All’inferno e ritorno / Le lettere di Joyce alla moglie rivelano il suo animo sporcaccione

Share

A grande autore irlandese era ossessionato dalla sessualità, correva dietro alle donne libertine ma dava vita alle proprie fantasie anche con la consorte. Come dimostrano missive dai contenuti apertamente pornografici

(di Cesare Lanza per LaVerità) È stato un grande scrittore, irlandese, popolarissimo in tutto il mondo, James Joyce (1882-1941): maliziosamente si potrebbe dire molto citato, per il suo celebre e innovativo, rivoluzionario romanzo, Ulisse, elogiato ed esaltato in particolare per l’ultimo capitolo; forse, tuttavia, poco letto. Era certamente un uomo pieno di difetti, anzi di grandi vizi. Ossessionato dal sesso, al di là di ogni limite. Pubblicamente Joyce era considerato un signore riservato e molto educato, nella vita privata invece si esprimeva con un linguaggio grezzo e volgare, soprattutto quando si rivolgeva a sua moglie Nora. Nella corrispondenza epistolare, di più: si trova una violenza esaltata dal linguaggio grafico in cui parla delle proprie fantasie da mettere in atto non solo con la moglie, ma anche con le prostitute, che per tutta la vita ha frequentato, incurante di tradire continuamente la donna che pure era l’amore indiscutibile della sua vita. L’importanza di Nora era fondamentale nella vita e nella creatività di Joyce, l’unica sua vera ispiratrice. Addirittura, scrive il nipote Stephen, «non sarebbe riuscito a fare nulla, non sarebbe riuscito a scrivere neanche uno dei suoi libri senza di lei». Nonostante i continui tradimenti, Joyce era molto geloso della moglie, anche per il passato. Aveva scoperto che Nora non era alla prima esperienza, aveva avuto un altro fidanzato, poi morto prima di incontrare James. Joyce arrivò a decidere di andare e visitarne la tomba: la storia figura nell’Wi’sse. Joyce era convinto di essere un vero genio artistico e come tale si comportava, senza curarsi di apparire e anche di essere criticato per il suo egocentrismo soffocante. Al limite della schizofrenia. Pensava esclusivamente alla propria arte e sfruttava per i suoi interessi tutte le relazioni, familiari, amichevoli o artistiche.

La sua vita sregolata ha avuto conseguenze pesanti sulla sua famiglia: la figlia Lucia impazzì anche per colpa delle continue assenze e i problemi fisici del padre. Joyce rifiutò per anni di ammettere la gravità della degradazione mentale della figlia. Infine, quando la pazzia aveva completamente annientato la tranquillità di Lucia, Joyce trasse da questo dramma e dalle allucinazioni l’ispirazione per il libro Finnegans Wake. Si dice che Joyce, oltre ad essere un sessuomane esasperato, fosse anche un coprofago. Mah! Ricordo che queste pagine domenicali sono dedicate per alcune settimane ai difetti e ai vizi, normali e anormali, di grandi scrittori. Joyce costringeva la moglie ad ingrassare affinché potesse picchiarlo con più forza, ma in fondo è solo uno tra i tanti. Se volete approfondire, c’è un bel libro di Javier Maras, che racconta tutto ciò che non si trova nei libri di scuola. Trasgressioni, ossessioni, perversioni. Mica piccolezze! Robert Louis Stevenson era uno straccione, si vestiva come un mendicante; e, purtroppo, anche un piromane, incendiò alcuni boschi della California. Thomas Mann era tormentato dal sesso e Nabokov (Lolita) adorava le minorenni. William Faulkner era convinto di essere un irrimediabile fallito. Henry James, in delirio, si firmava come Napoleone. Arthur Rimbaud puzzava, non si cambiava mai i vestiti, era quasi sempre ubriaco e insultava tutti in modo grossolano. Ma torniamo al nostro amato Joyce, per saperne di più bisogna conoscere meglio Nora Barnacle (Galway, 21 marzo 1884 – Zurigo, 10 aprile 1951), che fu l’amante, la compagna e infine la moglie del famoso scrittore. Si incontrarono per la prima volta il 10 giugno 1904, la relazione sentimentale iniziò qualche giorno dopo. Ancor oggi si discute la vera natura dell’incontro: secondo alcuni Nora era in cerca di un’avventura erotica, altri sostengono, invece, che l’appuntamento fu casto. Alla fine del 1904, la Barnacle e Joyce lasciarono l’Irlanda diretti all’Europa continentale, prendendo casa infine a Trieste. Nora ebbe due figli da James: Giorgio e Lucia Anna. Nora sposò Joyce il 4 luglio 1931 e morì a Zurigo il 10 aprile 1951. Una lettera a sfondo erotico indirizzatale da Joyce nell’inverno del 1909 è stata venduta all’asta da Sotheby’s nel 2004 per la cifra di 360.000 euro. «Un’indomabile lussuria mi anima nei tuoi riguardi», scriveva James. E ancora: «Sei la mia cara piccola serva», «Tu, una prostituta dagli occhi bizzarri».

