Medio Oriente al crac

Share

Dal 7 dicembre—Sant’Ambrogio—la valuta iraniana non è più il rial. Il Governo Rouhani ha in quella data approvato una legge che trasforma la vecchia moneta, in corso dal 1932, nel nuovo toman, dal valore di dieci rial. La decisione è avvenuta a tre settimane dalla smentita della Banca Centrale iraniana che fosse pensabile un’operazione del genere. Il giorno dopo, il Vicegovernatore della Banca ha spiegato che l’abolizione del rial non sarebbe da considerarsi una “correzione monetaria” ma piuttosto riflette “il rispetto per il pubblico e per la moneta che usa ogni giorno”.
Agli effetti pratici, gli iraniani da tempo impiegavano il rial in multipli da dieci visto il suo bassissimo valore. Negli ultimi giorni prima dell’annuncio, ce ne volevano poco meno di 40mila per acquistare un solo dollaro Usa. Il crollo parte dai bassi prezzi petroliferi, in dollari. Quando gli introiti non bastavano più per coprire il budget dello Stato, il Governo iraniano aggiustava d’imperio il cambio ufficiale in modo che “tornassero i conti”. Poi, il gioco si è rotto.
Anche la lira turca è nei guai. Il mese scorso il Governo Erdoğan ha lanciato una massiccia campagna per convincere i cittadini a disfarsi dei loro dollari e usare solo la valuta nazionale—per “rafforzarla”—dopo che aveva toccato il cambio più basso dal crollo del 2008. I barbieri hanno offerto tagli gratuiti ai clienti che potevano dimostrare di avere cambiato i loro dollari in lire, e gli scalpellini le pietre tombali in omaggio. Un cantautore turco si è fatto filmare cantando un peana alla forza della moneta nazionale mentre gettava dollari in un fiume.
Prudentemente, ha usato solo biglietti da un dollaro.
Il Presidente Erdoğan ha spiegato a un gruppo di funzionari in visita ad Ankara, sempre il 7 dicembre, che la lira “è stata presa di mira da speculatori stranieri che vogliono dividere e distruggere la Turchia” e che “Se amate questo paese, se amate questo popolo, dovete cambiare la vostra valuta estera in lire”.
Delle monete localmente “pesanti” che fanno girare l’economia mediorientale—tralasciando la lira siriana, il dinaro iracheno, il dinaro Isis, per non dire della lira egiziana, crollata del 38% in un solo giorno all’inizio del mese scorso—regge con qualche debolezza solo il riyal saudita. Per disgrazia, anche in Arabia Saudita tutto sembra andare a schifio. La guerra yemenita va male, mantenere il ruolo del paese nella regione costa molto caro, il popolo “mormora” e gli introiti petroliferi non coprono più i conti.
Nemmeno i tentativi dell’Opec—sostanzialmente a guida saudita—di aumentare i prezzi del greggio basteranno a raddrizzare la contabilità nazionale. Secondo l’FMI, l’Arabia Saudita ha bisogno di vedere il petrolio stabilmente a $80 al barile solo per andare alla pari con le spese domestiche, senza mettere in conto costose avventure militari e altri extra. Anche se l’operazione al rialzo andasse effettivamente in porto—cosa non certa—quel prezzo sarebbe lontano. Intanto, è proprio l’Arabia Saudita a dover sobbarcarsi il grosso della spesa, riducendo la sua produzione di quasi 500mila barili al giorno.
Di questo passo, tra poco l’Occidente dovrà prestare ai governi mediorientali i soldi per farsi la guerra— o lo stiamo già facendo?

James Hansen