Del rapporto Stati Uniti d’America Cina: indispensabili istruzioni storiche per l’uso

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(di Mauro della Porta Raffo, Presidente onorario della Fondazione Italia USA) La Diplomazia Cinese ai tempi del ‘Regno di Mezzo’ e conseguenti articolazioni.
“Nei periodi di maggior potenza, la Diplomazia del ‘Regno di Mezzo’ costituiva una razionalizzazione ideologica per la promozione della potenza imperiale.
Nei periodi di declino serviva a mascherare la debolezza e a manipolare a proprio vantaggio le rivalità degli avversari.
In confronto a più recenti potenze che si sono contese il potere assoluto, la Cina (non ‘una civiltà’, ma ‘la Civiltà’, con l’iniziale maiuscola) era un Impero soddisfatto con limitate ambizioni territoriali…
L’obiettivo una periferia obbediente e divisa, anziché direttamente sottomessa al controllo cinese.
Il fondamentale pragmatismo caratterizzante quei (lunghi) tempi trovava la sua espressione più notevole nel comportamento verso i conquistatori.
Quando un sovrano straniero vinceva in battaglia, l’elite burocratica cinese offriva i propri servigi ai vincitori sulla base del (logico, altresì per questi stessi) presupposto che un territorio così vasto e peculiare come quello che avevano appena conquistato poteva essere governato soltanto usando i metodi, la lingua e la burocrazia già esistenti.
Ad ogni generazione subentrante i nuovi (in origine) bellicosi arrivati venivano a trovarsi (si pensi alle Dinastie Yuan e Qing, alla Mongolia e alla Manciuria, pertanto) sempre più profondamente assimilati in quell’ordinamento che avevano cercato di dominare.
Alla fine, i loro stessi territori natii – punto di partenza delle invasioni – sarebbero stati considerati ‘luoghi’ della Cina medesima.
E si sarebbero ritrovati (consenzienti, più o meno consciamente) a promuovere i tradizionali interessi nazionali cinesi capovolgendo completamente l’originario progetto di conquista”.

Così, in Varese, adesso, nelle prime ore del giorno decembrino dell’anno della pandemia 2020 dedicato dalla Chiesa a San Geretrando di Bayeux, certo che la rilettura del testo appena riportato – che ho pensato opportuno nella circostanza rielaborare, eliminando inciampi e ripetizioni di traduzione, e non poco ampliare – vergato da Henry Kissinger nel suo imperdibile ‘On China’, 2011, sia fondamentale, nelle sue (da me probabilmente aggravate) manchevolezze, per gettare le basi storiche di, se non ogni, molte argomentazioni in merito al rapporto, universalmente alle bisogna esteso ed oggi imprescindibile tra l’America – ‘trumpiana’ o ‘bideniana’ (in qualche modo, dispiace, poca cosa comunque) che sia stata e possa essere – e gli eredi, apparentemente diversi dal narrato ‘allora’, ed invece i medesimi e memori ed estremamente capaci.
Così come per nulla dimentichi – tutt’altro, ci mancherebbe – del profondamente sofferto e intelligentemente, sapientemente, con la dovuta astuzia, da riscattare ‘Secolo dell’Umiliazione’ (dalle ‘Guerre dell’Oppio’ alla proclamazione da parte di Mao Zedong della ‘Repubblica Popolare’) che costrinse ed offese – per quanto nel 1863, giustamente non ancora ‘compreso’, l’allora Imperatore avesse inviato ad Abraham Lincoln una paternalistica missiva trattando consuetamente questi evidenti ‘disturbatori’ – il Grande Paese, ‘momento’ di portata davvero epocale dagli USA stessi e dall’Occidente dimenticato, se mai in qualche modo e periodo effettivamente percepito.