Virzì confessa: che pazza gioia il furto al tram che si chiama desiderio

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La pazza gioiaDopo l’accoglienza trionfale al Festival di Cannes, “La pazza gioia” sbarca a Torino. Questa sera il regista Paolo Virzì, incontrerà il pubblico al cinema Massimo. Al suo fianco, le bravissime protagoniste Micaela Ramazzotti e Valeria Bruni Tedeschi che interpretano due amiche: una giovane donna che custodisce un doloroso segreto e una logorroica  e istrionica contessa che millanta rapporti intimi coi potenti della Terra. Entrambe sono ospiti a Villa Biondi, comunità terapeutica per donne con disturbi mentali, dove sono sottoposte a misure di sicurezza e da cui riescono, un giorno, a scappare. Da qui parte un road movie a metà strada tra il cult Thelma & Louise e Ragazze Interrotte che valse un Oscar ad Angelina Jolie (come attrice non protagonista) al fianco di Winona Ryder. “La pazza gioia racconta l’imprevedibile amicizia che nasce tra queste due figure così apparentemente distanti, amicizia che porterà ad una fuga strampalata e toccante, alla ricerca di un po’ di felicità in quel manicomio a cielo aperto che è il mondo dei sani”.  La sceneggiatura di questo dodicesimo lavoro del regista toscano reca la firma dello stesso Paolo Virzì e di Francesca Archibugi. “Sono fantastici quando scrivono insieme, nasce un mix incredibile – racconta la Ramazzotti”. A Cannes il film è stato accolto con dieci minuti di applausi che hanno provocato qualche lacrima sul volto delle attrici, visibilmente commosse. “Ero imbarazzato, li ho quasi dovuti fermare” – spiega Virzì.

Ottime le recensioni anche della stampa internazionale con Le Monde che parla di “un gran bazar di vita e di cinema”, esaltando il lavoro del regista. “Sulla sceneggiatura il personaggio era complesso e chiaro al tempo stesso: ho lavorato sul mio superIo pregandolo di andare un po’ in vacanza e lasciarmi in pace, così più che costruire il personaggio l’ho de-costruito – spiega Valeria Bruni Tedeschi – Io Beatrice la capisco, sono affine ai matti pur non avendo fatto il salto per essere proprio come loro, la differenza è che mi controllo, mi aiuto con l’ipocrisia, ma dentro sono identica, ossia disperata. Del resto faccio psicoterapia da sempre, non ne potrei fare a meno, già andare lì, aspettare in sala d’attesa mi fa bene, la considero la mia seconda casa”. Opposto il personaggio della Ramazzotti: “Per Donatella sono partita dall’apparenza, tatuaggi, cicatrici, capelli sempre davanti come per proteggersi poi piano piano, senza mai dimenticarne sofferenza e umanità, ho dato vita a questa donna meschina, umiliata, la cui mancanza di amore è diventata la fame di amore, talmente forte da sentirsi colpevole per la madre che non ha saputo essere”.

