l’apogeo della storia e che, quindi, aggiungo io, sarebbero da lì inesorabilmente caduti?
Riferendosi alla teoria della ‘traslatio imperii mundi’, il buon Morse scriveva:
“…è ben noto che l’impero si è spostato da est a ovest.
Probabilmente la sua ultima e più vasta impresa sarà l’America…”
per arrivare poche righe dopo a parlare di un futuro, all’epoca difficile da prevedere, “non molto lontano” ‘impero americano’.
Oggi, ci rendiamo conto del fatto che la ‘traslatio’ continua e che il governo del mondo torna dalla parti dell’Asia, continente dal quale, sia pure molto più ad ovest della Cina, il predetto ‘impero’ era partito.
Evviva!!!

Nota bene
A  proposito della ‘traslatio, Henry Kissinger, in ‘New World Order’, chiarisce:
“Si tratta dello ‘spostamento del governo del mondo’ che secondo la teoria vede la sede del potere politico supremo viaggiare nel tempo e nello spazio: da Babilonia e dalla Persia alla Grecia, a Roma, alla Francia o alla Germania e di lì alla Gran Bretagna e, supponeva Morse, all’America”