Alitalia verso il commissariamento, vota l’assemblea dei soci

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Gli azionisti della compagnia si riuniscono per approvare la richiesta di amministrazione straordinaria. Poi la palla passerà al governo, che dovrà nominare gli amministratori reggenti a cui spetterà il difficile compito di salvare la società dal fallimento

Il giorno è arrivato. L’assemblea dei soci di Alitalia si riunisce (in conference call) per approvare la richiesta di amministrazione straordinaria della compagnia, che dovrebbe essere poi confermata dal consiglio di amministrazione. E’ il primo atto ufficiale della procedura di commissariamento, che scatta quando una società dichiara lo stato di insolvenza. Il secondo, come prevede la Legge Marzano del 2003 sul salvataggio delle imprese “rilevanti”, tocca al governo: il ministero dello Sviluppo economico, probabilmente già nelle prossime ore con un decreto, nominerà i commissari che prenderanno il timone della compagnia per mettere a punto un nuovo piano industriale. Ormai scontati nella terna i nomi di Luigi Gubitosi e Guido Laghi, a cui potrebbe affiancarsi una terza figura con competenze tecniche. Dalla nomina avranno 180 giorni di tempo per mettere a punto una strategia di risanamento.
Nel frattempo però, per continuare a far volare i suoi aerei, Alitalia ha bisogno di liquidità fresca che dovrà essere ancora una volta il governo a garantire. Da Bruxelles è già arrivato un via libera informale a questo prestito ponte, purché venga concesso “a condizioni di mercato”. Ma nelle ultime ore la somma necessaria ha continuato a lievitare: dai 300 milioni iniziali, oltre i 400, attorno se non sopra i 500 milioni. Dovrebbe essere concessa direttamente dal Tesoro, sul modello di quanto fatto con l’Ilva, e stanziata con un decreto della presidenza del Consiglio. Ma che si tratti effettivamente di un prestito, una somma cioè destinata a essere restituita, non è per nulla sicuro vista la possibile insolvenza di Alitalia. Con una compagnia in dissesto poi anche stabilire un tasso di interesse “di mercato” non sarà per nulla facile.
Come difficile si annuncia la missione dei commissari: fare in 180 giorni quello che non è riuscito in anni a generazioni di manager, pubblici e privati. La peggiore delle ipotesi, essendo esclusa da tutti la possibilità di nazionalizzare la compagnia, è che al termine di questi sei mesi non sia stato individuato un percorso credibile di risanamento. A quel punto l’unica strada sarà il cosiddetto “spezzatino”, una vendita al miglior offerente dei vari pezzi della compagnia (il marchio, gli aeromobili, gli slot aeroportuali, il programma Millemiglia, i rami industriali con relativi dipendenti), pagando con gli introiti i creditori e avviando la liquidazione. Il tentativo però sarà quello di correggere in maniera pesante costi e conti, in modo da rendere Alitalia appetibile in blocco per un eventuale compratore. Al momento non se ne vedono molti all’orizzonte: la tedesca Lufthansa, l’alleato più logico, si è più volte detta non interessata, anche se potrebbe trattarsi di pretattica. In assenza di acquirente, daccapo, scatterebbe la liquidazione.
C’è però l’incognita Matteo Renzi, il segretario Pd che nelle ultime ore, durante la campagna per le primarie, ha detto di voler presentare al governo entro il 15 maggio una proposta per salvare la compagnia. Le ipotesi sul tavolo si ispirano alla gestione di due recenti casi di commissariamento, la compagnia aerea Meridiana e l’acciaieria Ilva. La prima, dopo un lungo periodo di amministrazione straordinaria con massicci tagli ai costi (anche del personale), sta per essere rilevata al 49% dal vettore degli emirati Qatar. La seconda, dopo le note vicende giudiziarie e il commissariamento, è ora contesa all’asta tra la cordata Marcegaglia-ArcelorMittal e quella Arvedi-Jindal, con la partecipazione della Cassa depositi e prestiti. Un modello applicabile anche ad Alitalia, magari proprio con la partecipazione di Cdp? L’ipotesi pare difficile, anche perché richiederebbe un periodo di commissariamento molto lungo che dovrebbe essere sostenuto da diversi (e costosi) prestiti ponte, probabilmente pubblici. Una sorta di nazionalizzazione mascherata: quella che, a parole, tutti continuano a escludere.

Filippo Santelli, La Repubblica