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«Ormai non riesco a osservare le persone, la società, senza usare gli strumenti della psichiatria. Quel poco di politica che guardo in tv mi appassiona solo dal punto di vista clinico. Renzismo, grillismo, salvinismo, mi sembrano il nome di patologie da studiare. E il più delle volte non mi sembrano follie divertenti, ma disturbi ossessivi e cupi». Ci sono volute due ore e mezza di chiacchiere, un’insalata e una bottiglia di Coca-Cola, per far «confessare» a Paolo Virzì le intenzioni nascoste dietro al suo nuovo film: raccontare il vulnus della nostra epoca che sta scivolando verso la follia ma che non tollera più originalità e libertà.
La pazza gioia, dal 17 maggio nelle sale italiane, sarà presentato a Cannes alla Quinzaine des Réalisateurs. È forse il film più bello e coraggioso del regista livornese, che dopo aver raccontato con Il capitale umano la spregiudicatezza della finanza italiana, si avventura fra i corridoi dei reparti di psichiatria e i labirinti della burocrazia giudiziaria, per descrivere, con pietà e umorismo, l’inferno di chi ha perduto la bussola della normalità ed è in balia dello Stato.
Racconta di due donne fragili e bizzarre, che scappano in cerca di riscatto e libertà da Villa Biondi, una casa di cura toscana con regole ispirate alla Legge Basaglia. A interpretarle una coppia strepitosa: Valeria Bruni Tedeschi e Micaela Ramazzotti. La prima è Beatrice Morandini Valdirana, esuberante e bellissima signora borghese che ha mandato al diavolo il marito e le ville lussuose per inseguire l’uomo sbagliato e precipitare in un delirio megalomane. La seconda è Donatella, ragazza madre ferita e disperata. Insieme fuggono oltre i muri, reali e mentali, in una sorta di Thelma & Louiseall’italiana.
Il disagio psichico è molto caro a Francesca Archibugi con la quale ha scritto la sceneggiatura. È stata lei a suggerirle la storia del film?
«No. Io e Francesca siamo due fratellini dai tempi in cui eravamo allievi di Furio Scarpelli. Ci siamo sempre scambiati i copioni e con questo film è arrivata finalmente l’occasione di scrivere insieme. Gli esseri umani che mi interessa raccontare sono sempre stati casi clinici. Di un personaggio mi affascinano le sue ombre, i suoi disturbi. Le persone presunte sane, ammesso che esistano, sono noiose da raccontare. E poi nella vita sono una calamita per i matterelli. Mi capita spesso di essere avvicinato da qualcuno un po’ stravagante. E mi domando: perché si è rivolto proprio a me?».
Cosa si risponde?
«Che evidentemente sentono un’affinità, una curiosità, una disperazione».
Del resto ha raccontato spesso che sua madre era una donna stravagante…
«Direi anche delirante, ma in modo gioioso. Da quando non c’è più mi manca tanto la sua follia allegra. Sì, con i matti ci riconosciamo, c’è qualcosa di familiare. In realtà l’idea di questo film è nata sul set del Capitale umano. Era il 4 marzo, il mio compleanno. Arrivò Micaela per farmi una sorpresa. Ad un certo punto vedo due figurine che attraversano un terreno fangoso in bilico sui tacchi. Erano Valeria e Micaela. Si tenevano per mano con un misto di fiducia e di terrore. Quell’immagine mi ha fatto venire in mente un racconto: due pazienti di una struttura psichiatrica che scappano insieme, una prepotente e l’altra spaventata che le va dietro con il batticuore».
Questo film sembra soprattutto la metafora di una società che esclude coloro che non rientrano negli schemi.
«Il confine della sanità mentale è labilissimo. Penso che in ognuno di noi ci sia una dose di sofferenza con cui fare i conti. Non mi fanno paura i matti, ma quelli che sono convinti di essere sani. Prima di girare siamo andati in molte strutture psichiatriche e abbiamo parlato con vari terapeuti: da quelli più organicistici, come Gabriele Sani del Sant’Andrea di Roma, ai basagliani come Peppe Dell’Acqua, ex direttore del San Giovanni di Trieste».
Però pur parlando di cartelle cliniche, emarginazione e dolore La pazza gioia è soprattutto una commedia.
