Gli insospettabili Vip che convivono con il demone del gioco d’azzardo

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Mara Maionchi ha scelto di imporre ai casinò di proibirle l’ingresso, mentre l’attore Ben Affleck è stato accusato a Las Vegas di contare le carte. Fede e Connery spesso hanno vinto. Attenti a sfidare le donne

(di Cesare Lanza per LaVerità) Oggi, prima di tutto, mi sia consentito dedicare qualche riga al ricordo di un campione di poker, Matteo Mutti, morto a soli 29 anni alcuni giorni fa. Valtellinese, malato di leucemia, cùrato col trapianto del midollo. Due volte vincitore del Ring Wsop Circuit, una volta dell’Italian Poker Tour. In carriera aveva guadagnato centinaia di migliaia di dollari in tornei dal vivo. Un altro protagonista del mondo del gioco se n’è andato in questi giorni, però a 99 anni, dopo una vita lunghissima e particolarmente intensa. Parlo di Stanley Ho (1921-2020), straordinario personaggio cinese. Nato a Hong Kong, costruì un impero trasformando Macao nel più grande luogo del gioco d’azzardo del mondo: un impero da 6 miliardi di dollari. Hanno scritto di lui: «Gran ballerino, ex campione di tennis di Hong Kong, tedoforo alle Olimpiadi 2008,17 figli da quattro mogli, è vissuto quasi un secolo e ha trasformato un’isola di pescatori dediti a fuochi d’artificio e incenso nella Las Vegas d’Asia». Il miliardario di Hong Kong è cugino di Bruce Lee: un patriarca che si è fatto da solo, in una dinastia che risale al nonno, un imprenditore ebreo olandese, arrivato a Hong Kong a metà dell’800.

Torno ora a parlarvi delle giocatrici, dopo avervi raccontato domenica scorsa le prodezze di Katia Ricciarelli e Ljuba Rosa Rizzoli. Vi dico solo questo, per prima cosa: preferirei non trovarmi mai di fronte una donna come avversaria, al tavolo da gioco. Sia a poker, sia a chemin de fer. Il motivo è semplice. Intanto, sono convinto che le femmine siano più intelligenti, intuitive, perspicaci e coraggiose di noi maschi. Forse non è vero, e molti miei amici mi rimproverano di pensarlo (e di dirlo e di scriverlo). Sorvolo, per solidarietà di sesso, sul fatto che alcuni di loro ci hanno rimesso le penne, non credendo alla nostra inferiorità strutturale, negli scontri diretti, al tavolo verde. Inferiorità psicologica, mentale, intellettuale. Una cosa resta tuttavia inconfutabile: a poker e a chemin de fer le donne sono pericolosissime perché sono curiose e coraggiose. Per loro le regole non contano. S’infischiano delle leggi di probabilità. Vogliono vedere come va a finire, senza timore accettano qualsiasi risultato, «vanno fino in fondo». Ecco un esempio: a poker, poniamo, chiedono tre carte, e magari azzeccano un tris. Tu non chiedi carte, sei «servito» come si dice in gergo. Spari addosso alla tua rivale un rilancio importante, ma a loro, alle giocatrici, che cosa importa? Niente! Con disinvoltura vengono a «vedere» altra parola in gergo – per la fondamentale ragione che desiderano scoprire quale punto tu abbia in mano. Se hai un buon punto, perdono e pagano; ma se sei in bluff, contro ogni regola di buon senso ti portano via il piatto. A chemin de fer, le femmine sono ancor più micidiali. E la curiosità è sempre la dea ispiratrice. Non dico che si tratti di una qualità presente in tutte le giocatrici, non sono così sciocco (e volgare). Ci sono giocatrici paurosissime, intimorite dall’entità (anche risibile) della posta in gioco: passano la mano, si ritirano subito. Però, le vere giocatrici sono bizzarre, ardite, imprevedibili.

