GRALDI (PAOLO)

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IL direttore? E’ fuori. Dal coro
Paolo Graldi a tutto campo
A CORSERA E REPUPPLICA NON INVIDIO NULLA. ANZI VOGLIO SPARIGLIARE, USCIRE DALLA CUPOLA DEI GIORNALI OMOLOGATI. IL TIMONIERE DEL “MESSAGGERO” SI CONFESSA. A 360 GRADI: DAI RAPPORTI DIFFICILI CON IL SINDACATO ALLE VOCI “PILOTATE” CHE LO INSEGUONO. E SUL FUTURO DICE CHE…

Intervista di Cesare Lanza su “Panorama”

Quasi per caso, l’intervista comincia dai salotti. “Sono arrivato alla guida del Messaggero” dice Paolo Graldi, con il sorrisino sornione che a volte nasconde, forse, i reali sentimenti “subito dopo Pietro Calabrese, che diceva di partecipare a decine
di ricevimenti l’anno. E così ho detto: togliete il mio posto a tavola.”
– Perché? Per antagonismo verso Calabrese?
“ No, no. Ma non mi piaceva, per istinto, questa curiosa capacità di legittimazione attribuita ai salotti: bravi quelli che li frequentano, cattivi quelli che no. Non si può passare per i salotti e lasciar decidere ai salottisti se sei bravo oppure no.
Non mi piace: tutti si incontrano per dirsi quanto sono bravi tra di loro e dire male di chi è assente.”
– Ma i salotti, a quel che si sa, l’hanno presa male. Con tormentoni, voci
nate o alimentate in vario modo: il Messaggero di Graldi non funziona, Graldi non va d’accordo con il suo editore Francesco Gaetano Caltagirone, i giornalisti del Messaggero non gradiscono Graldi… Cosa risponde?
“Risponderò. Cominciamo dai giornalisti: il gradimento della redazione è stato votato a larghissima maggioranza. Ma prima ancora vorrei precisare che verso i riti salottieri non nutro né arroganza né snobismo. Penso semplicemente che sia finita l’epoca del giornalismo autodivistico, protagonistico, autoreferenziale, con imparentamenti innaturali tra i giornalisti della carta stampata e i giornalisti-divi della tivu. Anche se è vero che una quota di protagonismo è insita nel nostro mestiere.”
– E allora?
“Il problema, come sempre, è la misura: bisogna evitare gli eccessi.”
– Quali eccessi?
“ Ad esempio: la notizia non siamo noi. Le notizie, oggettivamente, sono
altre. Noi non siamo mai l’ombelico del mondo, anche se ci illudiamo di esserlo o
qualcuno, divertendosi, ci fa credere che lo siamo.”
– E quindi? Vita solitaria?
“ Intendo la nostra professione come studio e aggiornamento continuo: aggiornarsi prende già un bel po’ del tempo libero. Quanto alle relazioni sociali preferisco andare a casa di persone che mi invitano senza il retropensiero di avere qualcosa da chiedermi o di voler apparire nelle cronache mondane.”
– Nomi, nomi!
“Se li facessi, cadrei nel vizio da cui voglio scappare.”
– E lei, a casa sua, riceve?
“Certo, gli amici. Ne ho molti, in tutte le professioni e i mestieri. Fra di noi tutto quello che si dice finisce a tavola e mai nel gossip o nelle frecciate sui giornali.”
– Torniamo allora alle voci, che hanno tormentato i suoi primi mesi al Messaggero.
“Bastava sapere ch’erano pilotate. Un’orchestrina stonata che suonava sempre lo stesso motivetto:”Pazza invidia”. Io mi sono limitato a restare fuori dal coro e dal giorno del mio incarico -è passato un anno e mezzo- le voci maliziose si sono via assopite. Poi ha parlato, una volta sola, l’editore…
-E che cosa disse?
“Si quotava la Caltagirone editore in borsa. Era il 22 giugno. Disse ai giornalisti, durante la conferenza stampa: “Non ho nessuna intenzione di cambiare il direttore del Messaggero: il giornale con Paolo Graldi ha finalmente trovato una guida di grandissima autorevolezza” Aggiunse: “Siamo assolutamente soddisfatti del successo e del peso politico che Graldi è riuscito a dare al Messaggero”. Puo’ bastare?
– E ora, i rapporti con l’editore come sono?
“Sempre uguali. Fiduciari per definizione, come devono essere tra editore e direttore. E caratterizzati da un’amicizia di almeno vent’anni, che mi offre l’opportunità di frequentare un uomo di altissima, indiscutibile qualità.”
– Un rapporto mai in crisi?
