Intervista a Luca di Montezemolo

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Luca di Montezemolo, qual è il suo primo ricordo? 
«Il vestito della domenica. E le gite fuori porta in Vespa, attraversando una Bologna ancora semidistrutta dalla guerra: papà alla guida, mamma dietro, io in mezzo, ovviamente tutti senza casco». 

Com’era la sua famiglia? 
«Vengo da due famiglie molte diverse. I Montezemolo sono piemontesi, aristocratici, militari. Mio nonno era il comandante di Bologna. Suo fratello, mio prozio Giuseppe, fu un eroe della Resistenza, ucciso alle Ardeatine». 

Tacque sotto le torture. 
«Gli strapparono le unghie. Ma non tradì i suoi uomini. Sono sempre stato molto vicino a sua moglie Iuccia e a suo figlio Andrea, che divenne cardinale e fece gli accordi tra la Santa Sede e Israele». 

E la famiglia di sua madre?
«Sono legatissimo a Bologna, dai nonni ho preso i valori degli emiliani: gente di passione, con facilità di rapporti umani, e capacità di inventarsi mestieri nuovi. Ho sempre avuto molti amici veri, e diffidato delle persone senza amici. La mia formazione è stata diversa da quella, che trovo un po’ provinciale, dei giovani della borghesia romana: sempre insieme, all’Argentario e a Cortina… A me interessava conoscere il mondo e frequentare tutti gli ambienti, il figlio di Susanna Agnelli e il figlio del portiere; e mi è stato utile». 

Preferibilmente il figlio di Susanna Agnelli. 
«Innanzitutto Susanna Agnelli è stata una donna di grande impegno sociale, che ha fatto moltissimo per i bisognosi e i malati. Una delle cose di cui sono più orgoglioso nella vita è aver ereditato da lei l’impegno di Telethon. E poi, sì, il mio primo amico è stato suo figlio, Cristiano Rattazzi. Siamo anche stati insieme al collegio navale Morosini di Venezia». 

Lei però rimase solo un anno. Perché? 
«Perché la carriera militare non faceva per me. Tornai a Roma e studiai al Massimo, dai gesuiti». 

Dove trovò Mario Draghi. Com’era? 
«Ero in classe con Gianni De Gennaro, il futuro capo della polizia. Draghi era in un’altra sezione. Un ragazzo molto serio, con la passione della pallacanestro. I gesuiti furono un’ottima scuola. Anche di fede». 

Lei ha fede? 
«Molta. Quando mi sento sfiduciato, mi chiudo tre giorni nel santuario della Verna, dove san Francesco ricevette le stimmate; e quando ne esco sono un altro uomo». 

Lei è considerato un uomo di comunicazione, di pubbliche relazioni. 
«La verità è che io nella vita mi sono fatto veramente il culo. Ho lavorato tantissimo. Di sabato, di domenica. Alla Ferrari ho rivoluzionato la gamma dei modelli, rifatto la fabbrica, decuplicato il fatturato, vinto 19 mondiali tra costruttori e piloti…». 

Come conobbe Enzo Ferrari? 
«Quando nel ’68 le università erano occupate, Cristiano e io ne approfittammo per correre i rally. Eravamo bravini, fui preso dalla Lancia. Un giorno ero ospite in radio: “Chiamate Roma 3131”, condotta da Boncompagni. Chiamò un ragazzo per dire che l’automobilismo era uno sport per ricchi; io risposi che non era vero, che Bandini era figlio di un meccanico… Il caso volle che Ferrari stesse ascoltando. Telefonò: “Lei ragazzo ha gli attributi, venga a trovarmi». 

E lei? 
«Io mi ero laureato in giurisprudenza e volevo fare l’avvocato penalista. Ero entrato nel carcere di Porto Azzurro per intervistare Fenaroli, quello del delitto. Poi avevo vinto una borsa di studio alla Columbia. Ma nei primi giorni del gennaio 1973 andai a trovare Enzo Ferrari; e lui mi chiese di fargli da assistente. I miei ci rimasero malissimo: “Ti metti a giocare con le macchinine?”». 

Di Ferrari raccontano fosse un uomo molto duro. 
«Aveva le sue manie: non è mai venuto a Roma in vita sua, non ha mai preso un aereo o un ascensore, quando cedette la Ferrari all’Avvocato la firma si fece al pianterreno di corso Marconi. Ma era un uomo straordinario. Mi ha insegnato due cose: non arrendersi quando le cose vanno male; chiedere sempre di più, a se stessi e ai collaboratori, quando le cose vanno bene. Aveva un talento naturale per il marketing: il cavallino di Baracca, le auto tutte rosse, l’accortezza di far aspettare anche se la macchina era pronta. Ogni tanto arrivava in treno da Roma il decano dei concessionari, e ripartiva con l’auto per il cliente. Era Vincenzo Malagò, il papà di Giovanni; una volta andò via con una Rossa per Mastroianni. La Ferrari per Enzo era come una donna bellissima, che si fa desiderare». 

