Intervista al sapiente Paolo Nori, Huffington Post

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Di una cosa non è sicuro: «Non so se sarebbe meglio per gli immigrati se, al posto di Salvini, ci fossero i suoi avversari. I centri di permanenza temporanea eran dei posti orribili. I miei amici medici che lavoravano lì dentro li definivano: “Lager”. E, ogni volta che entravano in quei posti, si vergognavano per quello che vedevano. È stato un governo di centro-sinistra a istituirli, con la legge la Turco-Napolitano, non dei simpatizzanti della Lega».
Paolo Nori dice di essere solo «uno che scrive libri». Invece, è tante altre cose. Traduttore di grandi autori russi, narratore in pubblico, uno scrittore che ha creato un modo che non esisteva di usare la lingua italiana. La sua scrittura sposta le insegne delle cose, rimuovendole dal loro contesto abituale e innestandole in un altro, totalmente estraneo. Ha scritto sulla Verità, il giornale più sovranista d’Italia, strepitosi racconti della letteratura russa, dunque dell’idea politica fondamentale che sta sotto il testo di molti romanzi di quei grandi scrittori: «L’anarchia è un’idea meravigliosa. Provo una grande ammirazione per gli anarchici. Soprattutto, per quelli italiani degli anni Venti. Sono un grande esempio di coraggio e io aspiro a essere come loro. Solo che non so se ci riuscirò mai. Perché quel che sta dietro all’idea anarchica, è il pensiero che l’uomo sia buono. Io, ancora, non ci credo».
In un libro che curò qualche anno fa, si domandava: Ma il mondo, non era di tutti? Il verbo al passato non si riferisce a una realtà ormai perduta, perché il mondo in effetti non è mai stato di tutti, ma alla realtà immaginata dall’utopia: «Il problema non è Salvini, il problema è la nostra testa. Sono i nostri privilegi. Il nostro bisogno di difenderli a tutti i costi. Il mondo è sempre più diviso in due. Da una parte ci sono i ricchi, che hanno un certo numero di diritti. Dall’altra ci sono i poveri, che quei diritti non li hanno. Credere che eliminato Salvini tutto tornerà a posto mi sembra ingenuo. Perché prima non era tutto a posto. Nemmeno prima, vivevamo in un mondo di tutti».
Per ore, si potrebbe rimanere ad ascoltarlo parlare del suo ultimo libro, La grande Russia tascabile (Salani), nel quale, a un certo punto, affronta un argomento delicatissimo, il rapporto tra gli scrittori russi dell’epoca sovietica e il potere politico comunista, un tema in realtà universale ed eterno, che fa riflettere anche sul modo in cui alcuni scrittori italiani, tra cui Saviano, Sandro Veronesi, Michela Murgia, si stanno opponendo al governo Salvini-Di Maio.
Perché lei non si è fatto arruolare nel fronte anti Salvini?
«Perché mi sembra che questa protesta crei l’illusione che, una volta tolto di mezzo Salvini, tutti vivranno felici e contenti».
Invece, cosa si dovrebbe fare?
«Quando hanno chiesto qual è il ruolo dell’intellettuale a Iosif Brodskij, lui ha risposto che chi critica un male, per il solo fatto di criticarlo si sente nel giusto. E ha detto che questa è una cosa piuttosto diffusa, tra gli scrittori, e che lui non credeva fosse una cosa sana. E che c’era anche un problema di vanità, perché quando una nazione intera ti ammira, tu puoi dimenticare qual è il tuo vero mestiere. “Il tuo vero mestiere – ha detto Brodskij – è scrivere delle cose belle”. Mi sembra molto ben detto».
Non si può fare anche altro, mentre si scrive bene?
«Certo, ma scrivere bene, per uno che scrive, non è una cosa secondaria. Mi viene in mente quella poesia di Borges, I giusti: “Un uomo che coltiva il suo giardino, come voleva Voltaire. Chi è contento che sulla terra esista la musica. Chi scopre con piacere un’etimologia. Due impiegati che in un caffè del Sur giocano in silenzio agli scacchi. Il ceramista che premedita un colore e una forma. Il tipografo che compone bene questa pagina, che forse non gli piace. Una donna e un uomo che leggono le terzine finali di un certo canto. Chi accarezza un animale addormentato. Chi giustifica o vuole giustificare un male che gli hanno fatto. Chi è contento che sulla terra ci sia Stevenson. Chi preferisce che abbiano ragione gli altri. Queste persone, che si ignorano, stanno salvando il mondo”. Far bene il proprio lavoro, far bene quello che si fa, ha qualcosa di miracoloso».
Ha scritto che, dopo la povertà, spera non aboliscano anche la disperazione, perché le serve. A cosa, le serve?
«Prima o poi, a tutti quelli che scrivono libri, pongono una domanda per certi versi offensiva: “Perché scrive?”».
Perché è offensiva?
