Patto con la Francia e sussidio di disoccupazione. Ecco il piano di Lega e Cinque Stelle in Europa

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Meno aggressiva di quanto scritto nel Contratto, la nuova maggioranza punta ad una miscela di investimenti e sostegno alla domanda. L’obiettivo è convincere Merkel e i tedeschi a cedere, ma per farlo bisogna abbandonare il sogno di un piano di spesa da 100 miliardi

Per chi attraversava la periferia nord di Milano quella scritta a caratteri cubitali era una presenza ormai familiare. Ora quel muro bianco a via Bellerio, sede storica dai tempi del Senatùr – rappresenta plasticamente il nuovo corso. Via «Lega Nord» ma soprattutto quel «basta euro» che ha contribuito al miracolo salviniano: dal 3 al 26 per cento in cinque anni, se i sondaggi non sbagliano. Ma cosa rappresenta quella vernice? La fine di un obiettivo o solo la rimozione di un tabù scomodo? «Quel che vogliamo fare in Europa è quel che abbiamo scritto nel contratto di governo firmato con i Cinque Stelle, né più, né meno», abbozza Claudio Borghi, l’ex funzionario di Deutsche Bank che non ha mai nascosto le sue opinioni antieuro. Che ne è della richiesta di cancellare un pezzo di debito pubblico? O dell’ipotesi di trasformare la Cassa depositi e prestiti in una nuova Iri? In realtà quel che resta in quelle due paginette in fondo al contratto rappresentano poco di quel che le bozze raccontavano, ma soprattutto non svelano le intenzioni del nuovo governo nei confronti delle istituzioni comunitarie. «Quel che faranno dipenderà da molti fattori, non ultimo il carattere del nuovo ministro», dice un vecchio amico dei leghisti, Giulio Tremonti.

Il Nord europeista

Secondo l’ultimo sondaggio di Euromedia il 57 per cento degli italiani vuole restare nell’Unione, il 60 è contrario all’uscita dall’euro. Fra loro ci sono molti elettori della Lega, e Matteo Salvini lo sa. Pochi giorni fa all’assemblea di Confindustria di Varese non c’era un solo imprenditore disposto a firmare l’azzardo dell’Italexit. Il presidente di Assolombarda Carlo Bonomi lo ha detto chiaramente: «Anche se non ci piace come ha funzionato, crediamo nell’Unione europea». La mancata nomina di Paolo Savona a ministro del Tesoro dimostra che l’appartenenza dell’Italia all’Unione e alla moneta unica non è solo una questione politica ma legale: dal 2001 sta scritta perfino nell’articolo 117 della Costituzione.

Le tracce del dialogo

Se – come fa l’ultimo numero dell’Economist – l’Italia giallo-verde somiglia a un gelato con la bomba dentro, la coppia Salvini-Di Maio finora ha passeggiato per le stanze europee con il cono in mano. Ma le tracce di un atteggiamento più realista ormai sono evidenti, a partire dalla scelta di Giovanni Tria come alternativa al poco cauto Savona. Lo testimoniano le parole di alcuni fra i più radicali oppositori della moneta unica, come il neosenatore Alberto Bagnai. Due giorni fa il professore di Pescara, noto per le battute poco urbane contro i giornalisti, in una serie di tweet postati in inglese dal suo alterego Alberto Seccai ha scritto che l’obiettivo della maggioranza gialloleghista è «solo un mix di investimenti e di sostegno alla domanda», l’unica strada per crescere di più e avere un debito sostenibile. «Non possiamo credere che i nostri amici europei avranno obiezioni contro questo approccio ortodosso». Frasi che sarebbero probabilmente sottoscritte senza difficoltà dal ministro uscente. Ma il segno più tangibile di un più concreto approccio ai rapporti con Bruxelles sono i contatti informali con il mondo giallo-verde, iniziati ben prima delle elezioni. Secondo quanto risulta alla Stampa una delegazione della maggioranza ha già abbozzato e discusso una strategia con alcuni fra i più alti funzionari di Bruxelles e Francoforte.

Trattati immodificabili

Dimenticate ciò che si legge nel programma di governo, come la modifica dei Trattati, o «il ritorno a Maastricht» A meno di non abbandonare la moneta unica o l’Unione, «per quel tipo di riforme è necessaria l’unanimità», spiega Tremonti. Tutto ruota attorno al piano franco-tedesco di riforma delle istituzioni europee. Per superare le resistenze di Angela Merkel – sempre più schiacciata a destra dall’avanzata della destra dell’Afd – Emmanuel Macron ha bisogno dell’Italia. Il Quirinale lo sa bene, e lo testimonia un fatto passato inosservato la scorsa settimana, nel momento più duro dello scontro fra il Quirinale e Salvini sul nome di Savona: l’irrituale telefonata di Emmanuel Macron al quasi dimissionario Giuseppe Conte. Possibile che il presidente francese non fosse stato avvertito dalla sua ambasciata di quel che stava accadendo nella Capitale? Ovvio che sì: la telefonata aveva proprio l’obiettivo di rimettere in pista il governo dei vincitori.

Il piano sul sussidio Ue

Come con Donald Trump, il pragmatico ex banchiere ha già fatto di necessità virtù: per lui, più che una minaccia, la maggioranza giallo-verde può trasformarsi in un’opportunità. I terreni di incontro fra Roma e Parigi sono molti: la denuncia dell’enorme surplus commerciale tedesco, la riforma del diritto di asilo, la durissima trattativa che inizia solo ora sul prossimo bilancio europeo che deve fare a meno dei fondi britannici. Il primo obiettivo della maggioranza giallo-verde sarà probabilmente un vecchio pallino di Pier Carlo Padoan: l’introduzione di un sussidio di disoccupazione europeo. Per l’Italia significherebbe contare su quasi quindici miliardi di fondi comuni.

Superare la resistenza dei tedeschi non sarà facile. Se la maggioranza gialloverde deciderà di procedere su questa strada, dovrà mettere nel cassetto i sogni del contratto di governo. Nelle capitali i costi del piano – non inferiore ai cento miliardi di euro – coperti con un enorme condono fiscale hanno provocato ilarità. Altrettanto prudente dovrà essere l’atteggiamento del neoministro Salvini sul tema dell’immigrazione. Eppure la sensazione è che la strategia aggressiva tenuta sin qui dal leader leghista abbia già ottenuto qualche risultato. «L’Europa deve mostrarsi più generosa con l’Italia sul tema migratorio», diceva qualche giorno fa a La Stampa il direttore dell’istituto Bruegel Guntram Wolff, già alto funzionario tedesco della Commissione. Macron è pragmatico, ma non fino al punto di spingersi su posizioni più vicine a Marine Le Pen che alle sue. La difficoltà della maggioranza gialloverde sarà trovare una sintesi fra le tentazioni europeiste e filoatlantiche di Di Maio e quelle di Salvini, finora attento a quel che accade nel blocco di Visegrad, capeggiato dall’autocrate ungherese Victor Orban.

La Stampa.it

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