Un altro esempio? Un ricordo personale inebriante, questa volta. Una sera a Saint Vincent, al cosiddetto tavolo grande di chemin de fer eravamo rimasti al verde: una signora bionda (di lei so solo che era milanese, di alta borghesia) che in quegli anni spopolava nel casinò valdostano, e io. A malapena ci erano rimaste le fiscie per un’ultima puntata. Ed ecco che il sabot per il banco spetta proprio a lei, alla signora bionda. Mi fa: «Vuole uscire in società con me? Siamo stati iellatissimi fino ad ora: chissà che due zoppi in coppia non facciano faville!» Allegramente (senza motivo), dissi di sì. La signora imbrocca una serie di colpi vincenti, 8 e 9 come piovesse, i punti più alti, al raddoppio. Era seduta di fronte a me, nel tavolo, e ammiravo lo stile elegante, con il viso impassibile, con cui vinceva ogni colpo. Al suo posto, mi sarei ritirato ben presto, lei invece sempre avanti. Finalmente si ferma e mi dice con un sorriso: «Lei mi scuserà, ma non me la sento di andare avanti», sussurra. Il regolamento di chemin de fer stabilisce che spetta al banchiere prendere le decisioni e comunicarle al croupier: il socio del croupier non può interferire, non può suggerire e neanche commentare, non può aprire bocca. Lei passa mano e si scusa, secondo le abitudini del galateo del gioco. Non ricordo quanti colpi avesse vinto, forse una dozzina. Ci dividiamo parecchi milioni e questa è la magica perversione del gioco d’azzardo: fino a un quarto d’ora prima eravamo tutti e due con poche fiscie in tasca! Non solo: al colpo successivo, il banco cadde subito. Cioè: se la bionda signora avesse dato un altro colpo, sarebbe stata sconfitta; e avremmo perso tutto. Tante volte mi sono chiesto da cosa fosse stata spinta, quella eccezionale giocatrice. Dalla curiosità, senza alcun dubbio: verificare e capire fino a che punto il «filotto» di colpi vincenti sarebbe arrivato. Ma poi come si può spiegare l’intuizione, la consapevolezza che era arrivato il momento di fermarsi? Che il colpo successivo sarebbe stato perdente? Il giorno dopo le mandai il più grande mazzo di fiori che mai avessi inviato a una gentildonna. Ci sono molti personaggi famosi che amano il vizio del gioco e molti di loro potrebbero raccontare, con sincerità, l’esperienza di andare all’inferno (qualche volta senza ritorno).

L’ultima esternazione arriva dalla brillante, eclettica Mara Maionchi: ha confessato per la prima volta la sua debolezza, appunto il gioco d’azzardo. In un’intervista a Tv Sorrisi e Canzoni, ha rivelato come stia provando a allontanarsi da ciò che stava diventando un pericoloso vizio: «Fatti due conti e visto che spendevo tutto quel che mi entrava, ho mandato una lettera autografa nella quale chiedo che mi si tenga fuori da tutti i casinò nel caso mi dovessi presentare. È una procedura poco nota, ma c’è. Ora sono nel loro schedario». In un’altra intervista al settimanale Grazia, Mara ha anche parlato del suo matrimonio con Alberto Salerno, un legame che dura dal 1976. Aveva già raccontato in altre occasioni dell’infedeltà del marito e lo ha ribadito. La Maionchi ha aggiunto come ha reagito al tradimenti di Alberto. «In un modo diverso, cioè giocando d’azzardo. Non riuscivo a controllarmi, perdevo somme importanti, facendo danni anche a lui. Il tradimento non è solo il colpo di testa di una sera, ci sono tanti modi di tradire, anche far credere di essere una persona perbene». Non mi piacerebbe che quanto scrivo possa essere considerato una sorta di esaltazione del gioco d’azzardo. Al contrario, desidero semplicemente raccontare alcuni personaggi che giocano d’azzardo e le loro storie, spesso drammatiche. E cerco di essere oggettivo. Molti scrivono che la dipendenza dal gioco d’azzardo è una «malattia», che colpisce ogni anno innumerevoli individui. Anche nel nostro Paese. Conosco bene la pericolosità del gioco. Tra i «drogati» ci sono personaggi famosi: tra confessioni e incursioni nei casinò, a volte raccontano le loro esperienze. È preoccupante la dipendenza, che avviene ad ogni età, genere e livello sociale. Un recente sondaggio afferma che 1 milione di studenti in Italia gioca d’azzardo, tra  scommesse sportive e videopoker. I danni alla salute per la ludopatia sono meno evidenti rispetto a droghe, alcol e fumo, ma quasi ugualmente gravi.

