C’erano una volta / Giorgio Almirante

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Il fascista educato e ironico decisivo per la pacificazione

Diffidavo delle sue idee, ma mi trovai di fronte un gentiluomo d’altri tempi. Un politico di qualità superiore che educò alla democrazia i simpatizzanti più inclini alla rivolta

(di Cesare Lanza per LaVerità) Nei primi anni Settanta Giorgio Almirante venne a Genova per tenere un comizio. Ero al vertice del Secolo XIX, non avevo neanche 30 anni: politicamente, oggi me ne rendo conto con chiarezza, ero un giovane, come tanti altri, un po’ rozzo e incompiuto, nella ipotesi migliore avrei potuto considerarmi un anarchico impulsivo e provocatore. Vittima di pregiudizi, come la maggior parte dei ragazzi dell’epoca: rivoluzionari o comunisti immaginari o ex sessantottini senza lucidità. Guidavo il grande giornale borghese di Genova: non ero né borghese né rivoluzionario, né comunista e neanche ex sessantottino. Tiravo la carretta e lavoravo, come uno schiavo per mia volontà, da quando ero adolescente, mi ero sposato presto, avevo già tre figli oltre alla moglie da mantenere. Non mi accodavo al gregge ma i pregiudizi mi ingombravano la mente. Nella Genova di quell’epoca, dove la sinistra era prevalente e in alcuni settori dominante (nel porto, allora il più grande in Europa, e tra gli operai delle grandi aziende oggi scomparse), Almirante era un identificato «nemico», un detestato e spesso disprezzato fascista. E anch’io ero influenzato da quella corrente di pensiero ostile: per di più erano passati poco più di dieci anni da quando, nel 1960, Genova era stata protagonista della sanguinosa ribellione in piazza, in tutta Italia, contro il governo di Fernando Tambroni, sostenuto dai missini, eredi di Mussolini. Per il comizio di Almirante si temevano gravi incidenti. Invece, nulla di tutto questo: piazza della Vittoria, la più grande di Genova, era stracolma, per ascoltare l’oratore, la cui grandezza di affabulatore era riconosciuta anche dagli avversari. Dopo il comizio, Aimirante venne al giornale e conversai con lui per mezz’ora. Ero diffidente e fu perciò enorme la mia sorpresa, non priva di disagi e imbarazzo: mi trovai di fronte un gentiluomo d’altri tempi, educato, colto e ironico, realista e pacato, con idee drastiche ed estreme, ma espresse senza superbia né arroganza. Potevo essere suo figlio, lui era nato a Salsomaggiore nel 1914, stesso anno di mia madre, due anni dopo mio padre. Ma si rivolgeva a me non con un approccio di paterno sussiego, ma da pari, confidenzialmente, come fossimo coetanei. E oggi penso che Almirante, il grande fascista amante del dialogo, fu un politico di superiore qualità intellettuale, col merito di aver tenuto (faticosamente) in ambiti democratici milioni di elettori e simpatizzanti che altrimenti, fuori dalle istituzioni, avrebbero potuto creare disordini, rivolte, problemi d’ogni genere per la nostra fragile Repubblica.