«Perché se uno ha letto un tuo libro e ti chiede perché scrivi, vuol dire che ha magari il dubbio che non sia un mestiere adatto a te. Comunque è una domanda che fanno a tutti, e, quando l’han chiesto a me, io ho risposto: “Per disperazione”. Ed è vero; io ho iniziato a scrivere nel 1996 e avevo 33 anni. Avevo lavorato in Algeria, nei cantieri di un’impresa di Parma. Poi, in Iraq. Poi, mi sono licenziato e mi sono iscritto all’università, l’ho finita, e mi sono rimesso a fare quello che facevo prima, a lavorare per un’impresa edile di Parma che, nel sud della Francia, a Nîmes, posava dei metanodotti. Guadagnavo bene, molto più di quanto avrei guadagnato in Italia. Ma per quattro mesi non ero risuscito a leggere un libro. Mi sono chiesto: “Che passione ho, io, per i metanodotti?” Mi sono risposto: “Nessuna”. E ero così disperato che mi son detto: “Ma perché non provi a guadagnarti da vivere con qualcosa che ti piace?”. Ci ho provato. Mi son messo a scrivere tutti i giorni. Mi sono dato due anni. E poco prima che scadessero, ho firmato il mio primo contratto. E poco dopo, il secondo. E sono ancora qui. Sempre a cercare quella disperazione».
Lei è cresciuto in Emilia-Romagna, è stato governato a lungo dalla sinistra.
«No, come dico nel libro, io, negli anni della mia adolescenza e della mia giovinezza, non sono stato governato dalla giunta regionale emiliana, né dalla giunta comunale di Casalecchio di Reno, che è il posto dove abito, né ero stato governato da quella di Parma, che è il posto dove ho abitato per tantissimo tempo. Io, piuttosto che da loro, sono stato governato da Bulgakov, da Chlebnikov, da Charms, da Mandel’štam, da Blok, da Puškin, da Anna Achmatova, da Lev Tolstoj, da Gogol’, da Dostoevskij, da Venedikt Erofeev, da Ivan Gončarov, e sono stato, a volte, per degli attimi, per dei giorni, per dei mesi, un suddito felice e riconoscente».
Si può essere davvero così estranei al potere?
«Sergej Dovlatov, una volta, ha parlato del rapporto che aveva il suo amico Brodskij con il potere sovietico. Scrisse: “Non viveva in uno stato proletario, viveva nel monastero del proprio spirito. Non si opponeva al regime. Non lo considerava. E non era nemmeno sicuro della sua esistenza. Quando sulla facciata del suo palazzo, a Leningrado, avevan montato un ritratto di sei metri per sei di Mžavanadze (segretario del partito comunista georgiano), Brodskij aveva detto “Chi è? Sembra William Blake…”. Io credo che gli scrittori siano per forza di cose da un’altra parte, rispetto a quella del potere politico. “Il colore della bandiera della letteratura – ha scritto Viktor Šklovskij negli anni venti – non riflette mai il colore della bandiera che sventola sulla cittadella del potere”».
Oggi, in Italia, il potere è fragile. Non le sembra un po’ facile, rivendicare questa distanza?
«Sicuramente la mia posizione è diversa, rispetto a quella di Brodksij, o di Šklovskij, che avevano a che fare con il potere sovietico, o agli scrittori russi dell’ottocento, che dovevano guardarsi dalla polizia degli zar, ma non posso nemmeno auspicare un ritorno alla dittatura che mi permetta degli atti eroici. Io sono tutt’altro che un eroe, sono pieno di difetti, e minimo, insignificante, ma il mondo che mi circonda, per quanto insignificante io sia, mi sembra così stupefacente. Scrivere mi permette di farmi crescere dentro la pancia una piccola macchina per lo stupore. La capacità di guardare anche la strada che c’è sotto casa mia e di vederla, tutti i giorni, come se la vedessi per la prima volta. E ogni tanto succede che la mia vita marginale e insignificante, diventa memorabile».
Mi faccia un esempio.
«Una volta, una quindicina di anni fa, ero al telefono con mia mamma, mi sono accorto, chissà perché, che la trattavo male; e ho realizzato che non era solo quella telefonata, ma ho visto, come se mi vedessi da fuori, che mia mamma, tra tutte le persone con cui avevo a che fare, era la persona che trattavo peggio e mi sono detto: “Ma sei deficiente? Ma che colpa ha questa donna? Cosa ti ha fatto, oltre a metterti al mondo e a volerti bene e ad aiutarti per tutta la vita?”. È stata una cosa che io non me la dimentico più fin che campo e, da quel momento, le relazioni tra me e mia mamma sono cambiate, e è cambiato il mondo, per me. Perché noi, come dice Tolstoj, disegniamo le nostre orbite intorno alle persone che ci stanno accanto. E cambiare la propria orbita significa cambiare il proprio mondo».
Basta così poco?
«Le sembra poco?»
Mi sembra qualcosa di molto individuale.
«In Viaggio sentimentale, Viktor Šklovskij scrive: “Se invece di cercare di fare la storia, cercassimo semplicemente di essere responsabili per i singoli eventi che la compongono, forse non ci renderemmo ridicoli. Non la storia si deve fare, ma una biografia”. A me sembra molto ben scritto».
Lei lo sa che potrebbe scattare immediatamente l’accusa di buonismo per quello che ha detto?
«È un po’ imbarazzante parlare di me e del giudizio che gli altri danno di quello che faccio. Ma, mettendo da parte la mia persona, non so se chi cerca di essere buono possa essere definito un buonista. Lev Tolstoj, per esempio, per tutta la vita si è preoccupato principalmente di quello: essere buono. Se qualcuno accusasse Tolstoj di essere un buonista, mi verrebbe da dire che non lo conosce bene. C’è tanta, acuta, benedetta cattiveria, in molte delle cose che scrive Tolstoj, la cattiveria di chi non si è rassegnato a fare una vita basta che sia, decisa dagli altri, ma che fa, tutti i giorni, lo sforzo, terribile, di scegliere da solo la propria direzione».
Nicola Mirenzi
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