“ Una bella solfa questa storiella della crisi. No, mai in crisi. Ma, attenzione: anche se c’è amicizia e fiducia, occorre rispettare le regole del mestiere. Quando Caltagirone è diventato l’editore al Mattino, di cui io ero già direttore, tre anni prima di arrivare a Roma, ho messo a sua disposizione il mio incarico per due volte, com’era doveroso, in occasione dei successivi passaggi di proprietà. Al Mattino i infatti non mi aveva assunto lui.”
– Quali ricordi, di Napoli? Difficoltà anche lì?
“ I direttori non si amano, si rimpiangono. E’ una regola che vale per tutti. Accadrà ancora.”
– E il futuro? Sempre con Caltagirone?
“ Sperabilmente. Quando un’intesa è forte è un bene per tutti. Un professionista dev’essere sempre pronto a lasciare, se necessario, con la sua cassetta degli attrezzi in mano. Premesso questo, dirigo il giornale più importante di Roma, il quarto giornale generalista italiano. E sono contento di quel che faccio.”
– Vede un futuro da manager editoriale? Si dice in giro: Graldi sarà il
manager di Caltagirone, che nel mondo dei media si sta espandendo giorno dopo giorno. E alla direzione del Messaggero sta per arrivare qualcun altro…
“Ma perché non facciamo i giornalisti! O fatti o nulla. Fuori dal
Messaggero o lontano da Caltagirone vedo, eventualmente ma chissà quando, solo la tivu. E’ un vecchio amore.”
– E si sa che in tivu lei ha fatto varie esperienze.
“ Sì, tante. Tra le altre, con Enzo Biagi, sono stato il primo a intervistare Ali Agca in video e, sul Corriere, dove ho lavorato vent’anni, il primo a intervistare il superpentito Tommaso Buscetta.”
– Nostalgie?
“ Professionalmente sì. Ma sono state fasi molto dure della vita italiana.
Abbiamo vissuto due emergenze, prima il terrorismo, tutti gli anni di piombo, e poi la mafia. Insieme con quello di Alfonso Madeo c’era anche il mio nome, nella lista delle Brigate Rosse che condannava a morte Walter Tobagi.”
– Torniamo a Caltagirone. Com’è, visto da vicino?
“Chi sia, lo dicono le cose che fa.”
– E questo intenso profumo di scalata ad Hdp, ad esempio…?”
“ Caltagirone mi parla di cultura e politica, spesso del Messaggero, mai dei suoi affari.”
– E cosa dice del Messaggero? Chiede, pretende?
“ Conosce ogni fibra del suo giornale, come di tutte le altre sue aziende.”
– E lei ha cambiato il Messaggero?
“La mia idea è che oggi bisogna sparigliare. Basta con i giornali omologati, fatti allo stesso modo, che dicevano le stesse cose, come se fossero rassicurati da una sorta di cupola.”
– Sì, ma lei come spariglia?
“Al classico “soldi, salute e sesso” come fanno tutti, abbiamo aggiunto anche scienza, sangue, solidarietà, scandali, successo, società e naturalmente sport.”
– Risultati?
“ Gli analisti internazionali hanno definito l’editoriale il Messaggero tra le
primissime performance in Europa per capacità gestionale e redditività. Il quotidiano di via del Tritone conserva con rinnovata freschezza la straordinaria capacità di interpretare i sogni e i bisogni della gente e racconta storie che spesso da fatti diventano fenomeni: com’è successo per la morte di un ragazzo in motorino. Da quella vicenda siamo arrivati alla legge del casco obbligatorio per tutti e a impegnarci per farla rispettare.”
– Cosa invidia ai due giornali leader?
“Niente. Del Corriere mi piacciono i reportage esteri, ben fatta l’economia di Repubblica.”
– Faccia una squadra di giornalisti che le piacerebbe avere sempre con sé.
“Escludendo Panorama e Messaggero, vorrei come commissario tecnico Enzo Biagi e poi certamente Stefano Folli, Beppe Severgnini, Maria Luisa Agnese, Carlo Bonini, Filippo Ceccarelli, Giuseppe Zaccaria, Pietrangelo Buttafuoco, Ugo Magri, Bice Biagi. Ma anche tanti, tantissimi altri.”
– Non ha detto nulla, però, del rapporto difficile con il sindacato.
“ Oggi tutto cambia a velocità incredibile, inarrestabile. E la nostra categoria si attarda ancora troppo in corporativismi di maniera. Non è flessibile, non è aperta al nuovo: guarda più ai privilegi che alle nuove opportunità. Questa visione delle cose, ovviamente, crea diversità di vedute. Ma è un problema di tutti. ”
– E come deve muoversi un direttore, in tutto questo?
“Il segreto di un direttore è capire una cosa, collegarne due, possibilmente rispondere con coerenza a tre.”

23-02-01

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