Stipendi ai portaborse, il taglio che non si fa

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L’Italia è l’unico Paese Ue nel quale i parlamentari ricevono un sacco di soldi per pagare i collaboratori, ma non devono rendere conto di come siano spesi. Qualcuno vorrebbe introdurre delle regole, ma i provvedimenti faticano ad andare avanti, e le norme vengono stralciate (vedasi il ddl Lombardi). Chissà come mai

montecitorioIn una specie di gara di inerzia parlamentare, se la battono testa a testa il ddl per ridurre l’indennità ai deputati con quello per dare delle regole sui compensi ai loro collaboratori. Il primo, voluto dai Cinque stelle, si è timidamente affacciato in Aula alla Camera la settimana scorsa, per essere subito rispedito in commissione Affari Costituzionali con uno schiaffone pre-referendario.
Il secondo, tuttavia, ha un destino ancora più mesto. Non è mai, in sostanza, stato preso in considerazione: le proposte di legge che lo trattano giacciono infatti in commissione Lavoro alla Camera, come semisvenute da circa due anni. Impedendo, peraltro, che la materia si affronti in altri provvedimenti. E dire che avrebbe tutte le carte in regola per segnare una piccola svolta, in tema di taglio delle spese destinate ai parlamentari.
Per pagare gli assistenti, i cosiddetti portaborse, un deputato ha infatti a disposizione 3690 euro al mese (4180 se è senatore): si chiama “rimborso spese per l’esercizio del mandato” e deve essere rendicontato solo per metà della cifra (l’altra metà è forfettaria, non servono documenti che attestino di aver speso quei soldi). Di fatto, scrive la deputata Dorina Bianchi proponendo di regolamentare la faccenda, “abbiamo a disposizione una cifra non irrilevante per pagare i nostri collaboratori e collaboratrici, e possiamo utilizzarla praticamente senza rendere conto di come venga spesa”. Del resto, come nota il deputato di Sel Giorgio Airaudo, a differenza di ciò che avviene negli altri Paesi Ue, “il nostro Paese manca di una disciplina complessiva che regoli i rapporti di lavoro tra i parlamentari e i loro collaboratori”, per cui l’illegalità scorrazza. La circostanza, tradizionalmente, ha dato in effetti luogo a simpatiche e svariate anomalie: a partire da quella per cui, per esempio, c’è chi lavora senza contratto. E giusto nei Palazzi della politica. Negli anni scorsi, invero, una regolamentazione si era tentata: ma poi la legislatura è finita prima che il provvedimento riuscisse a diventare legge. Anche stavolta, c’è chi si è premurato di avanzare una riforma: qualcuno proponendo che sia direttamente il Parlamento a pagare gli stipendi e i relativi oneri previdenziali ai collaboratori; qualcun altro ipotizzando che l’intera cifra messa a disposizione del parlamentare, per pagare chi lo aiuta, sia erogata solo a patto di finire effettivamente nelle mani del collaboratore (oggi, essendo obbligatorio rendicontarne solo metà, l’altra metà finisce in un luogo imprecisato tra le tasche dell’onorevole e le casse del partito).
Insomma le idee ci sarebbero. Peccato che sia tutto sostanzialmente fermo alla data di presentazione delle varie proposte, o poco più. Di recente, anzi, al tutto si è aggiunta la beffa: pure nel ddl Lombardi sul taglio degli stipendi ai parlamentari, c’era infatti una parte che riguardava gli stipendi ai collaboratori; ma in commissione Affari costituzionali è stata stralciata, eliminata, proprio con l’argomento che di quel tema se ne stava parlando già la commissione Lavoro, e non era possibile che due commissioni diverse si occupassero della stessa cosa. Il risultato è che, adesso, non se ne occuperà nessuna delle due: anche se c’è chi spera, invero con un qualche ottimismo, che alla fine la commissione Affari costituzionali tornerà ad affrontare il tema. Chissà.

L’Espresso

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