Fulvio Abbate racconta Pasolini con un nuovo imperdibile libro

Share

(di Tiziano Rapanà) Quest’anno ricorrono i cent’anni della nascita di Pier Paolo Pasolini. È stato un artista eccezionale, fuori dall’ordinario. Vi risparmio la melliflua retorica sul personaggio, ultimamente si legge fin troppo su di lui. Gli aspiranti valvassini approfittano della figura di Pasolini, e delle ombre sulla sua morte, per conquistarsi un palcoscenico. In pochissimi hanno rispettato e onorato degnamente il poeta. Tra questi, Fulvio Abbate che può raccontarvi meglio di me, l’anomala figura di Pasolini. Egli è uno scrittore, agitatore culturale, e soprattutto uno straordinario principe di sé stesso. Il suo nuovo libro, Quando c’era Pasolini (Baldini + Castoldi, 19 euro), è l’unico ossequio che risplende di autentica onesta intellettuale. Leggendo questo lavoro, mi rendo conto quanto sia totale la distanza tra Abbate e alcuni rappresentanti dell’industria culturale nostrana. Aveva ragione Lévinas, l’etica è un’ottica.

Fulvio, raccontami questo tuo nuovo lavoro.

Innanzitutto è il mio quarto libro su di lui, preceduto da un romanzo del ‘92, Oggi è un secolo, dove immaginavo Pasolini che fa ritorno a noi. Il mio interesse, la mia attenzione, viene da lontano. L’ho scoperto quand’era ancora in vita, nel 1972. Per la prima volta, mi sono accostato ad un suo romanzo e poi ho cominciato a leggere i suoi articoli, scritti per il Corriere della Sera.

L’hai mai conosciuto?

No, ma avrei potuto incrociarlo a Stoccolma – nell’ottobre del 1975 – all’istituto italiano di cultura, dov’era andato. Io sono passato un giorno prima e ho rubato una copia del Barone rampante di Italo Calvino. Nel viaggio di ritorno, ho saputo della sua morte. In un Autogrill, ho comprato l’Unità che dava la notizia dell’omicidio. In quel momento ho avuto sensazione che, per un certo mondo di sinistra, l’uccisione di Pasolini aveva lo stesso valore di ciò che era stato l’assassinio di John Fitzgerald Kennedy.

Ultimamente si è scritto tanto di Pasolini, forse fin troppo, cosa differenza il tuo libro dai tanti saggi che occupano le librerie?

Il mio libro cerca di restituire qual’era il tempo, in cui Pier Paolo Pasolini ha potuto esistere come intellettuale, poeta, cineasta. Ho cercato di spiegare quale fosse il valore delle sue parole. Pasolini è, innanzitutto, il suo coraggio, la forza della sua solitudine. Pur avendo amici come Moravia, oltre a varie figure importanti della società letteraria, Pasolini ha sempre preferito seguire la propria indipendenza di giudizio.

Penso che Pasolini sia una figura involontariamente paradossale. È stato il creatore di film nemici del sistema narrativo classico, fuori dall’idea di cinema commerciale e d’intrattenimento. Eppure, grazie al Decameron e Salò, l’Italia ha visto nascere generi di cassetta come il Decamerotico e il Porno nazi. Vorrei una tua riflessione, in merito.

Pasolini ha ritenuto che il cinema fosse un grande mezzo di diffusione della sua voce poetica. La produzione di Pasolini è molto ampia e differenziata al suo interno. Da Accattone, con il racconto del sottoproletariato romano, al cinema di poesia con Uccellacci e uccellini. Va detto che Pasolini non è ritenuto, diversamente da Fellini, una grande figura della cinematografia del Novecento. Il Decameron, o meglio la Trilogia della vita, mostra il suo interesse letterario per i capolavori di ogni tempo. Salò, invece, e lo dico perché so inquadrarlo nel suo tempo, è un film che nasce sulla scia della riscoperta di Sade in Francia e in Europa. Pasolini realizza un suo apologo, un’opera a tema che racconta come il potere possa essere pienamente anarchico.

Salò non è un grande film, Salon Kitty di Brass mi sembra più interessante, più completo…

No, Salò non è un gran film. Proprio in quegli anni uscì un lavoro di Arrabal, Andrò come un cavallo pazzo: sul piano del racconto della realtà è assai più riuscito di Salò. Se Pasolini non fosse morto, Salò sarebbe stato solo un capitolo della sua cinematografia e lo avremmo associato ad un altro suo film imperfetto come Porcile.

A onor del vero, non sono un grande estimatore di buona parte della filmografia di Pasolini. Medea mi sembra un’opera irrisolta.

Pasolini stesso era consapevole dei suoi limiti linguistici, delle sue ingenuità. Il suo è uno sguardo letterario. Le imperfezioni, tuttavia, non incidono sul risultato finale.

Vorrei una tua riflessione sulla morte di Pasolini e sulle tante ombre attorno all’assassinio.

Come nel caso di Buenaventura Durruti, eroe anarchico della guerra civile spagnola del 1936, esistono varie ipotesi sulla morte del poeta. Alcuni pensano si sia trattato di un delitto omosessuale, altri sospettano un delitto politico con mandanti nazionali e poteri sovranazionali. Il suo amico Giuseppe Zigaina pensa si sia trattato di un automartirio: ossia che Pasolini abbia scelto simbolicamente di morire il due novembre, in una località dal nome emblematico Ostia per mano di un sicario-angelo, che corrispondeva al suo modello erotico, Pino Pelosi. Io propendo per il delitto omosessuale. Pasolini aveva una sessualità spiccatamente masochistica. L’ipocrisia del mondo ufficiale pasoliniano ha sempre cercato, per mero moralismo, di occultare la cosa. Solo Dacia Maraini ha detto espressamente, nella prefazione ad un libro di Pelosi, che Pasolini amava farsi picchiare.

Non si parla un po’ troppo della morte di Pasolini e troppo poco della sua opera?

Per molti, Pasolini coincide con il caso criminale della sua morte. Con lo stesso tipo di curiosità che si può avere per il delitto di Avetrana o di Cogne. È fisiologico, se pensi che trasmissioni come Chi l’ha visto? hanno un seguito enorme. Nessuno legge Pasolini.

tiziano.rp@gmail.com