Per monsignor Galantino, l’eutanasia e l’aborto creano la categoria di non-persone

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Intervista con il segretario generale della Cei Galantino. Il suicidio assistito è «una risposta sbrigativa». C’è «tanta gente osservante ma infelice, ligia ma non virtuosa»

Monsignor Nunzio Galantino

È un’esigenza «imprescindibile del nostro tempo, quella di dar vita a un’attenta analisi e a un confronto sui temi etici e bioetici, poiché la rapidità dello sviluppo tecnologico muta rapidamente gli stili di vita e modifica anche il modo in cui l’uomo concepisce se stesso e il proprio futuro, il rapporto con gli altri e con l’ambiente». Parola di monsignor Nunzio Galantino, segretario generale della Conferenza episcopale italiana (Cei). Vatican Insider ha intervistato il Vescovo emerito di Cassano all’Jonio a margine di una conferenza all’Università Bocconi su «Bioetica cattolica e bioetica laica: fra storia ed attualità», organizzata da Res ethica, associazione di studenti dell’Ateneo milanese. Nell’incontro il Presule aveva dialogato con il filosofo Giovanni Fornero.

Eccellenza, di che cosa hanno bisogno oggi etica e bioetica?  

«Come Aristotele, parliamo della felicità quale fine del cammino dell’uomo, ma lo facciamo in un contesto che così spesso assimila la felicità al divertimento, da non vederne più i contorni. Siamo così lontani dalla identificazione aristotelica tra etica e politica, che spesso ricadiamo in qualche forma più o meno celata di individualismo. Abbiamo così radicata l’idea che l’agire corretto sia conformità a una norma, che il ricorso al tema delle virtù, ben più radicate nell’uomo – in quanto suoi abiti interni – di quanto possano esserlo le leggi, rimane parziale e secondario. Abbiamo tanta gente osservante ma infelice, ligia ma non necessariamente virtuosa. Anche la bioetica risente di queste incertezze e, come l’etica, manca di un terreno comune per un confronto costruttivo. È l’antropologia il fattore dirimente, poiché è a partire dalla visione sui costitutivi dell’essere umano che si assume, che la cultura e la società prendono una forma o un’altra».

Quali sono le ricadute sulle questioni bioetiche della presenza sempre più determinante della tecnologia?  

«Il tema della vita rischia sconfitte. Il corpo, se è avvertito come oggetto esterno alla persona, diviene disponibile, in sé e negli altri, e si fa largo l’aspettativa, o ancor più la pretesa, che qualunque problema, perfino quelli collegati con il limite della propria esistenza, trovino una soluzione nel progredire della scienza o nell’illusione di una possibile “vita fisica senza fine”. Viene qui banalizzata o svuotata di senso l’esperienza della morte, con forti ricadute sul senso stesso della vita».

Qual è lo «stato di salute» e qual è il ruolo delle relazioni umane?

«Lo sforzo di riconoscere il valore del corpo e la sua centralità, in una concezione unitaria della persona, significa assicurare anche una concezione relazionale, aperta e solidale della persona umana. La corporeità, infatti, quale elemento che dà forma e caratterizza tutta l’esperienza umana, dice relazione, contatto con il mondo circostante e dialogo con esso. Il corpo lo si riceve dalla relazione originaria con i genitori, ed è attraverso di esso, nella scoperta di un “tu” con cui si relaziona, che il soggetto scopre di esistere come “io”. È la prospettiva fatta propria dal Personalismo comunitario che, con Emmanuel Mounier e non solo, assume come tratto essenziale dell’essere uomo, e quindi come esperienza originaria, l’esperienza più semplice e più comune ad ogni uomo: quella del rapporto con gli altri uomini e del contatto con le cose che lo circondano. È la prospettiva fatta propria anche da Martin Buber, per il quale alla domanda su chi è l’uomo non si può rispondere se non ricorrendo alla intersoggettività. Questa rimane una delle intuizioni fondamentali del pensatore ebreo e della sua filosofia dialogica, o meglio della sua “ontologia del tramite”. Vera ed unica alternativa all’individualismo e al collettivismo, per Buber, l’intersoggettività trova la sua esplicitazione proprio attraverso la relazione».

Che cosa sono per lei l’eutanasia e il suicidio assistito?  

