Dire «vergogna» non basta per combattere le ingiustizie

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(di Cesare Lanza per LaVerità) Scommettiamo che la parola «vergogna» non è più sufficiente per stigmatizzare gli orribili eventi che ci indignano? Forse non siete d’accordo, ma io penso che le parole siano trappole, se sono abusate perdono vigore. Così, per me, succede per «vergogna». Quando avevo 20 anni, il mio direttore Antonio Ghirelli, al Corriere dello sport, la usò a caratteri enormi, in prima pagina, per la sconfitta della Nazionale con la Corea nei Mondiali del 1966. Un’esagerazione: in fondo era solo una partita di calcio. Ma funzionò, l’impatto fu enorme, le copie vendute moltissime. Guardiamoci intorno, oggi. Sarebbe efficace il titolo «Vergogna», per commentare l’orrenda notizia del bimbo inglese giustiziato perché considerato un malato inguaribile? O lo spettacolo indecente dei terremotati di Amatrice abbandonati dopo un anno di miserabili proclami di aiuto? O le omertà sull’assassinio di Giulio Regeni? O la tragedia del terremoto di Ischia, devastata da una scossa di quarto grado che non provoca danni in nessun Paese (civile) di questo mondo? Non credo. Provo la vergogna, io, di appartenere a una società incapace di giustizia e di evitare intollerabili scandali. Non solo. Anche un ultimo, beffardo problema. I responsabili di quella sconfitta con la Corea, evitabile ma tutt’altro che vergognosa, erano individuabili: undici calciatori e il loro ambizioso allenatore, Edmondo Fabbri. Ma oggi? Chi è il responsabile di cosa, chi dovrebbe vergognarsi di cosa? Le responsabilità non sono mai chiare, precise. E la nostra coscienza dovrebbe suggerirci nuove parole, anche per individuare chi ha la colpa di che cosa, ed esigere giustizia. Gridare vergogna non basta più.