In rete cresce l’allerta valanghe. Ma di bufale

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Economia, democrazia, salute pubblica. Nel gioco perverso delle fake news che circolano in rete si nascondono interessi che vanno ben oltre i più arditi intrighi internazionali degni di un film di James Bond. Basti pensare che proprio sulla disinformazione e sul sensazionalismo si è incentrata la campagna elettorale di Donald Trump per la sua riconferma alla Casa Bianca, la poltrona più importante del mondo. Secondo una ricerca condotta in piena pandemia dalla Cornell University, è emerso infatti che il nome di Trump veniva citato in almeno 4 su 10 fake news relative all’emergenza Covid muovendo milioni di voti negli exit poll presidenziali. In una corsa alla Casa Bianca minata dal timore di brogli elettorali instillato da Trump al suo elettorato, un’altra clamorosa bufala metteva in luce una teoria complottista secondo cui l’ex presidente americano avrebbe cosparso tutte le schede delle ultime elezioni con isotopi non radioattivi di dimensioni nanometriche per poterle scansionare e individuare quelle contraffatte. Un vero e proprio attentato alla democrazia che ha contribuito ad alimentare quel clima di odio, complottismo e paura che si è consumato nell’assalto al Campidoglio del 6 gennaio scorso.

Quello delle fake news non è, tuttavia, un problema limitato agli Stati Uniti. Le bufale in rete sono andate crescendo via via in tutto il mondo arrivando a minare le fondamenta dell’informazione. In assenza di fact checker in grado di valutare l’attendibilità di un evento, la rete e i mass media hanno diffuso a macchia d’olio bufale di ogni genere. E così le istituzioni hanno deciso di scendere in campo in punta di piedi andando a studiare il fenomeno delle fake news senza tuttavia poterne limitare gli effetti a tutela della libertà di espressione.

Il primo passo in questo senso è stato mosso dall’Ue con la creazione di un European digital media observatory, un think tank internazionale per l’analisi e il contrasto alla disinformazione. Finanziati con 11 milioni di euro, gli hub nazionali combatteranno in otto paesi dell’Unione (Italia compresa) la disinformazione, studiandone l’impatto sulla società per diffondere pratiche positive nell’uso dei media digitali. «È inimmaginabile che chi guadagna, con ricavi anche rilevanti, su una piattaforma non abbia nessuna responsabilità. Questo non significa effettuare una forma di censura ma applicare la stessa normativa prevista per i direttori delle testate giornalistiche», ha dichiarato l’amministratore delegato di Tim, Luigi Gubitosi. In questa direzione sembra che abbiano iniziato a indirizzarsi i principali social network, rei di contribuire alla diffusione delle fake news e di arricchirsi a dismisura sui milioni di click generati dalle bufale in rete.

In questa direzione va anche i l governo australiano, che ha raggiunto un accordo con il Digital Industry Group, che include Facebook, Google, Twitter, Microsoft, TikTok e Redbubble, per sottoscrivere un codice industriale di best practice per il contrasto della diffusione di fake news. I firmatari hanno anche accettato di sospendere o disattivare account falsi e sospetti, inclusi i contenuti pubblicitari a pagamento e quelli condivisi dagli utenti.

Un problema che affligge anche l’Italia come dimostrato dai dati dell’analisi condotta dal laboratorio Unisob MediaLab dell’Università Suor Orsola Benincasa di Napoli su un campione di oltre 2.000 persone da cui è emerso che 9 italiani su 10 non sanno riconoscere una notizia vera da una falsa, il 64% non sa distinguere una pagina Facebook da un sito di bufale e l’86% non percepisce la differenza tra un profilo fake di Twitter e uno reale.

Tancredi Cerne, ItaliaOggi Sette