Geraci (ex Mise): «La crisi Usa/Cina non danneggi i rapporti commerciali tra Roma e Pechino»

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Lo scontro tra Usa e Cina e le restrizioni imposte dall’amministrazione Trump all’importazione di tecnologie cinesi anche da parte di Paesi alleati dagli Stati Uniti devono essere superati in modo pragmatico e non si può permettere che l’interscambio tra Roma e Pechino subisca una battuta d’arresto». A prendere una posizione così netta è Michele Geraci, palermitano, già sottosegretario al Ministero per lo sviluppo economico nel governo Conte 1 (in quota Lega) e grande conoscitore del mondo economico asiatico.

Geraci è docente di finanza in tre università, Nottingham Ningbo China, New York University Shanghai e Università dello Zhejiang, e dopo una lunga esperienza manageriale e accademica ha vissuto per dieci anni in Cina. È stato uno dei principali ideatori del progetto Belt&Road, noto anche come la Via della Seta, per creare un legame economico più stretto e organico tra l’Europa e la Cina.

«Lo scontro tra Usa e Cina viene da lontano, ed è da almeno cinque anni prima dell’elezione alla presidenza degli Stati Uniti di Donald Trump che si parla di porre un limiti alle importazioni e alle esportazioni di beni strategici, in particolare tecnologici, tra l’Occidente e la Cina», spiega Geraci. «Un vero salto di qualità è tuttavia avvenuto con il China Ban deciso quest’anno dall’amministrazione Usa , che è slittato a settembre a causa della pandemia e che potrebbe slittare ulteriormente. Questa politica impone anche ai Paesi alleati degli Stati Uniti di limitare la dipendenza tecnologica da Pechino in settori strategici come quello delle telecomunicazioni».

In realtà, secondo Geraci, i principali Paesi europei hanno dato prova di grande pragmatismo e capacità di scegliere in modo autonomo il tipo di rapporti economici da coltivare con la Cina. «La Gran Bretagna, che in teoria dovrebbe essere il Paese più appiattito sulle posizioni statunitensi, vista anche la crisi di Hong Kong, non ha esitato a dare il via libera a un progetto di investimento del valore di un miliardo di sterline che vede coinvolto il gruppo tlc Huawei e l’Università di Cambridge. Anche Angela Merkel nelle sue 12 visite a Pechino condotte in questi anni, in pratica una all’anno, ha sempre evitato toni ideologici e badato ai risultati pratici. Oggi l’experto di Berlino verso la Cina ammonta ad oltre 85 miliardo euro», sottolinea Geraci.

In questo contesto la posizione dell’Italia appare più conraddittoria. «Si sta diffondendo nel nostra Paese un sentimento anticinese che andrebbe contrastato. Ci sono esempi di collaborazione virtuosa, come quello del porto di Trieste, in cui, si badi bene, non c’è alcuna cessione delle infrastrutture portuali ai cinesi, ma soltanto degli accordi di principio di potenziali cooperazioni future per lo sviluppo di collegamenti ferroviari destinati al Nord Europa, in modo da intercettare una parte degli scambi che attualmente si svolgono attraverso il porto di Rotterdam.

La vera posta dell’interscambio italo-cinese, tuttavia è legata alla crescita delle Pmi. «Il mercato cinese offre un potenziale di sbocco e di collaborazione enorme e il progetto Belt&Road, cui ho lavorato personalmente durante il governo Conte 1 aveva l’obiettivo di far aumentare gli scambi tra Italia e Cina dagli attuali 13 miliardi (che salgono a 30 se si considerano anche gli scambi indiretti, che passano attraverso altri Paesi) ad almeno 40». E tutto questo, secondo Geraci, è un risultato che si può ottenere senza rinunciare alle posizioni critiche nei confronti del governo di Pechino, ad esempio sulla vicenda Hong Kong. «Ma a patto che questi temi delicati vengano trattati nelle sedi diplomatiche opportune e che non diventino materia di competizione elettorale tra le forze politiche italiane, ma siano discussi in modo pragmatico con l’obiettivo di ottenere risultati concreti».


Corriere.it

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