Grandi scrittori, grandi vizi / Tra calze di seta profumi e «trofei», i segreti piccanti dell’harem del Vate

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Alle conquiste belliche, D’Annunzio preferiva quelle sotto le lenzuola. Tanto da rischiare l’osso del collo per una palpatina

(di Cesare Lanza per LaVerità) Gabriele D’Annunzio nacque il 12 marzo 1863 a Pescara, in Abruzzo, da una famiglia benestante. Un personaggio tra i più complessi: scrittore, poeta, drammaturgo, aviatore, militare, politico, patriota, eroe di guerra, giornalista e simbolo del Decadentismo italiano. Tuttavia, il Vate è una figura controversa: per il sostegno al regime fascista, alcuni atteggiamenti politici radicali, e lo stile di vita edonistico, spregiudicato, vizioso. Rispettoso del suo carisma e della sua popolarità, nel 1922 Benito Mussolini finanziò la restaurazione del Vittoriale con lo scopo di tenere D’Annunzio lontano da Roma e dal centro dell’attenzione. D’Annunzio visse nell’edificio principale, la Prioria, fino alla sua morte nel 1938. Il rapporto tra i due era complicato: amavano la patria e D’Annunzio aveva scritto alcuni discorsi per il dittatore, ma la sua popolarità rappresentava una minaccia per il governo di Mussolini. Era un uomo innamorato di sé stesso, con divertimento mitizzava per primo la sua personalità: ad esempio con la Stanza del lebbroso, che avrebbe accolto il corpo del poeta nel suo letto di morte. Il Vate, definendosi lebbroso, rilanciava la credenza medievale secondo cui il lebbroso è signatus, toccato da Dio, e quindi sacro, se non addirittura il Cristo stesso. Si proponeva come un oggetto di adorazione. E riscrisse i sette peccati capitali, per adattarli a sé stesso: divennero cinque perché omise la lussuria e l’avidità considerandole autentiche virtù. Esteta raffinato e di animo nobile, di illimitato egotismo, un grande amatore, un poeta incorruttibile. Un dandy che considerava la sua vita come la più grande opera d’arte. Ne Il Piacere esaltò il suo vivere inimitabile alla costante ricerca di ogni possibile godimento. D’Annunzio aveva l’abitudine di avvolgere il corpo delle sue amanti con il profumo Chanel n.5 e calze di seta purissima: «Tanto sottili che rivelano anche la lanugine più lieve… come nell’orlo di certi vasi di Murano, il filetto azzurro o violetto o di rosso corallo…». Solo una donna non si sottomise mai a questo rito seduttivo: l’attrice Eleonora Duse, la donna più importante nella vita del poeta. Gli studenti liceali di tante generazioni sono stati attratti, forse anche più che dalle sue opere letterarie, dalle sue imprese, dai comportamenti, dalle dicerie (con molte fandonie).

La sua biografia più interessante è stata scritta da Giordano Bruno Guerri (La mia vita carnale, amori e passioni di Gabriele D’Annunzio). Indubbiamente, come confermano centinaia di testimonianze, D’Annunzio era un grande amatore. E una delle sue cameriere – la francese Amélie Mazoyer – aveva un unico compito in casa (oltre a quello di procurargli le donne): usare la sua «bocca meravigliosa» e la sua «mano donatrice d’oblio»… Al Vittoriale visse a lungo, per anni, come la regina di casa la pianista Luisa Baccara, innamoratissima del Vate. Una donna che però in un momento di ira e di folle gelosia aveva quasi tentato di ucciderlo. Nel 1922, infatti, si dice che la Baccara avesse spinto D’Annunzio giù da una finestra (a pochi metri d’altezza). L’ipotesi è che l’avesse sorpreso a tentare di sedurre la sua sorellina Jolanda, appena sedicenne. Ma le cose andarono veramente così? Per molti anni Luisa fu conosciuta come «la Signora del Vittoriale», e oltre a essere una delle muse di Gabriele D’Annunzio ne fu una delle amanti più fedeli e discrete, che nascose una forza imprevedibile sotto l’apparente remissività. Era nata a Venezia il 14 gennaio 1892, alla vigilia degli anni Venti fu la rivelazione del Conservatorio Benedetto Marcello: i giornali parlavano di lei come di una pianista eccezionale, destinata a una grande carriera. Quando conobbe il poeta aveva 26 anni, era alta e snella, aveva capelli neri con una lunga ciocca d’argento. Lui aveva quasi 30 anni più di lei; era già l’eroe di Buccari e del volo su Vienna, e si apprestava alla conquista di Fiume, dove poi lei lo seguì per realizzarvi una serie di concerti. L’aveva ascoltata suonare nell’agosto del 1919 a casa di una amica comune, e poche settimane dopo le aveva scritto una lettera per invitarla alla Casetta Rossa lungo il Canal Grande, indicandole anche gli abiti che avrebbe dovuto indossare. Mi riferisco alla puntigliosa ricostruzione del Gazzettino di Venezia. «Smikrà», «piccola» in lingua greca, la chiamò sempre Gabriele, ricevendo in cambio il suo antico soprannome di Ariel. Luisa Baccara fu una persona sfuggente a qualsiasi etichettatura: dolce e aggressiva allo stesso tempo, apparentemente fredda al punto da risultare antipatica, possessiva eppure capace di sopportare qualsiasi libertà (non furono poche) D’Annunzio ritenesse di prendersi, anche sotto lo stesso tetto del Vittoriale. Eppure fu dotata di una passione e di una forza che traspare dalle lettere di lui e che si sostanzia da un lato nel tentativo di rapimento che nel 1920 alcuni fedelissimi del Vate programmarono per allontanarla da lui (ritenuto troppo «distratto» dalle attenzioni che le riservava) e dall’altro nella vicenda del cosiddetto «Volo dell’Arcangelo».

