La denuncia di 60 Lord: “Con Corbyn cresciuto l’antisemitismo fra i laburisti”

Share

«Il partito laburista accoglie tutti senza distinzione di razza, fede, età, identità o orientamento sessuale. Tranne, a quanto pare, gli ebrei». È il durissimo attacco lanciato da un gruppo di Lord laburisti contro il leader Jeremy Corbyn, pubblicato in un annuncio a tutta pagina sul quotidiano «The Guardian».

L’accusa getta benzina sul fuoco di una crisi da cui il Labour non riesce a uscire, e che nelle ultime settimane ha messo in secondo piano qualunque altro argomento all’interno del partito, perfino la Brexit. Mentre i conservatori che si apprestano a incoronare Boris Johnson come nuovo leader dovranno stare attenti a evitare che un caso speculare non scoppi in casa loro: Johnson nel passato è stato tacciato di islamofobia, accuse rinnovate nei giorni scorsi.

Ma intanto è Corbyn ad essere sprofondato in una crisi di leadership per lui senza precedenti. Più di sessanta Lord, circa un terzo del gruppo laburista della camera alta britannica, hanno firmato la lettera che lo accusa di aver «consentito all’antisemitismo di crescere nel partito e aver presieduto alla fase più vergognosa della storia laburista». E ancora: «Non ti sei preso le tue responsabilità. Hai fallito la prova della leadership». Parole riprese da Theresa May, che durante il Question Time ai Comuni ha brandito la pagina del «Guardian» e invitato il rivale a scusarsi.

Le accuse di antisemitismo rincorrono Corbyn dai tempi della sua ascesa a segretario nel 2015. Radicale di sinistra, anti-imperialista e anti-americano, Corbyn nel passato ha definito Hezbollah e Hamas «amici», ma ha sempre difeso il diritto dello stato di Israele a esistere. Da quando è segretario, il numero di denunce per presunti casi di antisemitismo è cresciuto (come anche il numero di iscritti al partito), e Corbyn è stato accusato di essere troppo tollerante. Alcuni deputati hanno lasciato il partito e i tre più importanti giornali della comunità ebraica britannica hanno parlato di «minaccia esistenziale alla vita degli ebrei nel Paese» in caso di Corbyn al governo.

Da ultimo, è stata un’inchiesta della Bbc a rintuzzare le polemiche: i fedelissimi di Corbyn, ha sostenuto il documentario, hanno cercato di interferire con i lavori di una commissione d’inchiesta, interna al partito ma indipendente, che gestisce le denunce, al fine di insabbiarle o quanto meno di sminuirle. Accuse smentite dal Labour con una reazione furibonda: ha accusato il programma di essere fuorviante e fazioso, e i testimoni che vi hanno partecipato di essere motivati dal desiderio di rimpiazzare Corbyn. Ieri il segretario ha ribadito la sua difesa ai Comuni: «Questo partito si oppone ad ogni forma di razzismo, qualunque sia – ha detto -. L’antisemitismo non ha spazio nella nostra società, nei nostri partiti e in nessuno dei nostri dibattiti». E ha cercato di passare la palla ai Tory, citando un sondaggio degli iscritti al partito in cui il 60% ha detto di vedere l’Islam come una «minaccia alla civiltà occidentale».

Le situazioni dei due partiti rispetto a presunti casi di razzismo, stando a quanto è emerso finora, non sono paragonabili, ma i Tory non sono immuni alle accuse, né lo è il probabile futuro segretario e primo ministro. Johnson ha usato linguaggio offensivo nei confronti delle donne velate («sembrano cassette delle lettere»); ha scritto, secondo una rivelazione del «Guardian» di pochi giorni fa, che l’Islam ha lasciato i paesi musulmani «secoli indietro» rispetto all’occidente; e ha deluso molti quando, dopo aver promesso un’indagine interna sull’islamofobia, ha invece optato per un’indagine contro ogni forma di pregiudizio.

Alessandra Rizzo, La Stampa