Ma non vinceva da tempo. 
«Luglio 1973, Brands Hatch, il mio primo Gran Premio. Qualifiche: Jacky Ickx sedicesimo, Arturo Merzario diciottesimo. Telefona Ferrari: “Ci ritiriamo. Caricate le macchine sui camion e tornate a casa”». 

E lei? 
«Lo convinsi a correre. Ma poi ci fermammo davvero, per due gare. Cominciò la ricostruzione. Ci consigliarono Jean-Pierre Jarier, ma io volevo prendere Niki Lauda, che aveva fatto bene con la Brm. Mi sparò una cifra in scellini austriaci, dovetti andare in edicola a comprare il giornale per sapere quanto chiedesse…». 

Nei quattro anni successivi, Niki Lauda vinse due Mondiali, ne perse altri due all’ultima corsa, e rischiò di morire bruciato. 
«Dopo il rogo del Nurburgring andai in clinica a parlare con il medico. Mi disse che la notte sarebbe stata decisiva: bisognava tenerlo sveglio, perché aveva respirato gas velenosi, e doveva muovere i polmoni. Niki sentì tutto. E restò sveglio. Quaranta giorni dopo era già in pista a Monza. Quando indossò il casco si riaprirono le ferite, grondava sangue». 

Ma al Fuji, in Giappone, sotto la pioggia, si ritirò. 
«Forghieri gli propose: diciamo che hai un problema alla macchina. Replicò: no, diciamo la verità; correre in queste condizioni è una follia». 

L’anno prima Lauda aveva vinto il Mondiale proprio a Monza.
«Era il 7 settembre 1975: uno dei due giorni più belli della mia vita, a parte quando sono nati i miei cinque figli. Clay Regazzoni vince il Gran Premio d’Italia, e Lauda è campione del mondo. Telefono a Enzo Ferrari, e intuisco che è commosso. Non l’avevo mai sentito piangere». 

E l’altro giorno più bello? 
«8 ottobre 2000. Michael Schumacher sta per conquistare il titolo dopo 21 anni. L’Avvocato mi telefona quando mancano due giri alla fine: “È fatta, grazie, grazie…”. Io sono superstizioso, e gli dico: “Avvocato, aspettiamo…”. Ma sento che lui, come Ferrari, è commosso». 

Anche l’Avvocato non l’aveva mai sentito piangere? 
«Una volta, a Roma, all’ultimo concerto di Frank Sinatra, ebbi l’impressione che si fosse emozionato, ascoltando My way». 

Com’era l’Avvocato? 
«Diverso da come lo raccontano. Ad esempio era molto italiano». 

Cosa intende? 
«Amava il calcio, le auto. Non era affatto disinteressato al cibo: la prima volta che da ragazzo andai a trovarlo all’Argentario parlammo dell’olio toscano, quando veniva a Roma andavamo a Fregene a mangiare il pesce. Era anche lui un po’ superstizioso. Soprattutto, era legatissimo a Torino, al Piemonte. E voleva essere il primo promoter dell’Italia in America, nel mondo». 

Nacque la leggenda che lei fosse suo figlio. 
«In famiglia ne sorridevamo: “Mamma, cos’hai combinato?”. È vero però che per me è stato come un padre. Mi ha trasmesso la curiosità per gli uomini, per il mondo, per l’arte contemporanea: la pop art e l’arte povera, Lichtenstein e Alighiero Boetti, Warhol e Pistoletto… A Torino abitavo sulla sua stessa collina, qualche tornante sotto. Ogni tanto mi chiamava: “Vieni a vedere il secondo tempo di un film?”. Avvocato, ma perché il secondo tempo? “Va bene, vediamo il primo, poi andiamo a dormire”». 

Dopo la Ferrari la chiamò in Fiat. 
«A riorganizzare le relazioni esterne. Poi a dirigere la Cinzano. E a lanciare l’operazione Azzurra: un caso incredibile di marketing nazionale».

Ma lei entrò in urto con Romiti, che non era certo un suo estimatore. 
«Abbiamo avuto alti e bassi. Romiti non era una persona facile, come hanno sperimentato anche uomini del calibro di Ghidella e De Benedetti. Io poi ho dovuto pagare il rapporto stretto che avevo con l’Avvocato. Però fu Romiti, su suo input, a telefonarmi nel 1991 per propormi di tornare in Ferrari. Temevo mi volesse come direttore sportivo, e mentre parlava pensavo a una scusa per dire no». 

