Gauche Caviar, il libro-antidoto contro il veleno della banalità

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(di Tiziano Rapanà) Scrivo volentieri di un libro che vuole abbattere i luoghi comuni della cultura e della sinistra. Si chiama Gauche caviar. Come salvare il socialismo con l’ironia (Baldiini + Castoldi, 18 euro) ed è figlio dell’ingegno di Fulvio Abbate e Bobo Craxi. Con la scusa di voler aprire un chringuito ad Hammamet, i due costruiscono un libro epistolare che è saggio didattico, invettiva, rottura di uno schema letterario che non vuole essere romanzo ma, in alcuni mirabili punti, lo diventa. Il problema è sempre quello: l’incapacità di accettare una sinistra settaria e manichea, che fa dell’austerità il suo punto di forza. Il saio, il cilicio ed il ditino ammonitore sempre all’erta, rappresentano pienamente questa parte di mondo. Le pagine rivelano, parafrasando il grande Sergio Bruni, un ammore amaro per la sinistra che non è mai stato completamente ricambiato e che ha portato solo delusione. In questo saggio non si vuole lodare la gauche caviar in senso classico, tutt’altro: non c’è un’ode alla sinistra al caviale, nessun ammiccamento agli usi e costumi dei radical chic; il lavoro vuole distruggere quella gauche caviar per costruirne un’altra legata allo sfarzo di essere sé stessi, di dire quello che si pensa, per il gusto della libertà, senza guardare a convenienze di sorta. Per certi versi, è un invito ad emanciparsi dal conformismo dell’opinione pubblica, per trovare una propria strada. Il libro, tra le tante cose, sottolinea la totale assenza di creatività nell’industria culturale odierna. La gauche caviar, quella vera che – ed è bene ripeterlo – non c’entra nulla con l’opera di risemantizzazione compiuta dai due scrittori, elogia e sponsorizza artisti portatori di una modestia terrificante. Non c’è fantasia, manca l’edificazione di un altrove che spezzi le catene di un’arte dimidiata ad intrattenimento, a pura narrativa. E appare fin troppo facile, ora, citare Tommaso Landolfi e dunque sostenere che non si può fare “cinema con il cinema, teatro con il teatro” e così via. Ma purtroppo il mondo è dei banali e non c’è via di uscita alcuna. Mi consola questa ideale impresa dei due autori, ossia la fantomatica apertura del chringuito, che loro vedono a mo’ di avventura degna della filmografia di Stanlio e Ollio. Sicuramente i due potrebbero dare molto in un possibile trattamento cinematografico. Farebbero più ridere loro del Milanese Imbruttito, che con la sua opera prima Mollo tutto e apro un chringuito ha deluso un po’. Consiglio la lettura di questo carteggio che dice cose interessanti, di una profondità che non diventa mai boriosa retorica. Il demone della protervia non è riuscito ad impossessarsi dei loro corpi ed è un miracolo in tempi come questi.

tiziano.rp@gmail.com