Il borsino dei direttori generali / la difficoltà di ripartire

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Tornare alla normalità è un traguardo (e forse oggi si corre troppo) e ritrovarsi di fronte ad una emergenza strutturale antica che l’emergenza Covid aveva fatto dimenticare. Ha un bel dire la Regione con le sue direttive per smaltire gli arretrati, ci sono manager che affogano nella difficoltà del quotidiano, altri che con lucidità e consapevolezza si erano in qualche modo cautelati e quindi hanno oggi una maggiore autonomia operativa. Niente aiuto dai privati, quindi in alcuni territori è come scalare le montagne senza l’attrezzatura adatta. Dalle cronache quotidiane non filtra praticamente nulla, ma si sa che i sindacati stanno attaccando a testa bassa, pronti a mettere in scacco il sistema. Rivendicano straordinari, rinnovi contrattuali, assunzioni, medici e operatori sono stati stritolati dall’emergenza, non sono più gli eroi della prima ora,oggi rivendicano. Brutta gatta l da pelare per i dg, conta la capacità di trattare, conta l’autorevolezza. E non tutti ce l’hanno. Non possono contare oltre misura sulla partnership c on i privati, la Regione è molto ostativa su questo punto. E c’è chi si chiude in difesa di fronte all’assalto degli utenti. Quanto ci si trova a offrire esami clinici, visite, accertamenti, con appuntamenti a mesi di  distanza è chiaro che le cose non vanno. Il vertice della sanità regionale promesse, delibera, decide, ordina, ma i risultati non vengono. E i direttori generali sono stritolati, tra l’incudine e il martello. Si muovono bene personalità come Mostarda (Asl Roma 6), come Angelo Tanese (Asl Roma 1) come Frittelli (S.Giovanni Addolorata), altri zoppicano o addirittura spariscono dai radar. Fare i loro nomi sarebbe impietoso. Si difendono bene Donetti (Asl Viterbo), Quintavalle (Tor Vergata), D’Innocenzo (Asl Rieti). Altri pensano a restare a galla fino a tempi migliori (o fino a conclusione di contratto).

Il Nuovo Corriere di Roma e del Lazio