C’erano una volta / Fabrizio De Andrè

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Al mio amatissimo Faber faccio un rimprovero: mai una canzone per il Genoa

Da giovani capitava di incontrarci. Era un tifoso sentimentale, totale. Nella fiction che la Rai gli ha dedicato mancano il suo essere politico e soprattutto la nostra citta

Fabrizio De Andrè

(di Cesare Lanza per LaVerità) Un poeta. Un cantastorie. Libero. Indipendente. Ribelle. Anarchico. Seduttivo. Conquistatore (scopatore). Puttaniere. Innamorato. Amatissimo. Inquieto. Timido. Ma anche guascone. Sprezzante. Inafferrabile. Fumatore accanito. Bevitore ugualmente compulsivo. Generoso. Malinconico. Amante degli animali e della natura. Provocatore. Contraddittorio. Emotivo. Passionale. Genoano.

Fabrizio De André aveva una personalità talmente complessa da indurmi a fare ciò che le regole del giornalismo abitualmente vietano. Descriverlo con un esagerato numero di aggettivi e di definizioni. Ve ne ho proposti 27. E avrei potuto scriverne di piu. Chiunque di voi abbia amato Faber potrebbe aggiungerne molti altri. Per ultimo ho scritto genoano. Ma se mi spingessi a trovare qualcosa che della sua poesia mi lascia inappagato, e proprio questo: era un genoano sentimentale, totale, ma al Genoa non ha voluto mai dedicare una sua canzone.

Lo chiamavano, tuttora lo chiamiamo Faber, e molti pensano che si tratti di un vezzeggiativo legato al suo nome, Fabrizio. Non e cosi. Fu un nomignolo, affettuoso e ironico, che gli appiccico il suo grande amico Paolo Villaggio, perche De Andrè adorava matite e pastelli di una marca che portava quel nome. Villaggio – aveva otto anni più di lui – fu il primo a capire che Fabrizio non era un ragazzo di talento, un ragazzo speciale: era un genio. Si erano conosciuti in montagna, a Cortina, nel 1948. Fabrizio aveva otto anni, Paolo il doppio. E Villaggio lo ricordava così: «Era un ragazzino incazzato che parlava sporco, gli piacevo perche ero tormentato, inquieto ed egli lo era altrettanto, solo piu controllato».

Ho lavorato con Villaggio, in televisione, alcuni anni. Del suo Faber parlava raramente, con pudore. Altrove, di Paolo, ho rintracciato scintillanti ricordi:« Fabrizio per scommessa una volta si mangio un topo. Di notte, da ragazzi, andavamo in giro a caso, una volta ci trovammo in un giardinetto fetido. Io, Fabrizio e Gigi Rizzi, il playboy, l’unico benestante. C’erano anche due ragazze bruttine. L’unico che aveva delle belle donne era Rizzi. Vediamo un gatto nero che si alza sulle zampe e vomita un grosso topo. Urla di orrore! Fabrizio voleva sempre stupire tutti e dice: “Questo topo , se mi date 20.000 lire, me lo mangio!”. E Rizzi: “Te le do io!”. Fabrizio: “Metti i soldi sui tavolo!”. E Gigi Rizzi tira fuori un lenzuolo di banconote e le mette sui tavolo. De Andrè respirando come un sub, di colpo… si abbassa, morsica la coda del topo e la succhia come uno spaghetto cinese. Poi dice: “Non lo mangio tutto perche non ho appetito!”. Applausi».

Questa di Marinella e la storia vera /che scivolò nel fiume a primavera / ma il vento che la vide cosi bella / dai fiume la portò sopra a una stella… sola, senza il ricordo di un dolore / vivevi senza il sogno di un amore/ma un re senza corona e senza scorta / busso tre volte un giorno alla tua porta. Ho scritto già molto e solo adesso mi accorgo che non ho neanche accennato alle sue canzoni. II motivo inconscio c’e: tutti le amano e le conoscono. Ho scelto allora i versi delle mie tre preferite. Marinella per Fabrizio fu una svolta per la popolarita: perche piacque a Mina, che la canto alcuni anni dopo che Faber, agli esordi, l’aveva composta.

