Anche i robot sbagliano

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Provano a convincerlo. Ma lui nulla: non sente e non ne vuole proprio sapere di mettersi a ballare. Per riuscire ad impartire l’ordine vocale a Cruzr, robot alto circa un metro e mezzo, l’addetto della cinese Ubtech deve accedere alle impostazioni. E così, mentre all’Ifa di Berlino si corre verso la robotica e l’intelligenza artificiale (Ai), per la fiera capita di incontrare chi è costretto a premere il tasto pausa ed entrare nelle impostazioni.

Qualcuno tirerà un sospiro di sollievo: prima che i robot ci rubino il lavoro o che le Ai riescano davvero ad assisterci, c’è tempo. Anche se nessuno sa con esattezza quanto. “Entro il 2020 ci saranno 200 miliardi di oggetti connessi”, spiega dal palco Peter Kürpick, ospite di Lg. E’ il vice presidente di Here Technologies, azienda specializzata in mappe satellitari e navigazione un tempo nelle mani della Nokia e oggi di proprietà fra gli altri di Bmw, Daimler, Audi e Intel. “Provate ad immaginare cosa accadrà quando tutti questi apparecchi inizieranno ad esser gestiti da Ai”, aggiunge.

A rispondere è I.P. Park a capo di Lg Electronics, “L’intelligenza artificiale collegherà tutto. La vostra cucina imparerà i vostri gusti da quel che guardate in tv, l’auto a guida autonoma saprà da sola quando andare a scuola a prendere i bambini. I nostri dispositivi diventeranno intelligenti più li si userà. Impareranno con il tempo e con il tempo diverranno sempre più abili”. Si mette a dialogare con un esemplare della famiglia Cloi, robot di Lg che può farsi assistente e fattorino. E stavolta non ci sono incidenti. Al Consumer Electronics Show (Ces) di Las Vegas, a Gennaio, era caduto nel mutismo più assoluto generando molto imbarazzo.

Ma almeno Lg, malgrado l’incidente di percorso a Las Vegas, ha una visione del futuro (oltre a produrre splendidi tv ed elettrodomestici). Cosa che non si può dire per tanti altri che qui a Berlino hanno presentato solo piccole migliorie. Ed è una visione condivisa da colossi che hanno il potere di crearlo il futuro.

La promessa di I.P. Park è la stessa fatta da Sundar Pichai di Google e dalla Amazon di Jeff Bezos: le Ai saranno formidabili ma ci vuole tempo. Nell’attesa ci dobbiamo accontentare di altoparlanti intelligenti che riescono si e no a far partire un brano su Spotify o assistenti virtuali che mostrano efficienza solo quando si tratta di rintracciare un contatto della rubrica. Ma si stanno già evolvendo in aspirapolveri alle quali bisogna impartire un ordine due o tre volte prima che lo eseguano e robot domestici che fraintendono “previsioni del tempo” con “precisione del lampo” finendo per darci non le condizioni meteo ma una definizione scientifica di un fulmine.

I dispositivi in sé ormai valgono quello che valgono, il futuro e nei servizi. Meglio: nella combinazione fra l’intelligenza artificiale, Internet delle cose (Internet of things, IoT) e i business che si potranno costruire su questa rivoluzione. Avvenire alla Lei, il film di Spike Jonze del 2013, dove il protagonista si innamora della sua assistente digitale finché l’Ai (spoiler) non si accorge che gli umani sono limitati e noiosi. A noi dovrebbe andar meglio. Dialogheremo con il frigorifero chiedendogli di ordinare il latte mentre l’assistente sullo specchio smart ci mostrerà quali vestiti sono più indicati per la giornata comprando online una cravatta perché non ne abbiamo una che si abbina. Ci arriveremo, insistono a Berlino. E’ probabile. A patto di non dover entrare di continuo nelle impostazioni.

Jaime D’Alessandro, Repubblica.it

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