Tutte le spine della Rai: parla Campo Dall’Orto

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«Bruno Vespa? Non è una nostra bandiera» «Gli ascolti bassi di Politics? A un certo punto dovremo setacciare» «Maggioni alla Trilateral? L’ho letto sui giornali». Per la prima volta il direttore generale della tv di Stato risponde a 360 gradi. Sull’Espresso in edicola da domenica 13 novembre l’intervista integrale

dallorto«Bruno Vespa? Non è una bandiera della nostra Rai. È soltanto una delle voci che la compongono». Sono queste le parole con le quali il direttore generale della Rai Antonio Campo Dall’Orto fotografa la figura del conduttore di “Porta a Porta”, ripercorrendo poi per la prima volta in un’intervista esclusiva a “l’Espresso” firmata da Riccardo Bocca tutti i punti cruciali della sua gestione della tv pubblica dall’agosto del 2015 a oggi. Un lungo faccia a faccia durante il quale Campo Dall’Orto accetta di parlare anche dell’insuccesso di Politics («Stiamo seminando, ma a un certo punto dovremo setacciare»), replica alle accuse di Nicola Porro, che lo ha definito «il conte Mascetti di “Amici miei”, analizza le strategie di Viale Mazzini, risponde alla critica di essere una macchina da flop, commenta i continui assalti alla sua persona da parte di Michele Anzaldi del Pd, e arriva fino alla questione scivolosa della nomina della presidente della Rai Monica Maggioni anche alla presidenza italiana dell’organizzazione americana Trilateral («L’ho letto sui giornali, sono sicuro che non confonderà i ruoli».) Tutto sul numero del nostro settimanale in edicola domenica 13 novembre. Qui di seguito alcuni stralci dell’intervista.

Si è presentato come l’uomo della rivoluzione e ci terrebbe a non diventare il simbolo della delusione. A quindici mesi dalla sua nomina a direttore generale della Rai Antonio Campo Dall’Orto, classe 1964, natali veneti targati Conegliano, a 28 anni già vicedirettore di Canale 5 e poi una carriera spesa sulle poltrone ai vertici di Mtv, La7, Telecom Italia Media e Viacom, naviga in un mare di continui attacchi e polemiche. Le accuse che si porta in spalla le conoscono tutti: assenza di idee e progetti sufficientemente chiari, nomine discutibili, assunzioni altrettanto discutibili, spese tanto per cambiare discutibili. E poi i palinsesti della collezione autunno-inverno: annunciati come la grande svolta, ma in realtà orfani di novità e ascolti incoraggianti. Anzi, c’è chi ha parlato soprattutto di ritorno al passato tra un Pippo Baudo alla guida di “Domenica in”, Vespa sempre e comunque in auge e il ritorno senza euforie di Michele Santoro.

Ora il numero uno di viale Mazzini accetta di ripercorrere il proprio percorso a ostacoli all’interno dell’azienda, e lo fa seduto nel suo ufficio al settimo piano in maniche di camicia, senza cravatta e con un gilet grigio addosso. Butta di striscio gli occhi alla parete di televisori che gli sta davanti, e inizia a carburare con un’analisi della situazione presente: «L’azienda sta attraversando un periodo di transizione», dice,«una profonda riforma che il pubblico mostra di cogliere e apprezzare. Pensi che l’altro giorno, sui social, riguardo alla serata che Rai1 ha dedicato a Roberto Bolle, qualcuno ha addirittura scritto: “Queste sono le cose che mi riconciliano con il pagamento del canone…”».

Toccante. Però, come lei sa, c’è anche chi la pensa molto diversamente. Nicola Porro ad esempio, a cui è stato chiuso su Rai2 il talk show Virus, e che ora conduce su Canale 5 Matrix, ha dichiarato in un’intervista a Libero che lei è come lo sgangherato Conte Mascetti di Amici miei: un professionista che ha costruito «il fallimento più grave della Rai degli ultimi vent’anni». Soltanto una botta d’astio, o c’è qualcosa che anche lei stesso con sincerità si rimprovera?
«Diciamo che nei momenti in cui si investe in innovazione, ci sono cose che riescono bene e altre invece male. E aggiungiamo pure che ciò in cui vorrei migliorare è la formula per comunicare a tutti che la trasformazione in Rai non riguarda solo noi che ci lavoriamo, ma è una priorità per il Paese intero, mentre qui alla fine si finisce sempre a discutere su un punto in più o in meno di share. Dopodiché non va dimenticato che chi mi critica si chiama Nicola Porro: un giornalista che è stato toccato in prima persona dal nostro cambiamento…».

Nel campo giornalistico Bruno Vespa resta il caposaldo della Rai serale. Davvero lo considera l’uomo più adeguato a interpretare l’informazione di viale Mazzini nel 2016? Tocca sottolineare che è lo stesso conduttore che la scorsa stagione è inciampato nell’ospitata dei Casamonica e nell’intervista al figlio di Totò Riina a Porta a Porta. È anche lo stesso titolare di talk show che si prestò ad annusare l’odore di santità dalla mano di Silvio Berlusconi. Non sarebbe ora di guardare oltre?
«Questo è un punto chiave: il rapporto tra continuità e innovazione. Il nostro scopo primario è parlare a tutti, anche al pubblico consolidato di Rai1. Le abitudini vanno rispettate».

Però non ha risposto su Vespa.
«Vespa non è un manifesto della nostra Rai. È soltanto una delle voci che la compongono».

Non dissente sull’iscrizione di Maggioni alla presidenza della Trilateral, la potente associazione internazionale fondata negli Usa da David Rockefeller?
«L’ho scoperto, come tutti, leggendo i giornali. E sono sicuro, aggiungo, che troverà il modo e la misura per non confondere questo nuovo ruolo con la sua figura istituzionale».

Molteplici flop hanno scandito questa stagione. Come il post talk show Politics, arrivato sotto quota 3 per cento. La sensazione, fatta salva la voglia di cambiamento, è che non sappiate ancora bene da che parte andare.
«Assolutamente no. Stiamo seminando. Il che non significa che, dopo qualche mese, non si debba setacciare. Però è importante, dal mio punto di vista, sottolineare la necessità e il valore di assumersi dei rischi. Perché i programmi nuovi sono delle startup che richiedono molte cure, mentre in Italia si schiaccia il coraggio criticando prima del tempo. E comunque, segnalo che da inizio gennaio a oggi le prime serate Rai sono cresciute dello 0,7 per cento, con un +1,3 nella fascia tra i 15 e i 44 anni. Numeri che inducono a un certo ottimismo.

DI RICCARDO BOCCA, L’Espresso