Nelle Marche diminuiscono gli infortuni sul lavoro, ma aumentano i morti

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Da gennaio a novembre 2020, nelle Marche sono stati denunciati 14.153 infortuni, 3.369 in meno rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente (-19,2%), mentre è molto negativo il bilancio degli infortuni mortali: sono stati 43 i lavoratori che hanno perso la vita dall’inizio dell’anno, 12 in più rispetto allo  stesso periodo del 2019; 37 sono avvenuti in occasione di lavoro e 6 in itinere. È quanto emerge dai dati dell’Inail elaborati dalla Cigl Marche. Il territorio che presenta il minor decremento di infortuni è quello di Pesaro-Urbino (-17%), seguito da Fermo (-17,2%), Macerata (-17,6%), Ancona (-20,7%) e Ascoli Piceno (-22,7%). Se il maggior numero di infortuni riguarda gli uomini, è per le donne che si registra il minor decremento di infortuni denunciati: un terzo di quello degli uomini, rispettivamente -9,9% e -24%. Secondo il sindacato, il decremento degli infortuni sul lavoro è conseguenza “dei fermi produttivi e delle attività economiche avvenuti a causa del Covid”.   Se si osservano gli infortuni in occasione di lavoro, emerge che i più colpiti sono i lavoratori dell’industria e dei servizi, dove gli infortuni sono diminuiti dell’8,7%; in calo anche quelli registrati nei settori del terziario (-4,9%) che, nonostante le misure restrittive del governo, ha quasi sempre lavorato regolarmente. Per Giuseppe Santarelli, segretario della Cgil Marche, quelli degli infortuni, “anche se in diminuzione, restano comunque numeri importanti e preoccupanti tenendo conto di quello che è avvenuto proprio nel 2020 sul mercato del lavoro marchigiano”, in quanto si sono persi oltre 35 mila posti di lavoro, di cui oltre 14 mila di lavoro subordinato e sono state autorizzate da marzo 2020 ad oggi oltre 100 milioni di ore di cassa integrazione, equivalenti al mancato lavoro di circa 60mila lavoratori a tempo pieno. “La pandemia sta determinando uno scadimento della qualità del lavoro e un allentamento nel rispetto delle regole che attengono alla salute e alla sicurezza nei luoghi di lavoro – ha detto ancora il leader della Cgil -. È il segno che, dove non c’è stato fermo produttivo o dove si è ripreso dopo settimane di chiusura, l’attività  produttiva è avvenuta senza la necessaria attenzione da parte delle imprese alla qualità del lavoro e dello sviluppo ed è stata tesa a recuperare il tempo perso ed i livelli di produzione attraverso l’aumento dello sfruttamento sul lavoro, dei ritmi e degli orari”.

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