Le note di Conte riescono a spazzare via la tristezza

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(di Cesare Lanza per LaVerità) Scommettiamo che ciascuno di noi ha un pensiero costante, a cui riferirsi, nei momenti di difficoltà e di depressione? Sono agnostico e invidio chi ha la fortuna di credere in Dio: un aiuto prezioso, un sostegno insostituibile. («Aiutami, Signore: qualsiasi cosa deciderai per me, nel bene e anche nel male, io mi affido a te»). Ma come ce la caviamo, noi poveracci laici, senza la divina provvidenza? Io ho due pensieri fissi: uno è la canzone Genova per noi di Paolo Conte. L’evocazione della mia splendida città adottiva mi emoziona, mi commuove. Di più: mi sgomenta la superiorità poetica di questo straordinario cantautore. Ho scritto di Genova centinaia di volte, mai sono riuscito ad avvicinarmi al talento di Conte: «Macaia! Scimmia di luce e di follia… Foschia pesci Africa sonno nausea fantasia». Ma si può? L’altro pensiero, devastante, è un ammonimento di mia madre, quando ero adolescente: «Figlio mio, non dare importanza al denaro. Studia, leggi, scrivi! Non sposarti mai e non fare figli: metteresti al mondo altri infelici». Mia madre, quinta elementare, è stata la donna più intelligente, realista, pessimista e cinica che abbia mai conosciuto (e di donne ne ho frequentato molte). Ho fatto tutto il contrario: mi sono sposato due volte, la prima volta a 20 anni, cinque figli, cinque nipoti per ora, l’obbligo immediato di pensare a guadagnare soldi per mantenere il circo equestre. Ed è un pensiero irrisolto e tormentoso, nei giorni in cui le riflessioni sul non senso, l’assoluto non senso della vita, sempre in agguato, mi mordono la nuca e mi soffocano la mente. Come sarebbe stata la mia vita, se avessi seguito mia madre?

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