Libri, Alfonso Celotto e il suo Ciro Amendola, un“Virgilio” nella selva di leggi e burocrazia

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Può un“doppio” contenere e generare un altro “doppio”? Come in un gioco di specchi divertito e divertente, la risposta è: assolutamente sì.

di Daniele Capezzone

ciro-amendola-libroAlfonso Celotto vive in prima persona una feconda doppia identità. Da un lato, quella di autorevole, stimato e brillante costituzionalista. Dall’altra, quella di narratore capace di catturare l’attenzione del lettore, e insieme di intrattenerlo e arricchirlo.
Da qualche anno (siamo ormai alla terza prova, l’una più riuscita dell’altra: nel 2014 l’esordio con “Il dottor Ciro Amendola, direttore della Gazzetta Ufficiale” ; nel 2015, il sequel “Il pomodoro va rispettato”, e quest’anno “Non ci credo ma è vero”), Celotto ha portato in scena il suo protagonista, che a sua volta vive una dialettica tra due lati di se stesso.
Da una parte, c’è la dimensione ufficiale: quella dell’inflessibile Direttore della Gazzetta Ufficiale, un orologio “svizzero-napoletano”, un custode rigoroso della forma e della norma scritta, che sogna (è la sua missione esistenziale) di poter un giorno riordinare e classificare l’intero ordinamento normativo italiano, dall’unità d’Italia ai giorni nostri. Dall’altra, c’è la sua dimensione privata: accanto al dottor Amendola, c’è pur sempre Ciro, assalito dalla vita (oltre le carte…), dall’amore, dalle ansie dell’incontro con le donne, dagli inganni e i dolori che gli amici (veri o presunti) possono provocarci, e – in ultima analisi – dal dominio del caso, che si diverte a imporci i suoi capricci.
Siamo dinanzi a un divertissement colto, originale e tutt’altro che disimpegnato. Perché, tra un sorriso e una divagazione, e sapendo bene quanto la narrativa sia più efficace della pomposa e noiosa saggistica, Celotto si candida a essere il nostro “Virgilio” nella foresta della burocrazia.
Di più: stavolta, il dottor Amendola mette nero su bianco un vero e proprio “decalogo” delle cattive abitudini del pubblico impiegato. E’ una lettura irresistibile (e dolorosa, però…), che fa tesoro del combinato disposto rappresentato dalla furbizia lavativa del dipendente pubblico italico e soprattutto del suo potentissimo innesco, cioè la “selva selvaggia” di norme che rendono impossibile la vita del cittadino e offrono sempre una comoda exitstrategy alla Pubblica Amministrazione.
Non svelo la trama di “Non ci credo ma è vero”(sarebbe delittuoso togliere al lettore il piacere di scoprirla da sé), ma mi limito a indicare due “comandamenti” del decalogo. Quale la scappatoia migliore per bloccare una pratica complicata? Organizzare una riunione con almeno dieci partecipanti per valutarla: tra la fatica della convocazione (conferme, spostamenti di sala, variazioni, ecc.) e il numero “tatticamente” alto dei partecipanti, è matematico l’esito dilatorio-inconcludente della riunione. Ancora: che fare quando c’è una pratica ancora più complessa? Elementare: quella pratica NON va lavorata, ma semplicemente accantonata. Guai a prendere una decisione, a fare una scelta: meglio confidare che il tempo lasci maturare-marcire la questione.
Ma oltre a questa denuncia civile (che non perde forza per il fatto di essere scritta sorridendo, anzi…), Celotto ha il merito di offrirci anche un altro piano di lettura, come accennavo: quello che investe il “fattore umano”, la vita di “Ciro” una volta smessi i panni da severissimo Direttore della Gazzetta Ufficiale.
Con saggezza e umanità, l’autore ci porta in un territorio pieno di cose da imparare (una competenza rara su gastronomia e vini, una strizzata d’occhio “crociana” alla scaramanzia, la passione per la corsa, ecc.), ma soprattutto pieno – per ogni lettore – di occasioni di confronto con se stesso: nessuno è un monolite, e tutti dobbiamo fare i conti con un altro lato possibile di noi stessi; tutti dobbiamo cercare un equilibrio tra i diversi aspetti delle nostre scombinate esistenze; tutti possiamo ricercare l’eccellenza (anche nelle cose più piccole!) come sfida per crescere e migliorarci, anche valorizzando in positivo le nostre tendenze ossessivo-compulsive; tutti possiamo cercare sia nel lavoro sia nelle nostre passioni una medicina contro l’ansia e la timidezza; tutti possiamo fare del nostro meglio nelle attività a cui ci dedichiamo. Per il piacere di essere utili a chi ci sta vicino, certo: ma – soprattutto, forse – per capire e accettare meglio noi stessi.

di Daniele Capezzone

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