La morte di Canestrini. Così smontò le accuse a Feltrinelli

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È una storia pressoché dimenticata, anche se un po’ in tutti i libri su Piazza Fontana la si cita, ma liquidandola in poche righe, vista l’enormità di quanto avvenuto dopo: la strage in banca, la morte di Giuseppe Pinelli in questura a Milano, l’odissea giudiziaria di Pietro Valpreda. Ma quella che vide Sandro Canestrini – spentosi lunedì a 97 anni – protagonista nell’aula della Corte d’assise di Milano, tra marzo e maggio del 1971, è una vicenda decisiva per comprendere la “madre di tutte le stragi” e le macchinazioni ad essa connesse. Tutto inizia infatti prima della bomba alla Banca Nazionale dell’Agricoltura, precisamente venerdì 25 aprile del 1969, quando a Milano avvengono due attentati: le bombe esplodono verso le 19 alla Fiera campionaria, nel padiglione della Fiat, provocando una ventina di feriti fortunatamente non gravi, e un’ora e mezzo dopo alla Stazione centrale, all’ufficio cambi della Banca Nazionale delle Comunicazioni, dove i quattro impiegati per miracolo restano illesi nonostante il violento incendio che divampa dopo l’esplosione. Sono bombe di Ordine Nuovo, le prime in luoghi pubblici: dunque pensate per ferire o uccidere. Poi verranno quelle sui treni di agosto e quelle del 12 dicembre. Franco Freda e Giovanni Ventura saranno condannati in via definitiva già nel 1982, con la sentenza che però li assolve per sempre per Piazza Fontana.

Indagini a senso unico

Bombe fasciste dunque, ma che l’Ufficio politico della Questura di Milano guidato da Antonino Allegra ritiene invece anarchiche. E così, fin dalla sera stessa del 25 aprile, le indagini verranno indirizzate solo ed esclusivamente in quella direzione. Vengono così arrestati alcuni giovani, tra i quali il bolzanino Paolo Faccioli: la polizia lo indica come l’esecutore, assieme ad Angelo Della Savia, di origini friulane. Vengono arrestati anche Paolo Braschi, livornese, e alcuni mesi dopo anche Tito Pulsinelli, abruzzese trapiantato a Milano. Tutti ventenni. Con loro finiscono a San Vittore anche l’architetto Giovanni Corradini e la moglie, Eliane Vincileoni, pure loro anarchici. La donna gestisce una boutique d’antiquariato in zona Brera, dove vende tra l’altro lampade Tiffany, realizzate proprio dai giovani (e pure da Valpreda): la coppia, secondo la polizia (le indagini sono condotte dal commissario Luigi Calabresi), sarebbe il vertice di un’organizzazione terroristica responsabile di una ventina di attentati, tutti senza feriti, in un’escalation culminata appunto il 25 aprile. Qui entra in ballo Sandro Canestrini. E con lui l’indagato eccellente: Giangiacomo Feltrinelli. E la moglie, la modella meranese Sibillla Melega. Corradini e Vincileoni sono infatti amici strettissimi dell’editore, abitano addirittura nello stesso palazzo di via del Carmine. E qui, la sera del 25 aprile 1969, proprio assieme a Corradini e Vincileoni, a casa Feltrinelli cenano Faccioli e Della Savia. Il che li scagiona dall’accusa di essere gli attentatori in Fiera e in Stazione. Ma il giudice istruttore Antonio Amati, nonostante una dettagliatissima deposizione spontanea dello stesso Feltrinelli, non crederà mai a questo alibi. E la sentenza istruttoria che rinvierà a giudizio i quattro giovani (più un’altra coppia toscana, peraltro non anarchica) comprenderà anche Feltrinelli e Melega, accusati di falsa testimonianza. E solo perché non si riuscirà a dimostrare che l’editore fosse il vertice reale dell’organizzazione terroristica. La Melega è addirittura sospettata di aver collocato un ordigno (inesploso) alla Rinascente, nel 1968: viene anche sottoposta a un’esame delle impronte digitali, che dà però esito negativo.