Invece la fecero presidente e amministratore delegato. 
«I dipendenti erano in cassa integrazione. Venne a trovarmi uno dei tre grandi che mi hanno sempre ispirato, Ralph Lauren, un genio del marketing…». 

Chi sono gli altri due? 
«Michele Ferrero. Un genio del prodotto. Un inventore: due giorni dopo che ero diventato presidente della Fiat, venne a propormi una sua invenzione per coprire la 500 per quelli che non avevano il garage… L’altro è Achille Maramotti, il fondatore di Max Mara». 

Cosa le disse Ralph Lauren in Ferrari? 
«Che si aspettava una fabbrica più high-tech. Cambiammo tutto. Renzo Piano fece la galleria del vento. Chiamai Fuksas e Jean Nouvel. Inventammo la Formula Uomo, mettendo al centro la qualità della vita degli operai. Fummo i primi ad autoprodurre l’energia. Vincemmo il premio “The best place to work in Europe”. Andammo in Cina. E rifacemmo la gamma dei prodotti. Compresa la prima auto ibrida italiana». 

Alla presidenza della Juventus non era andata altrettanto bene. 
«Fu un errore dire di sì. Dopo l’avventura bellissima di Italia ‘90, non ne potevo più del calcio, di stadi, partite, arbitri… Ma non potevo rifiutare. E poi l’Avvocato si era infatuato di Maifredi. Era il tempo del Milan di Sacchi, e lui in fondo aveva sempre amato il bel gioco: Sivori, Platini, Maradona, Baggio». 

Nel 2000 l’Avvocato fu il testimone delle sue seconde nozze.
«Arrivò un bellissimo piatto d’argento, lo chiamai per ringraziarlo. Rise: “Quello sarà il regalo di Marella. Il mio lo trovi dal concessionario Ferrari di Bologna”. Era una 360 barchetta, senza tetto e senza vetro, disegnata apposta da Pininfarina. Lascerò scritto che non si potrà mai vendere». 

Lei a Torino ritornò da presidente della Fiat, in circostanze drammatiche. 
«In sedici mesi erano morti i due leader, prima l’Avvocato, poi Umberto Agnelli. John Elkann era un bambino. La Fiat era nelle mani della banche. Ero stato eletto presidente di Confindustria il giovedì mattina; Umberto morì la sera stessa. Due giorni dopo mi chiamò Susanna Agnelli, con lei c’era tutta la famiglia. Passai una notte insonne. Poi capii che non potevo dire di no». 

Perché? 
«Perché ho il senso della riconoscenza. E lo pretendo. Tanti l’hanno avuto. Qualcuno no». 

Calenda l’ha avuto? 
«Sì. E ora in politica può fare bene. Non è vero che gli manchi il senso del sociale, è per il salario minimo. Rappresenta un’Italia repubblicana, perbene, seria». 

Elkann l’ha avuto? 
«Suo nonno era un uomo generoso d’animo, pieno di interessi, con un grande senso dell’amicizia, che mi è sempre stato vicino nei momenti difficili. Non mi faccia dire altro». 

Anche con Marchionne lei ha avuto un rapporto difficile. 
«Eravamo seduti vicini in consiglio d’amministrazione, e ci stavamo simpatici. Insieme bloccammo Morchio quando voleva cancellare il marchio Panda, una follia. Dopo Morchio, la scelta dell’amministratore delegato era tra Marchionne e Bondi, grande ristrutturatore. Scegliemmo Marchionne».

Prima di morire, disse a Bianca Carretto che «si vergognava come un ladro» per come l’aveva mandato via dalla Ferrari. 
«Marchionne era un assoluto dittatore, ma a me stava bene, avevo altre cose da seguire. Era naturale che nel tempo dovessi lasciare, anche perché non avrei mai portato la Ferrari in Borsa; la Borsa vive di annunci, e la Ferrari va gestita diversamente. Inoltre credo che della Ferrari Marchionne volesse diventare il numero 1: non solo gestore, ma azionista. Ci rimasi molto male per il modo. Ma non dimenticherò mai l’addio a sorpresa di Maranello». 

Come andò? 
«Mi invitarono per un piccolo brindisi con i dirigenti; in realtà c’erano tutti gli operai in tuta. Applaudivano e piangevano, sulle note di Una lunga storia d’amore di Gino Paoli». 

Cos’è oggi la Fiat? 
«Una proprietà francese. E anche la Magneti Marelli è stata una grave perdita per l’industria italiana». 

Berlusconi nel 2001 la voleva ministro. 
«Lo disse a Porta a Porta, ovviamente senza avvertirmi. L’Avvocato mi consigliò di accettare; ma quella volta non gli diedi retta. Agli Esteri andò Renato Ruggiero; resistette sei mesi». 

