Terroni caput mundi / Il romanzo di Marco Giampaolo

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L’allenatore del Milan e il suo passato così misto

(di Cesare Lanza per Il Quotidiano del Sud) La vita e la carriera di Marco Giampaolo, neo allenatore del Milan (52 anni, 2 agosto 1967, figlio di meridionali di Giulianova) sono degne di un romanzo popolare. Ha raccontato di sé: “Sono natoa Bellinzona perché mio padre eramuratore, mia madre operaia tessile. Erano andati a cercare fortuna in Svizzera. Poi sono tornati a casa, ci hanno fatto studiare e ci hanno insegnato che l’onestà e la serietà sono tutto. Un giorno mio fratello ha trovato un portafogli ben fornito accanto a un’auto, l’ha portato a casa e mio padre gli ha detto: bene, adesso lo portiamo ai carabinieri”. La sua carriera è ricca di colpi di scena, di alti e bassi, successi e delusioni. Con un messaggio del dicembre 2007 Giampaolo rifiutò di tornare al servizio del Cagliari di Cellino (oggi proprietario del Brescia): “Dignità e orgoglio non hanno prezzo”, aveva scritto al suo avvocato, in risposta al telegramma del Cagliari, che (in quanto stipendiato dal club) lo richiamava in panchina, dalla quale era stato licenziato, dopo le dimissioni di Nedo Sonetti. Poi c’erano state due buone stagioni a Siena, la seduzione e l’abbandono da parte di una Juventus in piena ricostruzione, un mezzo campionato a Catania dov’era poi stato esonerato con l’accusa di essere “noioso” (ed era stato sostituito da Simeone), un’esperienza fallimentare a Cesena durata nove partite.

IN CRISI ERA SPARITO DA BRESCIA E ‘CHI L’HA VISTO’ SE NE INTERESSÒ
L’episodio più incredibile, quando letteralmente sparì, addirittura “Chi l’ha visto?” si interessò al suo caso. Andiamo per ordine… Nell’estate del 2013 Giampaolo, fermo da quasi due anni, viene scelto da Gino Corioni come allenatore di un Brescia giovane e di buone ambizioni: il presidente gli propone un contratto biennale, il primo anno sarà di consolidamento e nella seconda stagione si punterà al ritorno in Serie A. La piazza però non gradisce molto: Giampaolo non conosce molto la categoria, ha stile e portamento un po’ “da sfigato” e soprattutto il preferito sarebbe Alessandro Calori, il tecnico che l’anno prima aveva portato il Brescia fino alla semifinale playoff. persa contro il Livorno. Giampaolo sceglie come suo vice Fabio Gallo, che era stato suo capitano nella primissima esperienza a Treviso nel 2003/’04,da allenatore-ombra del prestanome Adriano Buffoni. Ma è una mossa che porta le cose a peggiorare ulteriormente: agli occhi degli ultras bresciani Gallo è soprattutto il giocatore che nel 1995 lascia il Brescia appena retrocesso in B per passare all’Atalanta appena promossa in A, rimanendoci per sei stagioni. Dopo pochissimi giorni di ritiro la Digos consiglia caldamente a Gallo di partecipare a un incontro con gli ultras locali, che gli illustrano altrettanto caldamente i motivi per cui non può e non deve lavorare a Brescia. E lui se ne va immediatamente.

ASPRA CONTESTAZIONE DEI TIFOSI E GIANPAOLO DECIDE DI DIMETTERSI
Il campionato inizia lentamente, con tre pareggi nelle prime giornate e tre gol tutti segnati dall’immancabile “Airone” Caracciolo. Giampaolo è inquieto, sente i dirigenti che vanno nei club dei tifosi a promettere la Serie A, forse dubita anche di se stesso e lancia messaggi ai naviganti: «Se l’obiettivo è migliorare il sesto posto dell’anno scorso, ritengo necessari i rinforzi che ho chiesto», dice dopo uno sfortunato pareggio di Bari, dove i suoi colpiscono tre pali e una traversa. Sui giornali locali inizia a circolare una statistica antipatica quanto incredibile, scovata chissà da chi: il 14 settembre 2013 sono esattamente mille giorni che Marco non vince una partita ufficiale, esattamente dal 19 dicembre 2010, quando il suo Catania aveva battuto 1-0 proprio il Brescia con un gol di Maxi Lopez. Nella conferenza stampa precedente alla trasferta di Terni, che per molti è già ultima spiaggia, Giampaolo chiede rispetto: «Certe provocazioni e certe insinuazioni vogliono solo destabilizzare l’allenatore. È oggettivo parlare di mille giorni senza vittorie, quando non allenavi e la maggior parte di quei giorni li ho trascorsi a spasso con mia moglie o al mare?». Non lo è, ma per fortuna il discorso viene archiviato con la prima sospirata vittoria, un 2-1 in rimonta. 21 settembre, sabato. In casa contro il Crotone arriva la prima sconfitta in campionato. È fine settembre, fa ancora molto caldo, il sudore e l’ansia da prestazione fanno boccheggiare Giampaolo, più volte inquadrato a bordo campo in maniche di camicia, le mani sui fianchi, i denti che tormentano il labbro inferiore. Il primo zero della stagione innesca la contestazione che covava da tempo. I cori su Calori sono la colonna sonora del secondo tempo e l’antipa sto di quel che succede dopo. Otto tra i principali capi della Curva Nord chiedono e ottengono un confronto con Giampaolo in uno stanzino accanto alla zona mista. Chi li ha autorizzati? Il vicepresidente Saleri sembra chiamarsi fuori: «Non possiamo più essere ostaggio degli ultrà. Queste cose non devono più succedere, già un vice-allenatore è andato via perché non piaceva alla tifoseria… ora non mandiamo via anche Giampaolo». L’allenatore rifiuta di parlare ai giornalisti. Corioni lo rassicura pubblicamente, ma con qualche dubbio. Giampaolo non è propriamente dotato di una scorza alla Mourinho: ma perché fargliene una colpa? Il doppio uppercut subito da tifosi e presidente lo porta a gettare la spugna: dopo averle anticipate al DS Stefano Iaconi e a Fabio Corioni, l’unico maschio dei cinque figli del presidente, telefona a papà Gino e gli comunica le proprie dimissioni. Preso alla sprovvista, Corioni temporeggia: «Ne parliamo domani». E buonanotte. Proseguiremo domani…

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