Roberto Gervaso racconta la sua vita da nonno

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Ho appena compiuto ottantun anni. E ho tre nipoti, Tommaso di dodici, Jacopo di dieci, Leandro di otto. Non mi chiamano nonno, come dovrebbero, ma bamba, bizzarro diminutivo di bambambè, a sua volta, eccentrica derivazione da Roberto.

Da Milano in giù bamba non significa niente, ma nella metropoli ambrosiana è sinonimo (scusate l’understatement british) di stupidello, fratello minore, sprovveduto, ingenuo pirla, loro non lo sanno o, forse, non lo sapevano, ma io lo so. Lo so e, in fondo, l’involontaria apostrofe non mi è sgradita. È, a suo modo, una manifestazione di affetto e un po’ anche di compatimento.

Sono tre energumeni, tre teppisti, tre ribelli. Non fanno che litigare e malmenarsi, ma devo riconoscere che non mi hanno mai coinvolto nelle loro perigliose baruffe. Tommaso, a dispetto di ogni mio tentativo di dissuasione, sogna di fare il bomber o il giornalista. Va pazzo per la Juventus e con un’insistenza, ai limiti dell’insolenza, vorrebbe convertirmi alla sua, per me detestabile, fede. Detestabile perché io tifo, e non da oggi, per la Roma, come il mio amico oncologo Francesco Cognetti. Predilezione che tuttavia non ha minimamente compromesso la mia fratellanza con il professor Romeo, taumaturgo delle mie coronarie e del mio tronco comune. Del calcio Tommaso sa tutto, forse troppo. Una passione che il campionato del mondo in Russia ha esasperato. Il passaggio di Cristiano Ronaldo ai bianconeri l’ha reso folle, e la sua follia sta rendendo folle anche me. Studia quel tanto che basta per non essere bocciato. Non ha mai letto un mio libro; e quel che è peggio, o meglio (non so) è che non ha mai, dico mai, manifestato la doverosa intenzione di farlo. A dispetto dell’età, si veste come un dandy e indossa solo boxer griffati. Gli piacciono le ragazze, anche minorenni, e lui piace alle ragazze, a cominciare da Caterina, un’ucraina che spasima per lui.

Jacopo, il secondo genito, è un piccolo Apollo, un vero lord, che studia tanto quanto basta per essere non solo il primo della sua classe, ma di tutte le classi. Se gli chiedo un bicchiere d’acqua non me lo porta: me lo serve subito su un vassoio d’argento, a differenza di Tommaso che, invece di portarmelo, se lo fa portare da me. Jacopo sa quello che vuole, ma non ha ancora deciso quello che vuole. Le male lingue insinuano che il suo sogno sia fare il parrucchiere per signore e, nelle ore libere, l’avvocato divorzista. Riceve ogni giorno proposte di matrimonio da coetanee, su cui esercita un irresistibile fascino adolescenziale. Non ama come non lo amavo io i Promessi sposi e ad Alessandro Manzoni preferisce L’isola del tesoro di Stevenson e Ventimila leghe sotto i mari. Mezza giornata la passa, a differenza di Tommaso, che la passa tutta, davanti alla playstation. È anche lui un tifoso compulsivo della Juventus e il congedo di Buffon lo ha costernato fino alle lacrime e quel che è peggio, ne ha fatte versare a fiumi anche a me che avrò sempre nel cuore Totti. È una spia farmaceutica nata. Non posso assumere un ansiolitico o un sonnifero di cui ho disperatamente bisogno, se non con piglio furtivo, come uno scassinatore che teme il sibilo dell’allarme, senza che il mio nipotino tradisca il mio segreto.

Il terzo pupillo Leandro, affettuosamente ribattezzato Leandrino, è un pezzo unico e raro. A scuola fa i compiti anche per i compagni. Ha una volontà di ferro e la caparbietà di un piccolo despota ha le idee talmente chiare che riesce a confondere le mie, che m’illudo di avere chiarissime. Non mi ha mai dato un bacio: me li lancia frettolosamente e controvoglia. Ha due aspirazioni, sane ma contraddittorie. Vuole fare il cassiere di banca perché gli piace maneggiare e contare il denaro. Ma vuole anche fare il ballerino: un po’ Fred Astaire, un po’ Rudolf Nurejev. Lo farebbe con successo perché sente il ritmo, a differenza del nonno bamba che non distingue un valzer viennese da una rumba, un tango argentino da uno slow lento.

Una volta alla settimana vengono a dormire con noi e la canuzza nel lettone. Scalciano tutta le notte e io per chiudere occhio trasloco nella cuccia di Lola.

Roberto Gervaso, Il messaggero