«Un’antropologia che consideri con più serietà il limite come elemento che struttura l’esistenza stessa dell’essere umano, in ogni suo aspetto, pone le basi per un diverso rapporto tra l’uomo e la tecnologia, l’uomo e la vita, l’uomo e la malattia. È muovendo da questa consapevolezza che Papa Francesco ha definito la Chiesa come “ospedale da campo”, impegnata anzitutto a curare le ferite di un’umanità imperfetta, per la quale però il limite può divenire occasione di incontro e di misericordia, e quindi si fa porta per l’umano. Al contrario, tante concezioni bioetiche odierne, ignorando il carattere costitutivo e fontale della relazionalità, oltre a quello della fragilità, sviliscono il valore dell’esistenza personale, osservata con le due lenti, che formano uno stesso occhiale, dell’individualismo e del rifiuto del limite, che rende assurda la sofferenza. Nasce da qui, a mio parere, la via dell’eutanasia o del suicidio assistito. Faccio fatica a ritenerli segno di civiltà evoluta, come con eccessiva sicurezza si sente dire. Questa via rappresenta una risposta sociale, a mio parere, troppo superficiale e sbrigativa ai reali bisogni di chi soffre a causa di gravi malattie o infermità. La sua pratica suggerisce un messaggio falso e deleterio: esistono vite che, per le loro condizioni contingenti, non sono (o non sono più) degne di essere vissute. E la società preferisce liberarsene (anche in termini economici), anziché farsene carico. Una simile logica avrebbe come effetto finale quello di creare nella comunità umana una “sacca di scarto” virtuale, l’insieme di coloro la cui vita sarebbe ritenuta “non degna” e, di conseguenza, non meritevole di essere sostenuta dalla comunità».

E l’aborto?  

«La nostra società prevede vite di scarto anche ogni qual volta considera l’aborto una conquista di civiltà e un diritto civile. I 6 milioni di aborti legali – più quelli nascosti – praticati negli ultimi 40 anni si traducono in altrettante persone che non sono tra noi».

Che cosa accomuna queste pratiche?  

«Ciò che viene a mancare è la relazione: il soggetto non è più visto e non si percepisce come parte di una famiglia, come soggetto importante per altri ai quali verrebbe a mancare, ma solo come soggetto autonomo, nel caso dell’eutanasia, o come oggetto da eliminare, senza conseguenze sugli altri, nel caso dell’aborto.  Il contesto nel quale è maturato è abbastanza articolato, ma mi sembra negativamente emblematica la teoria di H.T. Engelhardt, che porta all’estremo la concezione utilitaristica e quindi individualistica del soggetto, arrivando ad affermare che: “I feti, gli infanti, i ritardati mentali gravi e coloro che sono in coma senza speranza costituiscono esempi di non-persone umane”. Ciò che le riduce al rango di non-persone umane è l’assenza di coscienza di sé come essere-in-relazione. Ammettere l’esistenza di un dualismo tra persona e natura umana significa che quando le polarità di questo dualismo non sono attivamente compresenti, “gli esseri umani non sono persone”. Dentro alla categoria di non persone, secondo questa teoria dagli effetti incalcolabili sulla società – sebbene i suoi fautori la ritenessero solo un terreno di studio teoretico e non direttamente applicabile – potrebbero di volta in volta rientrare categorie diverse di persone, a seconda dei parametri scelti per delimitare l’essere persona o meno, spalancando di fatto le porte alla discriminazione, nonché alla paura di rientrare, presto o tardi, nella categoria di “non-persona”».

Dunque qual è la via da percorrere?  

«Un’antropologia relazionale e solidale, fondata sulla consapevolezza del limite e sul bisogno di attenzione e cura che ogni persona porta in sé. È questa visione dell’uomo che Papa Francesco porta avanti dal giorno della sua elezione, e che ha descritto nelle due fondamentali Esortazioni “Evangelii gaudium” e, soprattutto, “Amoris laetitia”. Soprattutto quest’ultimo testo richiederebbe un approfondimento, che chiarisca le sostanziali novità che produce nell’etica e gli effetti di una visione dell’uomo improntata alla misericordia e alla condivisione».

Domenico Agasso Jr, Vatican Insider, La Stampa

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