MA CHE VUOL DIRE LA PAROLA MATTO?

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pazziadi Stefania Miccolis

Quando li vedi che si aggirano per la strada, pilule puoi pensare solo che abbiano bisogno di calore umano, perché infinitamente sensibili. Perché come dice Alda Merini, “Non esiste pazzia senza una giustificazione, ma forse è il mistero di una inaudita sofferenza che non è stata colta dagli uomini.”
Il “matto” è una figura della società della quale non si può fare a meno. Non solo arricchisce di ubriacatura (come dal latino mattus matus “ubriaco”, physician da cui probabilmente ha origine la parola) e fantasia le nostre vie, piazze o quartieri, ma ci insegna, portandole all’estremo, le paure e le insicurezze, le ossessioni e le sofferenze ma anche le cattiverie dell’animo umano. Sono anime esasperate, senza limiti, profonde, sono anime che vogliono solo evadere dalla realtà.
E chissà, forse questo curioso e simpatico “Repertorio dei matti della città Roma” (e ne dovranno uscire su altre città italiane), curato da Paolo Nori (ed. Marcos y Marcos, 2015) ha proprio come obiettivo di far comprendere come i “matti” siano indispensabili per capire la società che ci circonda. Fanno ormai parte della tradizione, hanno una importanza anche folcloristica che tiene viva la città e sanno probabilmente tutto ciò che accade attorno a loro. Sicuramente ci osservano, considerato che molti ci urlano in faccia, inveiscono e intendono perfettamente lo sguardo sconcertato di chi li guarda. Quelli di Roma poi hanno tanti quartieri in cui passeggiare ed ogni quartiere ha le sue caratteristiche così come i suoi “matti”. Sono abitudinari, li vedi ogni giorno, fanno compagnia, sono parte ormai della nostra vita. C’è chi li deride, chi li denigra e li insulta, chi li compatisce, ma c’è anche chi li aiuta, chi, più sensibile degli altri, li asseconda e ascolta. Nelle pagine del libro scorrono uno dopo l’altro i “matti” che si aggirano per vie, piazze e quartieri, ma anche quei “matti” presi a sfottò, per paradosso: quelle persone della politica – ad esempio “quel matto di Gianni, che fu arrestato tre volte: per aggressione, per una molotov lanciata contro l’ambasciata dell’unione sovietica,per resistenza aggravata a pubblico ufficiale. Prosciolto fu poi eletto sindaco di Roma”. E così un tizio che passa “dal comunista al Berlusconi […] un certo Giuliano Ferrara della televisione che disse “la mia coerenza è inversamente proporzionale al mio peso”-;.
Sono chiamati in ballo personaggi storici come quel “matto” che dal balcone della piazza urlava “vincere e vinceremo”; e non dimentica neanche di nominare la statua che si burla di tutti, la statua di San Pasquino. Poi ci sono i “matti” con le ossessioni, come la donna gelosa che segue suo marito perché pensa che la tradisca, e sta le ore ad aspettarlo in macchina mentre il marito le dice semplicemente la verità. C’è quella che faceva vestire le bambine con gli abiti della festa per andare a teatro e poi non andavano più, ma diceva che così li educava alle difficoltà della vita. C’è il “matto” abitudinario che sta sempre nello stesso autobus, chi si spoglia nudo per la strada mostrando le sue parti intime, chi inveisce dicendo a qualcuno di farsi “li cazzi sua”. Chi disegna Gesù sull’automobile, chi si firma sotto falso nome, chi entra in libreria e chiede se si vendano solo libri. Chi pensa di trovarsi a Milano anche se davanti ha il Colosseo. Chi si arrotonda lo stipendio chiedendo spiccioli. Chi più macabro degli altri, porta le figlie al cimitero per abituarle alla morte. Poi alcuni li riconosci, li hai visti anche tu, come quella donna che si trucca tutta sbafata, veste di stracci colorati e ha i capelli scapigliati biondi tinti e gira per le parti di Campo dei fiori.
Quindi l’unica domanda che ci si può porre è: come si può dire che un essere è folle e distinguerlo da chi è considerato normale? Qual è il significato di follia e quale di normalità? E quale sarebbe la linea di confine, quella dalla quale si esce fuori o si supera un determinato limite per essere considerati folli o normali?
Io credo solo che i “matti”, meritino tutto il nostro rispetto, e che dovremmo essere orgogliosi di aver avuto per primi, grazie a Basaglia, la legge che impose la chiusura dei manicomi e che regolamentò il trattamento sanitario obbligatorio. Basaglia superò la logica manicomiale e rese le nostre città e le loro vite più colorate e più serene. E come scrive Alda Merini, “La follia è un momento di stasi…/È la salvezza del cuore e dell’anima…/Quando uno diventa pazzo/ è perché va a vivere in un altro mondo./Non è follia…/è riposo….

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