Il documento venne spedito da Joyce mentre si trovava a Dublino, in un periodo di forzata separazione. Nel 1909, infatti, l’autore era dovuto tornare in Irlanda, lasciando Nora e i figli nella casa di famiglia a Trieste. Lontananza e nostalgia furono alla radice di quelle parole. La corrispondenza erotica fu numerosa, fa parte di un carteggio noto agli studiosi del romanziere come «lettere sporche», in cui James e Nora si confessano fantasie sessuali, frustrate dalla lontananza. Alcuni esperti joyciani hanno definito queste testimonianze come «indubbiamente pornografiche e oscene, ma utili per comprendere il metodo creativo dello scrittore». Nonostante le lettere di Nora siano andate perdute pare che anche lei apparisse ansiosa di sapere quale effetto le sue parole provocassero nell’animo e nei lombi del marito, tanto che James le scrisse: «Sembri ansiosa di sapere come ho accolto la tua lettera che dici più sconcia della mia. Come, più sconcia della mia, amore mio? Sì, è più sconcia in un passo o due». Le lettere mostrano come Joyce rendesse esplicite le sue fantasie erotiche, arrivando a mostrare tendenze masochiste: «Sono il tuo bambino, come ti ho detto, e tu devi essere severa con me, piccola madre. Puniscimi quanto vuoi. Vorrei che tu mi picchiassi, frustassi perfino. E non per gioco, cara, ma sul serio e sulla carne nuda. Vorrei che tu fossi forte, amore, molto forte, con un seno enorme e due cosce grandi e tornite. Come vorrei che tu mi frustassi Nora, mio amore!». E prosegue così, in un crescendo erotico che richiama, e forse spiega, alcuni elementi della sua produzione letteraria. Per esempio, nell’Ulisse Nausicaa parla di una giovane donna che riflette sull’amore e sulla femminilità al tramonto sulla spiaggia di Sandymount. Il lettore viene informato che il protagonista, Leopold Bloom, sta osservando la fanciulla di nascosto, da lontano. La ragazza, ignara, lascia in mostra le gambe e la biancheria intima. Senza sapere della zoppia che affligge la giovane, la visione di tanta grazia suscita le fantasie erotiche di Bloom che esplodono mentre, metaforicamente, scoppiano fuochi d’artificio in un vicino bazar. La struttura erotica del romanzo è anche testimoniata dalla caratterizzazione della moglie di Leopold Bloom, Molly, paragonata alla Penelope dell’Odissea omerica, nonostante tra le due vi sia una grande differenza sostanziale. La moglie di Ulisse era una donna fedele, Molly è descritta da Joyce come una femmina passionale, fisica e infedele. Conosciamo per davvero le stranezze di Joyce? Chissà. Inimmaginabile!

Una volta scrisse a Nora la sua voglia di possederla «in estrema nudità». «Sono arrivato, la festa è finita. E a proposito di arrivare, ora arriva il momento delle domande della tua ultima lettera! Quaggiù non abbiamo ancora aperto ma intanto ti mando dei poster, spero che ce la faremo ad aprire il 20 0 il 21, sono cinque giorni a partire da oggi perciò non so ancora, tu considera due settimane a partire dal 20/21, poi tre giorni e mezzo se vogliamo proprio spaccare l’orologio per essere lì riuniti a Trieste. Perciò tieniti pronta bimba. Ripassa il linoleum caldo e marrone splendido in cucina e porta un paio di tendine, di quelle semplici e rosse che usiamo per far più scuro in camera di notte. Poi prendi una sedia semplice semplice, quella preferita dal tuo pigrissimo amante che ti scrive maialate. Fa’ queste cose amorina e una volta che saremo laggiù non ti lascerò mai una volta da sola in cucina, nemmeno una volta da sola in una settimana, starò lì a far tutto che per me è leggere, ridere a crepapelle, sfumazzare e guardarti come imbambolato mentre cucini e certo soprattutto: parlarti ancora e ancora. Come sarò felice! Come fossi al massimo, 0 Dio del cielo! Le parole del nostro futuro a Trieste saranno italiane: i figlioli, il fuoco, una bona mangiata, un caffè nero, un Brasil, Il Piccolo della Sera, e Nora, Nora mia, Norina, Noretta, Norella, Noruccia ecc ecc… Eva ed Eileen dovranno dormire insieme, pensiamo a trovare un angolo per Geòrgie in modo – spero – da riuscire a tenerci il nostro lettone per i lavori notturni. Mantengo e manterrò la mia promessa, amore. Il tempo se ne vola via, vola via di corsa ! Voglio tornare dal mio amore, dalla mia vita, dalla mia stella che è l’Irlanda e sei tu Nora coi tuoi occhi terribili! Cento baci, cara! Jim».