La sera del 13 agosto 1922 (peraltro a due giorni dal previsto storico incontro di «avvicinamento» di Mussolini al poeta) Gabriele D’Annunzio cadde dal balcone di una stanza del Vittoriale e rimase fra la vita e la morte per molti giorni. La versione ufficiale parlò di caduta accidentale dovuta a un capogiro mentre D’Annunzio (che era in pigiama e pantofole) cercava un po’ di fresco nella serata afosa; ma le illazioni non mancarono: tentativo di suicidio, fatto doloso, addirittura che fosse stato tutto inventato e la caduta non ci fosse mai stata. Di sicuro il poeta, appoggiato alla finestra, stava ascoltando della musica suonata per lui da Luisa. Aveva accanto la sorella della pianista, Jolanda. La caduta, che comunque fu accidentale, fu probabilmente causata da una spinta datagli da una delle Baccara: da Jolanda, forse per opporsi a un approccio indesiderato, oppure dalla stessa Luisa, intervenuta per proteggere la sorella. Otto giorni più tardi, ancora in stato di semi-incoscienza, il poeta mormorò una frase che fu diligentemente appuntata dal medico curante: «E Joio? Jolanda si sarà spaventata e sarà scappata a Venezia». Un indizio significativo di quanto era avvenuto davanti a quella finestra. Ma nessuno, tra i presenti di quella sera, parlò. E la «Signora del Vittoriale» resistette per decenni a ogni tentazione giornalistica e anche quando a 92 anni, nel 1984, fu intervistata in televisione, mantenne su quei fatti il riserbo più assoluto. Un’altra «bufala», più credibile e forse con qualche spunto di verità, è che l’autore invecchiando aveva cominciato a detestare il suo corpo. In gioventù ne era stato orgogliosamente molto fiero. Ma dopo i 60 anni se ne vergognava un po’: era bassino (alto 1.64) e gracile. Non voleva mostrarsi nudo alle innumerevoli amanti. Perciò aveva ordinato alla sarta di fargli un buco nel pigiama, all’altezza del membro, in modo da essere pronto al coito, senza spogliarsi. A proposito della sua camera da letto, si dice che amasse circondarsi di oggetti che gli ricordassero le sue imprese. Sia che militari, sia erotiche. Pare che il suo cuscino fosse riempito non di piume, ma di capelli delle sue amanti. Si divertiva a dare nuovi nomi al suo organo sessuale: «il Perno del mondo», «il Gonfalon selvaggio», «la Catapulta perpetua». Nomi che citava nei biglietti alle amanti reclamandone le attenzioni: anche all’organo sessuale femminile trovò nuovi nomi; il più bello e misterioso fu «la filigrana vivente».

Al Vittoriale tutto è rimasto pietrificato, alla sera del primo marzo 1938 quando il Comandante si spense, per una emorragia cerebrale. Tutto fermo alle otto e cinque di quella sera, perfino il barattolo aperto di cipria poggiato sul comò di Amélie, perfino il rotolo di carta igienica incignato che pende tuttora nel bagno delle ospiti. Racconta Giordano Bruno Guerri: «La stessa notte in cui morì l’architetto del Vittoriale, Gian Carlo Maroni, sloggiò per sempre la Baccara e la Mazoyer dai loro appartamenti. L’harem chiudeva i battenti». La Prima guerra mondiale era scoppiata da un anno e lui rivolse la sua voce magnetica alle folle che si erano riunite per salutarlo: 100.000 persone secondo un articolo del tempo del Corriere della Sera. Chiedeva all’Italia di entrare in guerra e portare a termine l’unificazione del Paese annettendo grandi aree dell’impero austro-ungarico. Il suo discorso interventista accese gli animi. Il 23 maggio l’Italia dichiarò guerra all’Austria-Ungheria. Nonostante avesse già 52 anni, il Vate ottenne di potersi arruolare come Ufficiale nei Lancieri di Novara, un reggimento che in quel periodo accoglieva i primi piloti. Ottenne il brevetto di aviatore e partecipò ad azioni dimostrative, non tutte di successo. Nel gennaio del 1916, durante un atterraggio di emergenza, sbatté violentemente la tempia contro il calcio della mitragliatrice di bordo. La ferita, non curata, gli fece perdere l’occhio destro. La convalescenza non smorzò l’entusiasmo bellico: il 9 agosto del 1918 volò su Vienna per u’azione dimostrativa, incruenta e mediaticamente molto potente. Per indurre i viennesi a insorgere gettò dal suo aereo più di 400. 000 volantini sulla città. I Futuristi applaudirono. Tre mesi dopo l’Italia firmò l’armistizio. Ma D’Annunzio preferiva il conflitto: «Sento odore di puzza di pace» scrisse. E portò avanti una sua personalissima battaglia. Nel settembre del 1919, l’Impresa: guidò un esercito di irregolari e ammutinati nella città di Fiume (ora Rijeka, in Croazia), contesa da Italia e Jugoslavia, e si costituì dittatore. Per 15 mesi regnò come Duce, finché la marina italiana non intervenne a cannonate per mettere fine all’impresa, su ordine dell’allora governo Giolitti. Si ritirò al Vittoriale e visse tra cocaina, belle donne e umore sempre più nero. Il suo pensionamento fu in gran parte finanziato dal governo fascista, che era desideroso di tenerlo alla larga. Nel 1938 D’Annunzio si oppose all’avvicinamento dell’Italia fascista al regime nazista di Adolf Hitler, che definiva «pagliaccio feroce», «ridicolo Nibelungo truccato alla Charlot» o «attila imbianchino».