C’e un legame forte tra me e Fabrizio: Genova. Lui era nato due anni prima di me, nel 1940, a Pegli. Io ero arrivato bambino dalla Calabria e consideravo Genova la mia città madre, adottiva. L’adoravo e l’adoro. Genova e piccola: in centrò ci si incontrava per caso, anche con Fabrizio. Era già noto, tra i giovani e gli amanti della musica, quando inaspettatamente scelse la Sardegna… Fernanda Pivano, sua grande arnica, ha scritto; «C’era una volta un bambino bellissimo… Gli piaceva guardare il mare e sognare, guardare le nuvole e sognare, guardare le bambine e sognare… sognava le nuvole e i boschi, sognava i prati e i profumi, i sorrisi e le lacrime: sognava il mondo bellissimo che c’era li attorno. Poi, sempre bellissimo ma non più bambino, un’estate ha conosciuto in Sardegna prati e boschi in collina, profumi e fiori nell’aria, delfini e rocce nel mare, sempre bellissimi, che gli hanno fatto vedere soltanto sorrisi, perche anche le lacrime erano bellissime, ormai: erano lacrime, ma già dell’amore. Cosi in Sardegna e rimasto: era diventato un ragazzo e poi un uomo bellissimo, aveva fatto figli bellissimi e sempre bellissimi sogni. Ma i sogni oramai li chiamava canzoni».

Il giornalista Cesare G. Romana: «NeI 1964 lavorava in una scuola di Genova, e li lo conobbi: ingabbiato – o protetto – da un ufficio grande come una casa delle bambole. Aveva appena scritto La canzone di Marinella, e me la spiegò: “Parla d’una ragazza di vita, annegata da un delinquente”. Poi me la lesse: mi aspettavo una pagina di cronaca nera e trovai una favola, partita tra i fiordalisi e finita tra le stelle. Dissi: “Credo che lei sia un genio. Ma di dischi ne venderà pochi”. Azzeccai solo la prima parte della frase, lui rispose: “Lo so”, e alludeva alla seconda. Cosi era Fabrizio da giovane».

La chiamavano Bocca di rosa / metteva I’amore, metteva I’amore / La chiamavano Bocca di rosa / metteva I’amore sopra ogni cosa / Appena scese alla stazione/ nel paesino di Sant’Ilario/ tutti si accorsero con uno sguardo / che non si trattava di un missionario / C’e chi I’amore lo fa per noia / chi se lo sceglie per professione/ Bocca di rosa né I’uno né l’altro / lei lo faceva per passione.

E la canzone meravigliosa che consolido la sua notorietà. E Fabrizio di sé ricorda: «Riccardo Mannerini mi ha insegnato che essere intelligenti non significa tanto accumulare nozioni, quanto selezionarle una volta accumulate, cercando di separare quelle utili da quelle disutili… Sicuramente è stata una delle figure più importanti della mia vita».

È significativa la sua gratitudine per Mina: «Se una voce miracolosa non avesse interpretato nel 1967 La canzone di Marinella, con tutta probabilità avrei terminato gli studi in legge per dedicarmi all’avvocatura. Ringrazio Mina per aver truccato le carte a mio favore e soprattutto a vantaggio dei miei virtuali assistiti». Luigi Tenco fu un altro suo importante amico, nonostante le rare frequentazioni: «Ci saremmo visti venti volte in tutto. Al di là dell’amicizia c’era una grossa stima reciproca, tale da arrivare a prometterci di incidere un disco insieme».

Re Carlo tornava dalla guerra / lo accoglie la sua terra/cingendolo d’allor / Al sol della calda primavera / lampeggia I’armatura / del sire vincitor.