Parliamo ora di alcune celebrità, dipendenti, in misura diversa, dal gioco. Marco Baldini: la sua storia è raccontata in un libro, Il giocatore, con un titolo che ricorda Dostoevskij. Baldini ha perso tutto. Un personaggio famoso, popolarissimo alla radio, con il suo amico Fiorello. Sembrava anche che avesse allontanato gli incubi della ludopatia. Invece no! Oppresso dai debiti si è separato dalla moglie, anche se tuttora se ne dice innamorato. Marco ha più volte confessato in tv che in conseguenza dei debiti di gioco avrebbe ricevuto pesanti minacce dagli strozzini. Per lo showman il vizio è iniziato da giovanissimo: a 12 anni vinse 600 lire con una puntata di 100 sui cavalli.

Emilio Fede è stato un frequentatore assiduo dei casinò, in particolare a Montecarlo, dov’era quasi di casa. Tuttavia ha patito varie sofferenze, ingiustamente. Negli anni ’80 ad esempio fu accusato di essere complice di una banda di bari, che poi truffavano ignari avversari a poker. Fu prosciolto, però la Rai lo mise in un angolo (era stato un brillante direttore del Tg1). Ha dichiarato: «È vero, per alcuni periodi della mia vita ho frequentato le case da gioco. Quando ho capito che stava per diventare una strada senza ritorno, ho smesso: una trentina d’anni fa». Uscito dalla Rai ha trionfato come direttore del Tg4 per oltre 20 anni, amico fidato di Silvio Berlusconi. Una volta diventato noto al grande pubblico, la sua presenza non passava inosservata ai tavoli da gioco. Soprattutto le vincite. Due le più note: la prima negli anni ’90 quando sbancò la roulette di San Remo per quasi mezzo miliardo di lire. La seconda nei primi anni del Duemila. Ancora roulette vincente, al casinò di Saint Vincent (oltre 1 milione di euro).

 Sean Connery, popolarissimo come James Bond, l’agente speciale più famoso nel mondo del cinema. L’attore scozzese è un appassionato giocatore al casinò: la roulette è il suo gioco prediletto, il numero preferito è il 17, che invece viene considerato dalla maggior parte dei giocatori il numero iellato che più iellato non si può. E invece, secondo leggenda, si dice che nella pausa di una sessione di riprese in Italia, nel 1963, Connery decise di passare una serata al casinò, puntando in maniera continua sul numero 17. Dopo una iniziale delusione la costanza premiò Sean, che riuscì a vincere 15 milioni di lire.

Ben Affleck. Un grandissimo appassionato di blackjack, in possesso di una particolare mente matematica. Una volta è stato estromesso da un famoso casinò di Las Vegas, con l’accusa di aver contato le carte durante una partita. E l’attore ha commentato: «A volte i casinò sono dei cattivi perdenti», ma è noto che contare le carte nel blackjack è una pratica sgradita a tutte le sale da gioco.

 Robert De Niro è il grande protagonista di un bellissimo film ambientato nel mondo del gioco, Casinò, del 1995, per la regia di Martin Scorsese. Ma il suo rapporto con le case da gioco non si ferma al grande schermo: da sempre De Niro è un appassionato giocatore, che ha deciso di investire parte dei suoi guadagni nel business dei casinò e dei resort di lusso. In particolare nel paradiso tropicale di Antigua e Barbuda, per un progetto complessivo di 250 milioni di dollari. Prima di questo, un’altra avventura imprenditoriale di De Niro aveva come protagonista il gioco, con un forte investimento nel Nobu Hotel di Manila, in una struttura che ospita, oltre ad uno spettacolare hotel di lusso, anche un casinò con 380 tavoli da gioco e 1.700 slot machine.

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