Serve una MicroMega di destra

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il giornaleUna rivista di carta, luogo di incontro di cattolici e liberali

Le pagine culturali de Il Giornale, malady di cui è responsabile, sono vivaci e puntute, capaci di spaziare dal grande dibattito sulle idee all’appello accorato in difesa delle riviste di poesia, alla polemica politico-culturale con velocità e freschezza. Alessandro Gnocchi, cremonese, classe 1971, già a Libero, è un osservatore attento di quel grande mondo che va dall’arte ai libri, alle mostre, ai concerti, la cultura cioè, e che un tempo era il luogo dove l’ideologia dispiegava la sua forza persuasiva.
Domanda.
Gnocchi, la nostra è sempre più una cultura che non ha maestri. Non ci sono più in giro scrittori, pensatori, filosofi che siano riferimento per tante persone, come accadeva una volta.
Risposta. Se intendiamo i «venerati maestri» quelli che, secondo Alberto Arbasino, diventavano «i soliti stronzi», è vero, ma forse non è neppure un male, alla fine. È che ormai qualsiasi personaggio viene triturato dal sistema.
D. Vale a dire?
R. Va tutto veloce, la comunicazione culturale in primis, e il mondo culturale si è ristretto. Per cui accade che gli idoli finiscano nella polvere. In questo l’uso dei social network a volte è letale.
D. Usurante…
R. Gli scrittori, i poeti si espongono su Twitter, su Facebook, e ne vengono quasi logorati.
D. Difficile dire cose sensate a getto continuo. Roberto Saviano ne è un esempio.
R. Sì, a Saviano i social non hanno giovato ma questo non significa che manchino del tutto dei riferimenti.
D. Che significa?
R. Che forse vanno cercati in luoghi diversi, meno celebrati.
D. Ci dia delle dritte, Gnocchi…
R. Per esempio, seguo con attenzione ciò che viene proposto da case editrici come Rubettino, i titoli di Aldo Canovari e la sua piccola e coraggiosa Liberi Libri, guardo alla attività di Gran Torino, l’editrice del vostro editorialista Riccardo Ruggeri, alla Lindau, per una parte importante della cultura cattolica, ai saggi di un think tank liberale come l’Istituto Bruno Leoni.
D. Beh insomma, bisogna uscire dal mainstream culturale di sinistra…
R. Bisogna avere questo coraggio ma non perché il mainstream non produca buoni libri assoluto, ma perché là si può trovare una visione coerente del mondo.
D. Insomma una roba da «happy few», i pochi felici di Stendhal…
R. Secondo me gli italiani che leggono sarebbero pronti a sposare alcune idee della cultura liberale molto più di quanto si creda. È che, fino a ora, questa cultura è stata tenuta ai margini di un establishment di sinistra. Establishment che ormai non esiste più.
D. Man mano che è declinata l’egemonia gramsciana sui luoghi di produzione delle cultura…
R. Quelle case editrici, penso a Einaudi, hanno comunque prodotto grande cultura, che magari personalmente non ho mai condiviso, ma questo non ha importanza. Oggi quel mondo non c’è più, non ha retto al mutamento dei tempi.
D. A tempi o alle acquisizioni, come nel caso di Einaudi passata alla berlusconiana Mondadori?
R. No, era tutto iniziato già prima e poi non c’è solo Einaudi, ovviamente.
D. Però la caduta del Muro culturale potrebbe anche avere aspetti positivi: un grande scrittore come Eugenio Corti, l’autore de Il cavallo rosso, celebrato all’estero e ostracizzato da noi, oggi avrebbe il suo spazio.
R. Un momento, Corti il suo pubblico è riuscito a trovarlo alla fine: la cattolica Ares di Cesare Cavalleri ne ha venduto copie a migliaia e migliaia.
D. E oggi chi può beneficiare della caduta del Muro? Chi può emergere anche se è fuori da quel che resta del pensiero unico?
R. Oggi tocca a Ernesto Aloia, Massimiliano Parente, Davide Brullo, Giordano Tedoldi, Dino Cofrancesco, giovani scrittori poco allineati.
D. Lei poc’anzi parlava di comunicazione culturale che è cambiata. Ma manca qualcosa?
R. Per l’area politico-culturale che sta a destra, manca per certo una rivista che permetta di sperimentare, un luogo che possa pubblicare qualcosa oltre i 5 mila caratteri che sono, in genere, la misura massima per l’articolo di un quotidiano.
D. Una MicroMega di destra, per semplificare?
R. Più o meno, comunque una rivista con tanta carta, e quindi in netta controtendenza col mercato attuale, ma comunque un luogo che permettesse di incontrarsi a cattolici, liberali, alla destra-destra. Nelle pagine dei quotidiani non è possibile.
D. Con la scomparsa, ormai 30-40 anni or sono, delle terze pagine, l’ultima forse fu La Nazione, e con la collocazione delle pagine culturali più lontano dall’apertura dei quotidiani, il vostro lavoro conta un po’ meno nell’economia di un giornale? Dica la verità…
R. Dipende. Nella mia esperienza, sono pagine molto lette. Non come la politica, certo forse un po’ come l’economia, dove chi sfoglia si sofferma più su titoli e sommari. Ma chi entra, chi legge, è fortemente motivato.
D. Chi è il lettore della pagina culturale?
R. Qualcuno che vuole fidarsi e che quindi è molto esigente. Vuol capire se un certo libro val la pena, ama discutere, è interessatissimo alla storia. Gente che ti scrive, tantissimo, o che addirittura telefona. Un lettore che quindi non tollera le recensioni amicali per non dire le marchette. Forse le terze pagine di un tempo, per tornare alla sua domanda, erano più ricche di contributi accademici e ora lo sono meno ma, secondo me, hanno mantenuto la loro importanza.
D. La storia si diceva? Quella contemporanea in chiave revisionista, come piace spesso a destra?
R. Non necessariamente. I pezzi di celebrazione di Augusto, che abbiamo pubblicato di recente, hanno avuto un feedback straordinario.
D. A chi fate scrivere di storia?
R. Il parco collaboratori, da questo punto di vista è ricco, ci sono storici delle idee, della politica, storici tout court. Penso a Francesco Perfetti, Eugenio di Rienzo, Giampietro Berti e ne dimentico qualcuno, che me ne vorrà, temo. È che sempre più spesso, da quello che vedo in giro, è che ci sono sempre meno studiosi in grado di scrivere, sono migliori i redattori di cultura, e non solo stilisticamente ma spesso come preparazione.
D. Si guardi un po’ in giro, Gnocchi, cosa le piace o non le piace delle altre cronache culturali?
R. Questo è un esercizio che non amo particolarmente ma non mi piacciono nemmeno le affettuosità giornalistiche. Dico che gli inserti domenicali non mi piacciono, li trovo noiosi e troppo simili l’uno con l’altro.

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