«Forse il mio modello è stato Qualcuno volò sul nido del cuculo, che ho molto amato in gioventù perché racconta il desiderio di infrangere le regole con allegria. C’è quella scena meravigliosa della gita in barca che penso abbia ispirato la fuga delle due protagoniste di La pazza gioia».
Ma è giusto parlare con leggerezza di un tema come il disagio psichico?
«Credo sia la maniera più penetrante per raccontare la pena di vivere. Non volevo fare un film di denuncia sulla situazione degli ospedali psichiatrici. Lo hanno già realizzato molto bene valorosi documentaristi come Erika Rossi e Giuseppe Tedeschi con Il viaggio di Marco Cavallo o Costanza Quatriglio con87 ore. Gli ultimi giorni di Francesco Mastrogiovanni. La sfida era riuscire a trovare l’equilibrio tra il sentimento di solitudine di due donne escluse e il loro desiderio di felicità».
Nel cast ci sono anche pazienti vere?
«Sì, delle donne del Centro di salute mentale di Montecatini diretto da Vito D’Anza, psichiatra di scuola basagliana che ha creato un gruppo di attività teatrale che si chiama “Mah! Boh“. Molte di loro erano sottoposte a trattamenti sanitari obbligatori ed erano scortate da medici. Così un paio di volte al giorno c’era il momento della distribuzione dei farmaci: arrivava l’infermiera col suo carrellino e tutte si mettevano in fila. Un giorno mi ci sono messo pure io: “Cosa vuoi tu” mi ha detto l’infermiera, e io: “Dai, su, dammi qualcosina”. Lei ha fatto l’errore di darmelo… E poi anche il resto della troupe lo reclamava. Ma a parte le burle, per tutti noi la presenza di queste donne sul set è stata un’esperienza liberatoria. Abbiamo buttato giù la maschera.  Ognuno raccontava la propria storia, le proprie paure. E quelle persone adorabili, etichettate dalle istituzioni come malate, erano diventate le nostre terapeute».
Le donne: nei suoi film sono sempre raccontate in modo affettuoso anche nelle loro fragilità. Cosa l’affascina?
«Forse è la condizione di subalternità a rendere più interessanti le loro vicissitudini. Narrativamente è una materia succosa. Le donne sono spesso vittime di ingiustizie, violenze, pregiudizi. Nascondono un mistero e una forza segreta».
Ha detto che la prima volta che ha visto Micaela, sua moglie, ha pensato: questa ragazza ha dentro di sé una ferita.
«Sì, e anche un mistero che forse non riuscirò mai a penetrare. Quando l’ho incontrata al provino di Tutta la vita davanti, pensavo fosse come il personaggio che le stavo proponendo, poi ho scoperto che era anche un’altra cosa e poi un’altra ancora. Chi sia veramente Michi non lo so».
Questo è il terzo film che girate insieme. Com’è dirigere la propria moglie?
«Lei dice che sono molto duro. Ora sta girando con Gianni Amelio che la coccola, e mi ha detto: “Ho capito cos’è un grande regista e ho capito che te sei uno stronzo”».
Cos’è per lei la «pazza gioia» del titolo?
«È quell’euforia irragionevole che ti coglie quando trasgredisci limiti imposti. Quando hai un dovere istituzionale, c’è una cerimonia ufficiale e all’ultimo momento decidi che dai buca. Fuggire da un ricevimento al Quirinale sotto al naso dei Corazzieri: ecco, questo mi darebbe una pazza gioia. E un’altra cosa che adoro è buttare all’aria i film. Ne ho fatti dodici ma ne ho buttati all’aria forse altrettanti».
In questi giorni sono vent’anni dall’uscita di Ferie d’agosto, una delle sue opere più amate. Ha mai pensato di girare il sequel?
«Alla fine delle riprese di ogni film c’è il rito di scrivere il seguito di Ferie d’agosto. Ma non lo girerò mai».
Quindi lo ha scritto. Me lo racconta?
«Sandro Molino è stato rottamato, ha perso il lavoro all’Unità, ha una pagina Facebook nella quale mette alla berlina il mondo, ma non sta bene di salute, anzi è proprio destinato a morire e i suoi amici gli organizzano una specie di addio alla vita nell’isola dove andavano in vacanza vent’anni prima. Ma a guastare tutto saranno i vecchi rivali Mazzalupi».
E come va a finire?
«Non lo so. Forse Mazzalupi convince Sandro a  scappare con lui da Ventotene, con un motoscafo».
Ancora una fuga di due squilibrati.
«Ah, beh, se non sono matti non mi interessano».

Repubblica

Raccolta a cura di Serena Tambone

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