Tgcom24, Internet portato in tv

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Un sistema internet, tv, video, social, radio che non è «come gli altri». Una squadra «che fa sistema» su un’idea nata 20 anni fa che già aveva «tutto quello che gli altri fanno oggi». Così parla del Tgcom24 il suo direttore, Paolo Liguori, che sottolinea la crescita portata da un anno di pandemia mantenuta anche in questo inizio del 2021: primo brand di informazione online per utenti unici testo+video (Repubblica resta prima nel solo testo) con 28,6 milioni di utenti mensili e quasi 4 milioni nel giorno medio secondo i dati di gennaio di Audiweb che saranno comunicati a fine mese ma già disponibili agli editori.

Domanda. Direttore, eravate e siete primi nei video, ora anche per gli utenti unici totali, text+video.

Risposta. È la nostra specializzazione di sistema, noi non siamo come gli altri siti concorrenti di derivazione editoriale dalla carta. Siamo internet, tv, video, social e radio. Facciamo camminare una potente squadra che fa sistema, un unicum. Anche con le radio: la redazione fornisce breaking news a tutte le radio del gruppo più le altre con cui lavora la concessionaria. Io in questo momento sto curando di più l’idea di fare un’unica squadra tv e social. La televisione ha un suo ritmo per tempi e confezione, i social un altro. Ma è importante mantenere i follower e bisogna lavorarci. È chiaro che il motore è il sito.

D. Pensa che il modello possa cambiare ancora?

R. Mi dedico molto alla parte dell’innovazione, ma in realtà noi abbiamo già fatto 20 anni fa quello che tutti stanno seguendo oggi. Per volontà di Pier Silvio Berlusconi è partita questa scommessa sul digitale. Tutti pensavano di mettere la tv su internet, noi abbiamo fatto il contrario: abbiamo portato internet sulla tv. Il nostro è un canale a flusso, non basato sul palinsesto: c’è sempre qualcosa, ma se arriva la notizia del momento e prevale seguiamo quella, spesso anche due o tre cose contemporaneamente. Come fa internet, trasferiamo nella tv il flusso di internet. Altre all news lavorano su palinsesto rigido oppure ad anello: edizione, edizione, aggiornamento. È una cosa abbastanza singolare: nessuno ha mai fatto un canale tv che deriva da internet.

D. Quali contenuti attraggono di più nelle diverse piattaforme?

R. In tv ci sono contenuti da tv matura, non solo cronaca: approfondimenti, rubriche. Ho la mia rubrica storica, Fatti e misfatti, che facevo anche a Italia 1, che ogni giorno ha un tema specifico: Europa, affidata a tre colleghe che si occupano di questo tema; una volta a settimana è dedicata alla malavita organizzata con Klaus Davi (Fuorilegge, grazie alla quale è stato riaperto il caso dell’omicidio Gulli dopo 13 anni, ndr). Poi, come ho detto, siamo pronti sempre a far prevalere l’evento del giorno. Su internet serve diversa tempistica, in alcuni casi vicina alla radio in altri alla tv.

D. Come è stato l’ultimo anno?

R. Siamo stati costretti a parlare dell’unica cosa che interessava alla gente: il virus, la pandemia. C’è stato un aumento enorme di utenti, che a fine 2020 per molti è rientrato, mentre in altri casi come il nostro è rimasto. D. Parliamo delle notizie recenti: la morte del principe Filippo e la Super Lega…

R. Due morti.

D. Ecco.

R. Due grandi decessi. La Super Lega è la dimostrazione che le rivoluzioni se le fanno i ricchi falliscono. Frantumata in 48 ore dalla prevalenza del mondo social, strumenti popolari, sulle piattaforme ricchissime di queste squadre. È un bell’indice di come la comunicazione moderna diffusa, quella dei social, prevalga.

Quello del principe è un altro grande decesso. A me del principe Filippo non frega proprio niente, di quella monarchia anche spietata, feroce. Mi sembra che questa deferenza degli italiani nei confronti della monarchia sia eccessiva. Noi siamo repubblicani, abbiamo trattato per come pensavamo di fare i nostri re. Nell’anno del Black lives matter per un paradosso i mezzi di comunicazione in tutto il mondo hanno fatto l’esaltazione del principe, quando lui e i suoi parenti rappresentano la forma coloniale più razzista.

D. La domanda era: hanno avuto impatto sull’audience?

R. Noi abbiamo dato tutto. Gli ascolti hanno premiato i funerali perché la gente li ha guardati come un grande spettacolo. Viviamo nel 2021 però gli ascolti ci sono stati. Lo speciale del Tg5 è andato benissimo, era molto bello e lo abbiamo dato in simulcast (Tgcom in contemporanea con Canale 5, ndr). Per metterlo in scena dovresti avere i soldi del cinema di Hollywood, averlo riproposto in tv è stato come avere uno di quei film che fanno grandi incassi.

D. È un grande appassionato e conoscitore di musica, perché non fa niente sul tema?

R. Tengo un po’ per me questa passione. Però nello stesso tempo sul sito il tema è presente con l’indispensabile. La musica è divisiva, dai informazioni, non puoi imporre tuoi gusti. Anche perché ho oltre 70 anni, i miei gusti sono datati. L’altro giorno facevo sentire in redazione alcune cose vecchie di Guccini, De Gregori, e alcuni non erano nemmeno nati. Non voglio fare il professore. Poi i ragazzi fanno ricerche, si appassionano lo stesso.

D. Cosa ha in mente per il futuro del Tgcom?

R. I progetti li faccio con i collaboratori, la direzione news, l’azienda. Faremo ancora nuove cose ma oggi il prodotto è talmente maturo che bisogna stare attenti, non è più il momento di scatti individuali ma di una progettazione comune.

Andrea Secchi, ItaliaOggi