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Dopo ottantacinque anni lo Stato italiano avrebbe deciso di mettere in vendita la sede dell’Istituto Italiano di Cultura a Bruxelles, l’allora “Casa d’Italia” acquistata nel 1932 con l’aiuto di alcune delle più importanti imprese italiane dell’epoca: Olivetti, Fiat e Pirelli.
Non è un piccolo ufcio polveroso con due poster rafguranti “Il Paese del Sole” attaccati al muro. La sede, al 38 della rue de Livourne, ospita oltre a una grande biblioteca, un teatro da 350 posti per concerti, conferenze e frequenti presentazioni di libri. È anche una notevole vetrina per il cinema italiano all’estero e ha offerto il suo palco a personaggi come Pupi Avati, Dino Risi, Renzo Rossellini, Ettore Scola, Alberto Sordi, Giuseppe Tornatore, Carlo Verdone e Lina Wertmuller. Altre sue sale accolgono mostre e manifestazioni di ogni tipo.
L’Istituto di Cultura, com’è evidente dalla data di fondazione, superò—Dio sa come—sia la Grande Depressione sia
una guerra che lasciò l’Italia stremata e al verde. Anche quando Bruxelles non era ancora diventata la nominale
capitale dell’Europa, pareva prioritario dimostrare in quella città che il Belpaese fosse qualcosa in più di un esportatore—all’epoca—di camerieri e di minatori di carbone.
Evidentemente qualcosa è cambiato. Siccome non è del tutto scomparsa la cultura italiana, probabilmente è un fatto di soldi. Non si sa però perché, della decisione di vendere, confermata ma non “annunciata”, non se ne trova traccia sulla stampa italiana.
Lo Stato italiano ha le casse vuote (peggio che nel primo dopoguerra?) e presumibilmente qualche gioiello si deve portare al Monte di Pietà. È vero anche che c’è molta altra “Italia” a Bruxelles, dove le istituzioni italiane attualmente presenti, per citare solo quelle più in vista, comprendono la Rappresentanza presso la NATO, la Rappresentanza presso l’Unione Europea, la Residenza dell’Ambasciatore in avenue Legrand, gli ufci della Cancelleria diplomatica e, in un’altra sede ancora, la Cancelleria consolare. Non mancano ICE, ENIT, ANCI, UPI, le rappresentanze di grandi aziende e perfno le “ambasciate” di molte Regioni italiane in cerca di visibilità estera.
Sono sedi sicuramente importanti, forse perfno di un’importanza vitale. Viene da pensare però… Se c’è una singola città al mondo dove conviene dimostrare—forse sopra ogni altra cosa—che l’Italia sia capace di pensare e di progettare, non dovrebbe essere proprio la capitale dell’Unione Europea?
Ora si vorrebbe sostituire la sede dell’attuale Istituto di Cultura con un modesto e angusto fabbricato—l’ex sala sportelli di una fliale di banca—privo di visibilità e situato in un cortile interno di un quartiere d’ufci, “inadatto alla sua funzione pubblica” secondo il quotidiano La Libre Belgique che, come altre testate belghe, ha avuto da ridire. Via con il teatro, via con i 18mila libri della biblioteca che dovranno finire in cantina.
Comunque sia, i frequentatori, italiani e non, che contestano il verdetto della presunta inutilità per il Paese della sede di rue de Livourne hanno creato una petizione online a Change.org con il comprensivo seppure lunghissimo link di https://www.change.org/p/on-angelino-alfano-no-alla-vendita-della-sede-dell-istituto-italiano-di-cultura-di-bruxelles per chi volesse unirsi a loro nell’obiettare a questo interessante caso di vista corta.

James Hansen