TULLIO PIRONTI, BRUSCO E SINCERO

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Tullio PirontiUna vita vissuta intensamente: ex pugile, libraio curioso, editore ardito e intelligente. In questa intervista, giunto a ottant’anni, si dichiara “sempre secondo”, è convinto che la sua casa editrice finirà con lui. E non le manda a dire: ha amato Fernanda Pivano e Grazia Cherchi, ha fatto qualche colpaccio rischiando molto, sul ring non aveva coraggio ma detestava perdere, disprezza le istituzioni… Ecco le sue confidenze, spietate anche verso se stesso.

di Marilisa Belli

Per chi voglia conoscere l’editore napoletano Tullio Pironti, senza dubbio Libri e cazzotti, la sua autobiografia editoriale se così possiamo definirla, può raccontare molto della sua personalità, dell’intraprendenza mostrata nel mondo librario, fin dalla gestione della sua prima libreria nel centro storico di Napoli, ma anche di un contegno d’altri tempi, della sua schietta cordialità e di un’intelligenza curiosa che gli hanno procurato la stima degli amici letterati, filosofi e giornalisti, come dei rivali.

Ho incontrato l’editore per approfondirne alcuni aspetti e per cercare anche di andar oltre, verso ciò che l’autobiografia, rivolta al passato, non dice.

Il KO che apre la sua autobiografia determina anche l’inizio dell’avventura nei libri. Si era infatti ripromesso di abbandonare il pugilato in caso di un combattimento pugilistico finito per kappaò. Voglia di primeggiare, fastidio della sconfitta o cosa?

Avevo soprattutto paura di diventare un pugile ‘suonato’, se andavo a terra un giorno, e andavo a terra un altro giorno, prima o poi sarebbe successo. Ne ho conosciuti, di pugili completamente suonati! Infatti io scappavo, scappavo sempre, ero abile.

In effetti in Libri e cazzotti parla spesso di coraggio e della sua assenza. Cos’ha imparato dalla vita sul coraggio?

In tutto quello che ho letto, in tutti i film che ho visto sono sempre tutti coraggiosi, non perdono mai. Io invece evidenzio le paure, e le sconfitte, che ci sono state. Le sconfitte t’insegnano, le vittorie non insegnano un cazzo. Però sai, pensandoci, ti dirò anche che ancora non l’ho capito, se allora avevo paura o no, perché ho fatto anche combattimenti durissimi, con ‘mazzate da cecati’ proprio, e in quel caso non ho avuto paura. Penso allora che avevo più paura della sconfitta, non volevo perdere. Volevo vincere ma non per fare carriera.

Grazie a suo padre ha poi iniziato a fare il libraio. Cos’altro ha ereditato da lui?

Di mio papà mi auguro di avere l’intelligenza, era un uomo molto esperto. Ma ciò che ho fatto io, il mestiere che ho voluto, era il contrario di quello di mio padre. Non condividevo il suo modo di fare il libraio, che non aveva portato a niente. Una vita di stenti, povera tutto sommato. Era intelligente, però amava molto le donne: non lo disapprovo ma questo influiva sul suo lavoro, del quale spesso non gliene fregava niente. Del resto era un po’ anche come me. Io non sono stato come le formiche che sono riuscite a mettere da parte qualcosa. Non sono riuscito in niente, in questo senso. Sono un perdente, in poche parole. Sembra che sono un vittorioso, ma non lo sono. Una volta lo dissi a Fernanda Pivano, ero arrivato sempre secondo, facendo la box il libraio e poi l’editore, ma sempre secondo!

Però lei racconta anche di rivalse.

Eh sì, ho fatto anche qualche colpaccio. Come quando comprai i diritti di Meno di zero di Bret Easton Ellis partecipando ad un’asta telefonica contro Mondadori. Fu un’incoscienza perché un editore non può giocarsi tutto su un libro, ma lo feci perché una mia amica dall’America mi aveva detto che questo di Ellis era un grande libro, e i prezzi dell’asta che salivano me lo confermavano. Fui anche intelligente, o fortunato chissà, a scommettere sul libro giusto perché all’asta ce n’era anche un altro, una storia dolorosa, La morte della madre mi sembra si chiamava… Pensai che le madri muoiono, e sempre prima dei figli, non c’era nulla di originale in questo. Così scelsi e feci bene, Mondadori lasciò e prese questo libro che non vendette un cazzo.

Avrebbe pubblicato anche American Psycho di Ellis? In Bompiani si racconta che le impiegate si rifiutassero anche di toccarlo.

In effetti faceva schifo. Io ne avevo letto qualcosa, quelle torture, con un trapano mi pare…Però l’avrei pubblicato comunque perché, prima di lanciarmi, mi ero assicurato almeno la copertura dell’investimento. Il Club degli Editori, che mi aveva già comprato i diritti di Meno di zero, mi assicurò che avrebbe acquistato anche questo di Ellis.