Lascio la parola a testimoni autorevoli. Marcello Veneziani ritiene che Almirante sia stato il miglior oratore della Repubblica italiana: «Nessun democristiano o comunista reggeva il paragone con lui. Né statisti come De Gasperi o Einaudi, né intelligenze politiche come Togliatti e Moro, Craxi e Andreotti, Spadolini 0 Malagodi, Fanfani e Saragat. C’erano oratori efficaci nella prima repubblica, come Pajetta 0 Pannella, Nenni e Pertini, e più numerosi a destra; ma nessuno sapeva usare come lui le corde del cuore e dell’ironia, dell’arte oratoria e dell’invettiva politica, scorrendo con lievità da un genere all’altro e componendole tutte in una lezione di italianità e di italiano, nel senso liceale della parola». Gianni Alemanno: «Di Aimirante non potrò mai dimenticare quegli occhi carismatici, di un azzurro intenso, che quando ti guardavano ti passavano da una parte all’altra. Era la sua arma per coinvolgerti, per spingerti a fare di più nel partito, o per sfidarti. Non scorderò mai come mi puntò addosso lo sguardo quando passai con Pino Rauti. E poi i comizi a piazza del Popolo, da quel palco ti faceva davvero innamorare dell’Italia, di Roma. E ancora la sua lungimiranza impressionante, penso alla campagna per l’elezione diretta del sindaco e alla battaglia contro le regioni, insomma, alla capacità di scrivere un riformismo istituzionale per oltre vent’anni». Pietrangelo Buttafuoco: «Fu un uomo che aveva studiato in un ottimo liceo classico, aveva vissuto un’avventura meravigliosa e totalizzante identificata nella sua biografia, nel suo essere anche un eccezionale istrione. Il sogno l’ha vissuto: dannunzianamente fece della sua esistenza un capolavoro». Indro Montanelli: «Era il solo uomo politico cui potevi stringere la mano senza timore di sporcartela». Giorgia Meloni: «Se oggi si può parlare di pacificazione, lo si deve anche al suo contributo politico e morale. Gli piaceva dire “noi possiamo guardarti negli occhi” e l’Italia, soprattutto in questo momento ha un disperato bisogno di persone che possano dire al popolo: “Possiamo guardarti negli occhi”». Altero Matteoli: «Di fronte alla politica attuale ricordare la figura di Almirante mette i brividi. Lui, Berlinguer… sembra di parlare di secoli fa. Erano gli anni del grande scontro di idee, dei confronti sanguigni ma corretti, oggi è tutta una marmellata indistinta». Ignazio La Russa: «Ricordo un giorno d’autunno, pioveva a dirotto, in cui Almirante piombò in sezione: ci avvertirono poco prima, davanti a 200-300 ragazzi iniziò a parlare, parlare, parlare non curante della pioggia battente. Sapeva bene che l’esempio vale molto più delle parole, così iniziò invitandoci a «inventare» un nuovo linguaggio. Poi si interruppe e disse: “Che fate con questi ombrelli, toglieteli”. Parlò ininterrottamente per 50 minuti sotto l’acqua». Maurizio Gasparri: «Almirante invitò costantemente alla pacificazione tra gli italiani. E lo fece durante gli anni di piombo, in un tempo ancora non sufficientemente lontano dagli odi e dai rancori della guerra civile». Giorgio Napolitano: «Aimirante fu sempre consapevole che solo attraverso il riconoscimento dell’istituzione parlamentare e la concreta partecipazione ai suoi lavori, pur da una posizione di radicale opposizione rispetto ai governi, la forza politica da lui guidata avrebbe potuto trovare una piena legittimazione nel sistema democratico nato dalla Costituzione».

