Crisi climatica: un freno alla produzione di carne entro il 2030

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Diminuire il consumo di carne libererebbe suolo da destinare alle foreste, lo strumento più efficace per la cattura di anidride carbonica.

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Il picco nella produzione di carne (cioè il momento di massima espansione degli allevamenti animali) dovrà avvenire presto, entro i prossimi dieci anni, se vogliamo contrastare l’emergenza climatica. È l’auspicio espresso, durante la recente COP25 di Madrid, in una lettera pubblicata sul Lancet Planetary Health journal: per ridurre il rischio di oltrepassare gli 1,5-2°C di riscaldamento globale auspicati dagli Accordi di Parigi, occorre fissare un limite temporale oltre il quale la produzione di animali da carne di ogni specie non continuerà ad aumentare, come invece è accaduto negli ultimi 30 anni.

METÀ DELLA TORTA. Di “picco” si sente spesso parlare in relazione all’estrazione di petrolio, ma il messaggio di Helen Harwatt dell’Animal Law & Policy Program dell’Università di Harvard, condiviso da un gruppo di oltre 50 scienziati, è che se non conterremo la crescita degli allevamenti animali, ogni speranza di rimanere entro i +1,5 °C di riscaldamento globale sarà vanificata. Dal 1990 al 2017 la produzione di carne, latte e uova è passata da 758 a 1.247 milioni di tonnellate: se dovesse continuare ad aumentare a questi ritmi, già nel 2030 il settore assorbirebbe, da solo, il 49% del budget totale delle emissioni disponibili per restare nei limiti degli Accordi di Parigi. E a tutti gli altri ambiti economici (trasporti, energia) sarebbero richiesti tagli “non realistici”.

APPETITO INSOSTENIBILE. Oltre a generare grandi quantità di metano, gli animali da pascolo occupano suolo che viene sottratto alle foreste, al momento lo strumento più efficace conosciuto per estrarre CO2 dall’atmosfera. Oltre l’80% delle terre coltivate è destinato a sfamare gli animali di allevamento, che però provvedono al 18% soltanto delle calorie fornite dal cibo. Ridurre il consumo di carne e latticini, oltre a tagliare le emissioni di metano (un gas serra più dannoso dell’anidride carbonica, anche se di vita più breve) libererebbe terra da destinare alla vegetazione.

SPUGNE PER CO2. Per cercare di limitare il global warming a +1,5 °C con una probabilità del 66% dovremo non solo limitare le emissioni di gas serra, ma anche, si legge nell’analisi, rimuoverne approssimativamente 720 miliardi di tonnellate dall’atmosfera. Il modo migliore per farlo è ripristinare la vegetazione naturale, come la copertura forestale: per raggiungere emissioni nette zero (emissioni uguali agli assorbimenti) entro il 2050 bisogna iniziare da subito. Senza questo recupero di suolo e di verde, la rimozione di CO2 dall’atmosfera dovrebbe affidarsi a metodi “ancora non testati su larga scala”.

SOLO L’INIZIO. Oltre a fissare un limite di tempo per frenare l’espansione degli allevamenti animali, bisognerà individuare i settori responsabili delle maggiori emissioni e del maggiore consumo di suolo per interventi ad hoc; variare la produzione agricola investendo specialmente sui legumi; e garantire una transizione graduale, per permettere a chi opera nel settore di diversificare la produzione.

Questo sforzo è richiesto soprattutto ai Paesi dal reddito medio-alto: nel mondo ci sono circa 800 milioni di persone senza cibo a sufficienza – è evidente che le priorità non possono essere ovunque le stesse. Quello in campo alimentare è comunque solo uno degli impegni necessari per contrastare la crisi climatica. Il progressivo abbandono dei combustibili fossili rimane necessario.

Focus.it

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