Parliamo ora degli autori. C’è qualcuno che avrebbe dovuto ringraziarla e non l’ha fatto?

Praticamente tutti quanti. Dovrebbe ringraziarmi Don DeLillo, non l’ha mai fatto. Io l’ho portato in Italia dieci anni dopo la sua uscita in America. In questo paese nessuno s’era accorto di lui e sarebbe rimasto sconosciuto. Io lo portai qui, comprai cinque suoi titoli. Solo dopo è subentrata Einaudi. Recentemente è stato a Capri ma non è passato in casa editrice a salutarmi. Nessun sentimento di riconoscimento nei miei confronti.

Per la scoperta dei suoi autori è stata importante anche quella rete di contatti con amici/collaboratori, in viaggio dall’America al Giappone.

Era uno staff di amici preziosi. Fernanda era una grande. Ricordo ancora quando ebbi gli arresti domiciliari per una cosa assurda, non c’entravo proprio niente e ne parlo nel libro. Lei mi chiamò chiedendomi cosa poteva fare per me, le chiesi un libro e mi venne Dopo Hemingway. Era entusiasta, “Che bel titolo! Lo facciamo, lo facciamo!”, mi diceva. Fernanda proprio mi amava. Un’altra persona che mi amava era Grazia Cherchi. Era adorabile, una donna eccezionale. Quando c’incontrammo le chiesi perché ce l’avesse con gli editori, “Siete una massa di fascisti” disse. Ma io non so’ fascista. Mi innamorai di lei, così dolce e delicata.

Cosa è rimasto di quei rapporti? Come si muove adesso per riuscire ad individuare l’autore su cui scommettere?

Con la perdita di Fernanda Pivano, la vecchiaia che ha preso tutti, quello staff di amici preziosi non c’è più. Ho perso i contatti con Silvia Kramar, che da New York mi aveva parlato di Ellis e DeLillo. A Fernanda avevo chiesto di Carver che lei, come mi disse, aveva da poco ospitato a Milano. Adesso ci sarebbe sempre tempo per scoprire, ma ci vogliono risorse economiche. Basta che ti domandi se può l’Italia, con quei suoi quattro, cinque editori forti, coprire il mercato mondiale dei libri. Mi pare logico che non è possibile. Chissà quanti capolavori escono nel mondo. E nessuno sa niente. Occorre però un’organizzazione speciale e questi grandi editori allora, secondo me, non sono poi tanto buoni, se c’è un mondo da esplorare e loro continuano a pubblicare cazzate di gente che esce in televisione. Si deve pensare, secondo me, alla letteratura straniera che in Italia non attacca: perché non ci sono traduttori. Pensa al Giappone e ai capolavori che magari si possono trovare lì, ma solo la traduzione ti costa una bella cifra, e poi devi avere un corrispondente che lì tenga il polso delle varie pubblicazioni che escono.

Oggi però le reti sono virtuali, prima internet non c’era. Sapendo cercare si riesce a ricostruire il quadro di una situazione.

È vero, ma occorre sapersi muovere bene, per capire se un autore è veramente forte o no. Per me è più forte il rischio di leggere, su internet, quello che altri vogliono, e prendere degli abbagli. So però che da questa realtà tecnologica, informatizzata non si può prescindere.

Quindi vi state attrezzando anche per l’editoria del futuro?

Ho quasi ottant’anni! Mi auguro di no, ma penso che la casa editrice finirà con me. È stata una scommessa la mia, che sembrava potessi anche vincere. Napoli poteva avere una grande casa editrice se avesse avuto però l’appoggio, per prime, delle istituzioni napoletane. Che invece non capiscono un cazzo, anche se vedono che c’è un editore napoletano che ogni settimana è in classifica tra i primi per i libri più venduti in Italia.

Guida è fallita e nell’immaginario cittadino aveva pure grande notorietà.

Mario Guida ha fatto la più grande libreria italiana con libri introvabili, e questo vuoto non verrà mai coperto. Come editore invece non è riuscito a fare niente, quasi come non gli interessasse e una volta glie lo dissi anche. Poi, c’è la crisi che ha attaccato moltissimo l’editoria, sia i piccoli che i grandi editori.

Ecco, considerando il calo delle vendite, come si forma e si accresce il proprio pubblico di lettori?

Per un verso, si potrebbe fare tanto anche modificando un aspetto pratico del sistema che danneggia i piccoli librai, e quindi gli editori. Un tempo i distributori davano ai librai i testi in conto sospeso. Adesso si paga tutto in anticipo, rispetto alla vendita effettiva, anche ciò che non si venderà. L’invenduto può essere restituito, ma il suo costo poi viene accreditato sull’ordine successivo. In tutto passano almeno sei mesi. Invece si deve mettere il libraio in condizione di non rischiare niente. Poi, bisogna coinvolgere la scuola. Non c’è altro mezzo: i maestri, gli insegnati devono tornare ad insegnare ai ragazzi.