Verso Piazza Fontana

Questa vicenda è strettamente connessa alla strage di Piazza Fontana: non a caso a processo sfileranno come testi Calabresi, Valpreda, la vedova Pinelli, addirittura quell’Antonio Sottosanti che, in quanto presunto sosia di Valpreda, sarà da più parti indicato come colui che salì sul taxi di Cornelio Rolandi diretto alla banca, per far ricadere la colpa sul ballerino. Non solo. Poco prima di seguire Calabresi in questura, quel 12 dicembre Pinelli scrisse una lettera a Faccioli in carcere. E sempre quel giorno incontrò proprio Sottosanti, salito dalla Sicilia a Milano per testimoniare in favore di Pulsinelli. Mentre Valpreda verrà arrestato il 15 dicembre in Tribunale al termine di una deposizione proprio davanti al giudice Amati, nell’ambito dell’inchiesta sulle bombe del 25 aprile. A indagare è sempre l’Ufficio politico, Calabresi in testa. E gli agenti che saranno nel suo ufficio la notte in cui Pinelli precipiterà dalla finestra (Panessa, Mainardi, Mucilli) sono gli stessi che mesi prima interrogano i giovani anarchici: con Braschi e Faccioli che li accuseranno di maltrattamenti in questura. Mentre all’indomani della strage, la polizia chiederà invano di perquisire abitazione e uffici di Feltrinelli, già nel mirino da mesi. Canestrini e Feltrinelli Feltrinelli conosce Canestrini da un paio d’anni. Nella biografia “Senior Service” il figlio Carlo racconta il loro incontro a Rovereto, le appassionate discussioni sul Sud Tirolo. E raccoglie alcune dichiarazioni dell’avvocato: «Arrivava spesso di sorpresa. Se io e mia moglie eravamo fuori, scavalcava il recinto di casa, si sdraiava in giardino a fumare e a guardare la luna. Quando rientravamo, se c’era un’ombra era Giangiacomo». Mentre Sibilla Melega, nella sua ultima intervista di una quindicina d’anni fa a Cesare Lanza pubblicata su Sette, racconta così del giorno in cui appresero della strage di Piazza Fontana: «Eravamo a Oberhof. Sentimmo la radio, mi disse subito che doveva tornare in Italia. Invano gli consigliai di fare una conferenza stampa, dare un segno politico pubblico. Si diede alla macchia. Quante discussioni interminabili! Anche con un altro suo grande amico, l’avvocato Sandro Canestrini. Dicevo sempre: mai underground! Il risultato fu che non mi diceva più dove si nascondeva». Feltrinelli apprende infatti di essere indagato per falsa testimonianza alcuni giorni prima del 12 dicembre, interrogato da Amati in istruttoria. Sente che attorno a lui si sta facendo terra bruciata. E lascia l’Italia. Rinviato a giudizio, mai si presenterà al processo, affidando la sua difesa a Canestrini.

L’arringa in Corte d’assise

Sarà proprio di Canestrini l’arringa più “politica” di un dibattimento che come pochi altri offrirà colpi di scena. Si concluderà con l’assoluzione per tutti dall’accusa di strage (che poteva comportare l’ergastolo), pene minori solo per Braschi, Della Savia e Faccioli, altre assoluzioni per Pulsinelli e la coppia toscana accusati di altri attentati. Per Feltrinelli e la moglie l’accusa di falsa testimonianza cade «perché il fatto non sussiste». Tutto per giunta come da richiesta del pm. Dirà Canestrini il 21 maggio 1971, nella stessa aula in cui anni prima difese i terroristi sudtirolesi: «Il processo è nato a causa delle bombe e per compromettere Giangiacomo Feltrinelli come terrorista e come dinamitardo. L’accusa di falsa testimonianza è solo il residuo di un ben più vasto processo di accusa. Con la moglie, è stato indiziato di reato in relazione agli attentati: le carte infatti dimostrano che sia la polizia sia Amati intendevano attribuire loro il concorso con gli imputati. Ma quando l’accusa non ha più potuto stare in piedi si è ripiegato, per non confessare di non avere nulla contro di loro, su una imputazione minore, la falsa testimonianza, la cui mostruosità giuridica lo stesso pubblico ministero ha riconosciuto. Si è voluto accusare Feltrinelli perché è un uomo che dà fastidio e ha fondato una casa editrice che dà fastidio. Non dimentichiamo che in un rapporto della polizia, acquisito agli atti, si legge del Feltrinelli che “è noto per le sue stranezze rivoluzionarie” e che, pertanto, doveva considerarsi un nemico, una persona da isolare fisicamente». Per concludere infine così: «La violenza, quella vera, quella inequivocabile, viene da destra. Ma noi assicuriamo qui, anche da un’aula della Corte d’assise,che il fascismo non passerà!».

Paolo Morando, Alto Adige

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