Nel 2006 in Confindustria ci fu la contestazione di Vicenza. 
«Berlusconi era invitato, ma disse che non sarebbe venuto. Poi si presentò a sorpresa, con il sostegno delle truppe cammellate di Galan, allora presidente del Veneto. Diego Della Valle lo affrontò, gli diede del buffone… Per fortuna Andrea Pininfarina fece cenno a de Bortoli di chiudere il convegno». 

Il 2006 è anche l’anno di Italo. 
«Da un foglio bianco è nata un’azienda da 25 milioni di passeggeri e 1500 dipendenti, quasi tutti giovani. Dopo le tv, la più grande privatizzazione nella storia italiana. Ma a differenza di Berlusconi noi non abbiamo avuto aiuti, anzi ci hanno ostacolato in tutti i modi possibili». 

Addirittura? 
«Trenitalia controllava pure la rete ferroviaria. Moretti ci faceva partire i treni alle 4 del mattino. Ci negarono la stazione Termini, e andammo a Ostiense; il giorno del primo viaggio la fecero trovare chiusa da una grata…». 

La sua presidenza di Alitalia non andò altrettanto bene, anzi. 
«Accettarla fu un errore, commesso per generosità. Prima Letta, poi Renzi mi chiesero di far di tutto per convincere Etihad a prendere Alitalia. Gli sceicchi dissero sì, ma poi vollero che facessi il presidente. Sbagliai, proprio perché non sono un uomo di rappresentanza, ma uno abituato a fare, a decidere». 

E nell’editoria, non pensa di aver commesso errori? 
«L’editoria è una delle mie grandi passioni, sono stato anche presidente della Federazione editori. Nelle varie epoche ho puntato sugli uomini giusti. Marco Benedetto, amministratore della Stampa, dove portai Bernardo Valli e Forattini. Giulio Anselmi: un grande direttore, un uomo dalla schiena dritta. Con lo stesso criterio, quando c’era da scegliere il direttore del Sole24Orechiamai Ferruccio de Bortoli, che con Berlusconi, allora premier, non aveva un gran rapporto. Sono orgoglioso di aver contribuito a portare due volte Paolo Mieli alla guida del Corriere. E ho un ricordo meraviglioso di Montanelli». 

Era amico pure di Montanelli? 
«Gli facevo scherzi crudeli. Lui era schivo, a volte burbero, non amava essere importunato per strada, e quando andavamo a passeggio a Cortina giocavo a precederlo di qualche metro sussurrando ai passanti: c’è Montanelli, c’è Montanelli… Così tutti lo fermavano, e lui si infuriava: “Colpa tua!”». 

Amici tra gli artisti? 
«Soprattutto Lucio Dalla, che mi manca, e Gino Paoli, cui voglio molto bene. Con Lucio cenavamo spesso insieme a Bologna. Una sera venne anche un altro amico, Paolo Borgomanero: aveva lo stesso profumo che sentivo a mio nonno. Gli chiesi: cos’è? Rispose: una cosa che non si usa più, si chiama Acqua di Parma. Gli dissi: perché non lo compriamo? La sera stessa chiamai Diego Della Valle. Pagammo Acqua di Parma 50 milioni di lire, e fu un successo clamoroso». 

E Gino Paoli? 
«Veniva a trovarmi a Torino. Una sera aveva un concerto al festival dell’Unità, era in ritardo e gli diedi un passaggio. Gli uomini della sicurezza del Pci si stupirono: “Gino, ma lo sai che il tuo autista è identico a quella testa di cazzo di Montezemolo?”». 

Pare la scena di un film dei Vanzina. 
«Siamo amici fraterni da quando avevo dieci anni. La prima volta che andai allo stadio ero con loro: sapevano che tifavo Bologna, e il loro papà, Steno, ci portò a vedere Lazio-Bologna. Espugnammo l’Olimpico con gol dell’uruguagio Di Marco. Con Enrico e Carlo Vanzina abbiamo pure fondato una società di produzione cinematografica…». 

Il suo primo matrimonio fu annullato dalla Sacra Rota. Come mai?
«Perché avevo sposato una signora in parte di origini americane, con una mentalità divorzista: vediamo come va, al limite ci separiamo. Ci separammo. Ma non mi faccia parlare di cose familiari». 

Tra meno di un mese si vota, e vincerà la destra. È un pericolo per l’Italia? 
«Sono molto più preoccupato per il dopo elezioni, con una politica che non perde occasioni per aumentare il distacco con famiglie, giovani, imprese anche in questa campagna elettorale fatta di parole, promesse irrealizzabili, politici nominati dai partiti, pochissimo spazio alla società civile».

È così pessimista?
«Spero con tutto il cuore di non esserlo troppo. Purtroppo non vedo le condizioni per ricostruire una politica decente. Sentiremo molto la mancanza dell’autorevolezza di Draghi, non solo in Europa».

di Aldo Cazzullo Corriere della sera