E questa è la terza mia canzone preferita. Faber la scrisse con Paolo Villaggio ed è l’esilarante racconto del re che si ferma a fare I’amore con una ragazza – trecce bionde, seno ignudo – e poi scopre che lei, anziché essere invaghita del monarca guerriero, pretende di essere pagata 5.000 lire, un prezzo di favore. Ma re Carlo é avaro: Anche sul prezzo c’e poi da ridire / ben mi ricordo che prima dipartire/c’erano tariffe inferiori alle 3.000 lire. Salta in sella e se ne va senza pagare… Irresistibile! Ma la canzone ebbe varie difficoltà con i censori, muniti di forbici, mai d’intelligenza. Freno (a fatica) il mio entusiasmo e, per oggettività, ricordo un paio di aspre critiche, difficilmente apprezzabili. Luca Beatrice: «Fare la parte degli intellettuali scomodi e controcorrente e un bel giochetto che rinvigorisce l’ego, perciò via alia fiera delle banalità: De Andrè è un cantautore nient’affatto eccezionale, sopravvalutato a scapito del povero Lucio Battisti, un borghese che si diverte a perculare il proletariato anche da defunto facendogli credere di essere dalla sua parte mentre si ubriaca sperperando i soldi di famiglia». E Roberto Agus: «Parte da Jacques Brel ma poi pesca i suoi suoni nella tradizione paesana, dialettale, ed etnica, eliminando con superficialità la parte ludica e la ricerca sonora. De Andrè ci ha lasciato questa eredità: un manierismo dilagante che ostenta il medesimo frullato di influenze: tarantole e tarantelle…». Concordo invece con Carlo Antonelli di Rolling Stone: «Non era un santo». Verissimo, e questo faceva parte del suo fascino. Accenno rapidamente al rapimento, notissimo, di cui fu vittima il 27 agosto 1979, insieme con la seconda moglie, l’amatissima Dori Ghezzi, importante cantante, che gli era stata presentata da Cristiano Malgioglio (la prima, più anziana di lui di dieci anni, era stata Enrica Rignon, detta Puny, amante di jazz e di letteratura russa): 117 giorni di prigionia, 550 milioni per il riscatto. Papa di Fabrizio era Giuseppe, un grande manager dell’Eridania; il fratello Mauro, più anziano di quattro anni, un celebre avvocato. Tutti e due ebbero un ruolo determinante per la felice conclusione del dramma. Alia fine dell’agosto 1998, prima di un concerto a Saint Vincent, De Andrè avverti forti disturbi al torace, fu costretto ad annullare la serata. Diagnosi: carcinoma polmonare. Se ne andò, a Milano, l’11 gennaio 1999. I funerali si tennero a Genova: nella bara una sciarpa del Genoa, un pacchetto di sigarette, un naso da clown, presenti 10.000 persone, tra cui Paolo Villaggio e Beppe Grillo, Vasco Rossi e Ivano Fossati, Fiorella Mannoia, Roberto Vecchioni, Fernanda Pivano. Paolo Villaggio commentò: «Per la prima volta ho avuto invidia di un funerale».

Nella passata settimana, martedi e mercoledi, la Rai ha dedicato una fiction a Fabrizio. Non mi e piaciuta. Insopportabile l’accento romanesco del pur bravo attore protagonista, Luca Marinelli: condivido le critiche di una brava giornalista genovese, Monica Di Carlo. «Manca totalmente, salvo qualche citazione quasi macchiettistica, il De Andrè politico, anarchico, che detestava profondamente la buona societa genovese. Chiunque a Genova sa che la prostituta Marinella (si chiamava Maria Boccuzzi) non è morta ad Arenzano, ma sul fiume Olona. Non si capisce la necessità di delocalizzare. Si poteva girare la scena delle prostitute dove c’erano davvero. Forse il rapporto con la famiglia d’origine temo sia stato potentemente edulcorato. Si vede chiaramente che la figura di Puny e quella di Dori sono viste con gli occhi di Dori. Non viene minimamente citato Vittorio Centanaro. Mannerini esce quasi come una macchietta». E soprattutto, per me, non c’e Genova, la nostra città, che Faber definiva «la madre da rimpiangere». Ma sì, lo so, noi tifosi di De Andrè siamo incontentabili.

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