Lo “Status-6”

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Vladimir Putin

Emerge, e non è una buona notizia, una nuova classe di super-armi, capaci di scatenare una corsa al riarmo tra le potenze principali – Stati Uniti, Russia e, di riflesso, probabilmente anche la Cina. Quando sono cominciate a girare, due anni fa, voci di un nuovo, gigantesco siluro nucleare russo – inteso a distruggere non le navi ma intere città portuali – non sono state credute. Ora però, una bozza della prossima Nuclear Posture Review del Pentagono accredita la minaccia come vera. In più, gli americani ammettono, ufficiosamente, di non possedere sistemi capaci di contrastarla. Lo “Status-6” è un siluro intercontinentale nucleare che monterebbe una testata monstre di 100 megaton. Avrebbe una “gittata”- se la si può dire per un missile subacqueo che viaggia a mille metri sotto la superficie – di 10mila chilometri. Sufficienti per arrivare dall’Artico russo a, poniamo, New York, in quattro giorni. L’ordigno – nome in codice “KANYON” – sarebbe lungo 24 metri, il doppio di un missile balistico russo della classe “Bulava”. È a propulsione nucleare. Gli esperti occidentali ritengono che, sia per il sistema di propulsione sia per la velocità di crociera (100 nodi, circa 185 km/h, molto alta per un siluro), dovrebbe essere tecnicamente “rumoroso”, facile dunque da individuare – ma non da intercettare. Gli Usa non possiedono, ad ora, contromisure efficaci alla profondità necessaria. Diventerebbe vulnerabile come si alza il fondale marino in vicinanza al bersaglio, ma ciò pone un altro problema. Significherebbe dover tentare di distruggerlo già nei pressi della destinazione, con il rischio di farlo esplodere comunque. Uno scoppio atomico delle dimensioni prospettate sotto il mare vicino a una città costiera provocherebbe non solo la sua distruzione ma anche uno tsunami di acqua radioattiva. L’arma però presenta punti deboli. È, in fondo, una sorta di drone, anche se subacqueo. Siccome le onde radio penetrano poco nell’acqua, dovrà essere a guida automatica, con la corsa predeterminata. In altre parole, potrebbe non esistere la maniera di richiamarla se, ad esempio, il motivo dell’attacco dovesse venire meno durante i giorni del suo viaggio. Come arma, non la si può brandire, si deve solo usare. Esiste inoltre la possibilità che, per un guasto o per un’azione di contrasto, possa cadere in mano al nemico, permettendo il recupero della bomba che porta. Infine, ad avere certezza che la minaccia sia reale, non dovrebbe essere difficile sviluppare le contromisure per neutralizzarla: non difficile, ma estremamente costoso, tale da togliere risorse da altri progetti di difesa altrettanto importanti. Un’arma, pure potenzialmente devastante ma dal controllo incerto e dall’efficacia dubbia è in sé di limitato valore strategico. La sua esistenza però pone un rischio inammissibile che obbliga il paese potenziale bersaglio a schierare, a qualsiasi costo, un’adeguata difesa. È così che funziona la “guerra nella pace”, con la continua creazione di circostanze contro le quali il
nemico deve per forza reagire, pur svenandosi nel tentativo di disporre sempre di un efficace rimedio. È la strategia che fece avere la vittoria agli Usa nella Guerra Fredda. L’iniziativa “Guerre Stellari” obbligò i sovietici o a seguire una strada tecnologica che non potevano assolutamente permettersi, oppure, senza più la capacità offensiva, a gettare la spugna. Vladimir Putin e i suoi c’erano. Impararono la lezione.

Nota Diplomatica, Gerente: James Hansen

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