Sardegna, la crisi tocca i commercialisti e i consulenti

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Nel 2019 i liberi professionisti attivi in Sardegna erano 28mila, il 19,3% dei lavoratori indipendenti. A subire le conseguenze più forti dell’emergenza sanitaria sono soprattutto commercialisti e consulenti d’impresa. Anche se l’Isola risulta tra le Regioni italiane meno colpite dalla pandemia, presenta un Pil stagnante e una situazione occupazionale ferma agli stessi valori di dieci anni fa. La regione, dunque, deve fare i conti con una grave crisi del mercato del lavoro, dove si registra una percentuale di inattivi e disoccupati più alta rispetto alla media nazionale e un tasso di occupazione del 53,8%, inferiore di oltre 4 punti percentuali a quello del resto d’Italia. (uesto, in sintesi, quanto emerge dal ‘II Rapporto regionale sulle libere professioni in Sardegna’, di Confprofessioni, curato dal coordinatore dell’Osservatorio, Paolo Feltrin e illustrato oggi. Alla presentazione dell’indagine sono intervenuti il presidente nazionale di Confprofessioni, Gaetano Stella, la presidente regionale dell’associazione, Susanna Pisano, l’assessora regionale al Lavoro e vice presidente della Regione, Alessandra Zedda, il vice presidente del Consiglio regionale Piero Comandini, e i rappresentanti sindacali regionali di Cgil, Cisl e Uil.  In base al Rapporto, tra il 2011 e
il 2019 il mercato del lavoro sardo ha avuto un calo dell’1,9% degli occupati, con un decremento che sta colpendo soprattutto gli indipendenti (-8,7%), gli imprenditori (-42,7%), coadiuvanti familiari, collaboratori e soci di cooperativa (-40,6%), e i lavoratori autonomi (agricoltori, artigiani e commercianti), che calano dell’1,3%. Risultano in aumento, invece, dello 0,6% dei lavoratori dipendenti e del 2,8% i liberi professionisti, dato che si colloca nettamente al di sotto dell’aggregato nazionale (27%). Tra i professionisti, invece, crescono coloro che sono impiegati nelle aree legali, tecniche, nelle attività scientifiche e i veterinari.
Nello specifico, coloro che nel 2019 erano operativi in “Attività professionali, scientifiche e tecniche” – ambito che include soprattutto avvocati, commercialisti, consulenti aziendali, architetti e ingegneri – hanno rappresentato il 61% dei professionisti sardi. Seguono a distanza i professionisti della sanità e dell’assistenza sociale (18%), quelli del settore di commercio, finanza e immobiliare (15%)  e dei servizi alle imprese e tempo libero (7%). Tra i settori professionali in crescita, tra il 2011 e il 2019, che stanno provando a reagire meglio alla crisi, ci sono quelli di veterinari e addetti ad altre attività scientifiche (+146,1%), le professioni tecniche (architetti, ingegneri) segnano una crescita significativa (+19,4%) e anche gli avvocati e notai tengono il passo (+4,9%). Preoccupa il ricambio generazionale, che resta fermo. La situazione più difficile riguarda i professionisti di area amministrativa (-26,6%), di commercio, finanza e immobiliare (-7,9%), di sanità e assistenza sociale (-2,4%) e dei servizi alle imprese (-26,8%), settori nei quali il ricambio generazionale fatica a decollare. Come nel resto d’Italia, sempre secondo l’indagine di Confprofessioni, anche in Sardegna si conferma un marcato gap di genere tra professionisti e professioniste in ogni fascia d’età: gli uomini rappresentano il 63% dei professionisti sardi tra i 15 e i 34 anni, il 58% di quelli tra i 35 e i 44 anni, il 70% tra i 45 e i 54 anni, il 62% tra i 55 e i 64 e il 78% degli over 65. Per le due fasce di età
55-64 e over 65 il gap di genere è ancor più evidente, rispetto a quello riscontrato nelle fasce dei più giovani, segnale che nelle nuove generazioni il divario tende a ridursi. Le professioniste che lavorano nell’Isola possiedono un livello di istruzione superiore a quello dei colleghi uomini. In Sardegna, infatti, i professionisti laureati sono il 65% dei professionisti, contro l’82% delle libere professioniste.