Chanel, Hermès, Vuitton: un capitale in borsetta

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In dodici anni i modelli più esclusivi sono saliti del 230%, racconta il Financial Times. Ma anche senza raggiungere questi picchi le case d’asta sono piene di esempi di accessori di lusso battuti a cifre crescenti. Attenzione però, i “pezzi” da collezione non dovrebbero essere usati, per non ridurne il valore, e non tutti i modelli resistono al tempo

chanelUn investimento che renda il 230% in dodici anni? Semplice, una borsetta di Chanel; non una qualsiasi, certo (il modello è la 2.55 Medium classic Flap Bag, “quotata” intorno a 5.000 dollari) ma nemmeno una rarità assoluta. Un altro esempio? Solo qualche mese fa, in giugno, è stata battuta all’asta – a Hong Kong – una Birkin, la Hermès Himalayan Nilo Crocodile, per 300 mila dollari.
Le aste di accessori di grande prestigio sono un fenomeno piuttosto diffuso (anche se certo non a buon mercato) tanto da spingere il serioso “Financial Times” a dedicarci un lungo servizio. Ma sono davvero un investimento? Di sicuro, i prezzi negli ultimi anni sono spesso lievitati (anche se non necessariamente al ritmo della Chanel, le aste di Christie’s e di Sotheby’s sono lì a dimostrarlo) e le più richieste sembra siano quelle di Hermès.
Ma parlare di un investimento in senso stretto è forse eccessivo: pur essendo un oggetto da collezione, al pari degli orologi, la maggior parte delle donne che acquista una borsa di prestigio, con un marchio consolidato e una storia, lo fa per usarla. Ciò significa anche che, con il tempo, la borsa è soggetta alla naturale usura e dunque rischia di perdere valore piuttosto che acquistarlo. A meno che, suggerisce l’Ft, non la si consideri davvero come un’asset class di valore, magari depositandola in banca e ovviamente senza usarla mai.
Come sempre ci sono le eccezioni. A partire dalle borse realizzate in materiali preziosi e magari ora vietati, o dalle edizioni limitate, che con il tempo acquistano valore per l’effetto-rarità. Sul versante opposto, giocano contro l’evoluzione delle mode o la presenza troppo capillare del marchio (che insieme alla sovraproduzione ne riduce il valore e il possibile prezzo in asta).

VITTORIA PULEDDA, La Repubblica