Ho incontrato molte volte Donna Assunta (la vedova di Giorgio Almirante). Ecco la sua reazione di fronte alle proteste per l’intitolazione di una strada di Roma al marito: «Queste polemiche nascono dopo la proposta di intitolare una strada di Roma a mio marito?… Ma che non la facciano questa via. Giorgio ha già un parco ad Assisi intitolato a lui, ha numerose altre strade che portano il suo nome. Alemanno è stato bravo e coraggioso ad avanzare questa proposta, ma se ciò deve portare a conseguenze di questo tipo io la strada non la voglio più». C’è un episodio famoso, all’epoca incredibile: la visita che Almirante decise di fare per omaggio a Enrico Berlinguer, per la sua morte, recandosi all’interno di Botteghe oscure, dove la salma era esposta all’immensa folla dei visitatori. In un’intervista al Fatto quotidiano, Assunta Almirante ne parla così: «Giorgio non mi disse nulla, come niente fosse si veste, aspetta Magliaro (suo capo ufficio stampa) ed esce. Neanche Magliaro era informato, così Giorgio si fa lasciare vicino a Botteghe oscure: “Ho un impegno, tu vattene al partito, ti raggiungo dopo”. Magliaro non si fida, lo segue, e quando lo vede dirigersi alla camera ardente, mi chiama; disperata telefono agli Interni. Al ritorno mi disse che era certo della reazione positiva dei comunisti. Berlinguer era una persona perbene». Quanto al suo matrimonio con Almirante, ecco il racconto di Donna Assunta. Fu amore a prima vista? «Io ero sposata con il conte Federico de’ Medici. Lui con la brasiliana Gabriella Magnarti. Ci siamo conosciuti in Calabria, dove Giorgio girava come un pazzo per comizi e sezioni del Movimento sociale. Viaggiava in treno in terza classe. Veniva da una famiglia di attori, sapeva sedurre. Ci siamo rivisti a Roma: non ci siamo più lasciati». Dal 1952 al 1988: 36 anni al fianco dell’uomo simbolo di un’area politica non sdoganata. Politica a pranzo e a cena? «Il partito era la vita. A Giorgio allacciavo le scarpe e sceglievo le giacche. Ma ero anche la sua coscienza critica. Non è mai stato antisemita. Aiutò la famiglia di Emanuele Levi. Ricambiato dopo il 1945, quando per i ragazzi di Salò la vita quotidiana era pesante ».

Almirante diceva: « La destra o è coraggio o non è, è libertà o non è, è nazione o non è, così vi dico adesso, la destra o è Europa o non è. E vi dico qualcosa di più: l’Europa 0 va a destra 0 non si fa». Sul fascismo: «In quel regime sono nato e cresciuto, a esso avevo creduto fino a ignorare 0 a scusare i suoi errori. Potevo abbandonarlo nel momento della sua disfatta? Il mio passato è stato quello. Non posso rinnegarlo. Cerco di farne rivivere quanto c’era di valido… Noi siamo caduti e ci siamo rialzati parecchie volte. E se l’avversario irride alle nostre cadute, noi confidiamo nella nostra capacità di risollevarci. In altri tempi ci risollevammo per noi stessi, da qualche tempo ci siamo risollevati per i giovani. Accogliete dunque, giovani, questo mio commiato come un ideale passaggio di consegne. E se volete un motto che vi ispiri e vi rafforzi, ricordate: Vivi come se tu dovessi morire subito. Pensa come se tu non dovessi morire mai». E ancora, in un’intervista a Daniele Protti per Il Lavoro: «Il Msi si è trasformato, da quel nucleo iniziale di reduci del fascismo. Ormai fa parte stabilmente della geografia politica dell’Italia repubblicana. È stato un processo lento e difficile. Bene: crede davvero che io possa pensare di chiudere la mia carriera, la mia vita politica, facendo il becchino di un partito che muore perché una generazione si spegne per motivi anagrafici e un’altra perché chiusa in galera? Creda davvero che sia così miserabile da avere questa ambizione da nostalgico rincoglionito?… Le dirò di più: io non voglio morire da fascista. Tanto che sto lavorando per individuare e far crescere chi dovrà prendere le redini del Msi dopo di me. Giovane, nato dopo la fine della guerra. Non fascista. Non nostalgico. Che creda, come ormai credo anch’io, in queste istituzioni, in questa Costituzione. Solo così il Msi può avere un futuro. Altrimenti sparirà». Almirante morì a 73 anni, il 22 maggio 1988 a Roma. Nel dicembre precedente nominò il giovane Gianfranco Fini suo successore e disse che nessuno avrebbe potuto dare del fascista a chi era nato nel dopoguerra. Morì un giorno dopo la scomparsa del suo avversario Pino Romualdi. I due leader missini hanno avuto esequie comuni nella Chiesa di Sant’Agnese in Agone a Roma. Il Comune di Altomonte, per volontà del sindaco socialdemocratico Costantino Belluscio, fu il primo a intitolare una via ad Aimirante. In diverse altre località esistono vie o piazze intitolate a lui. A Sutri, pochi giorni fa, il sindaco Vittorio Sgarbi gli ha intitolato una via.

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