Terroni caput mundi / La fotografia e il perduto incanto

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Ritratti e pose d’autore. Gli artisti si sfidano all’ultimo scatto

L’ULTIMA IDEA DI RUBBETTINO PERDUTO INCANTO DELLE FOTO

(di Cesare Lanza per Il Quotidiano del Sud) L’ultimo exploit dell’editore calabrese Rubbettino (il fondatore fu Rosario, nel 1972 a Soveria Mannelli) è “Il perduto incanto. Indagini sulla fotografia” di Salvatore Piermarini. Michele Smargiassi ha scritto su la Repubblica: “Un fotografo non dovrebbe mai scrivere un libro, ma solo illustrarlo”. Perché “vedere è più necessario che scrivere”. Bè, se sei un fotografo, la seconda cosa è sicuramente vera. Quanto alla prima, vedete, il mio amico Salvatore la contraddice dolcemente nel momento stesso in cui la afferma. Perché quel consiglio lo trovo in una delle oltre quattrocento pagine (sì, molto illustrate con le sue fotografie, ma soprattutto scritte con le sue parole) del suo libro…

SALVATORE PIERMARINI, GRANDE FOTOGRAFO DEGLI ARTISTI

Salvatore Piermarini è un grande fotografo appartato e profondo, settantenne tondo quest’anno, un fotografo di artisti a cui anche l’etichetta di reporter veste bene, ma a volte un po’stretta, un antropologo forse, concettuale a volte, comunque avido di visioni umane negli estremi del disagio come negli splendori delle metropoli, discepolo intellettuale di due grandi maestri che sembrerebbero così distanti, Ugo Mulas e Wim Wenders. Per Salvatore il mestiere del fotografo è molto lontano dalla ossessione della perfezione che sembra travolgere i suoi colleghi di oggi, assistiti da software più potenti della loro capacità di scelta. E così Salvatore rivendica il ruolo “dell’imperfezione, del non finito, dell’incertezza, del dubbio perenne, delle zone d’ombra, delle indicazioni e delle presunzioni”. In una parola: pensa che la cosa migliore che si possa fare alla fotografia, oggi, sia “restituirle l’impotenza”. […] “Non c’è ancora nessuna intelligenza artificiale in grado di sostituire il perenne vagare del fotografo”, rivendica Salvatore. Con una verve che lo porta a rifiutare per principio la tecnologia digitale, “ambiguo impalpabile video gioco di massa”. […] Capisco quel
che cerca di salvare. Salvare l’antropologia del fotografo, non demiurgo sovrumano (grazie alla tecnica) ma “piccolo puntatore di sguardi”,“peccatore invasato che non conosce pentimento”, perfino “irriducibile presuntuoso”nella sua ambizione di condividere sguardi sul mondo reale, qualunque scelga fra le due mosse alternative del torero: il recibiendo (attendere il toro del reale coi piedi ben piantati al suolo) e il volapié (corrergli incontro, scartarlo e banderillarlo al volo). Piermarini ha fatto entrambe le cose, in realtà, le ha mescolate, ha fotografato le architetture a mano libera come fosse un reportagista, ha fatto ritratti statuari, ha raccolto con precauzione e costruito con emozione. Da “disciplinato e fedele fotografo visionario, quanto basta per essere anche molto indisciplinato”».

MASSIMO MAUGERI, DA CATANIA STRAZIANTE RITRATTO DI DONNA

Massimo Maugeri (Catania, 1968), giornalista e scrittore, presentatore di programmi radiofonici, ha proposto alla libreria Coop Zanichelli di Bologna il suo libro “Cetti Curfino” (La nave di Teseo). Intrigante la recensione di Amedeo Lamattina su Tuttolibri (La Stampa): «A volte è più facile riscattare e criticare la vita degli altri. Fare la stessa cosa con la propria vita può diventare un’impresa complicata e dolorosa, se sembri segnato da un destino ineludibile. Se poi sei una donna del popolo e ti arriva una telefonata per comunicarti che tuo marito, muratore in nero, italiano e non migrante, è volato come un angelo disgraziato da una impalcatura senza protezione,allora hai poche possibilità.

SARÀ LA BELLA “BUTTANAZZA”? NO, PIANGE LACRIME SALATE…

Cetti Curfino potrebbe fare la buttanazza, come le suggerisce il cognato che intanto le “munge le minne” per dieci euro, poi cala a cinque perché il marito della sorella è un altro sfigato e violento con la moglie. E, mentre lui munge, lei piange e assaggia le sue lacrime salate, “il sale del dolore”. Potrebbe chiedere un posto di lavoro per il figlio, ora orfano, al politico a favore del quale il marito aveva fatto la campagna elettorale per anni e anni. Cetti, dotata di “una bellezza ferale”, di quelle che tolgono il fiato,sceglie la strada che la porta in una cella.

LA DISPERAZIONE, ALLA RICERCA DELLA PROPRIA VIOLATA DIGNITÀ

Massimo Maugeri ci conduce dentro questa prigione, ci fa entrare nella testa di una donna che concentra l’umiliazione e la disperazione di milioni di donne alla ricerca della propria dignità. Non è un’attrice in cerca di successo nel letto di un produttore maiale; Cetti Curfino non sa cosa sia #MeToo;è una donna invisibile che prima sopporta in silenzio, poi urla et ira fuori gli artigli. Il paradosso è che non lo fa per lei, ma per il figlio, un ragazzo ottuso che la odia e la ripudia perché ha il suo onore da salvaguardare. Non mancano le sorprese nell ibro di Maugeri, che nasce da una pièce teatrale e sa calarsi nella testa e nel dolore di una donna vessata e condannata. Il j’accuse di un uomo scagliato contro gli uomini stessi».

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