Larry Fink, il re di Wall Street chiede ai ceo: pagate meglio i vostri lavoratori

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La lettera è arrivata pochi giorno dopo che BlackRock ha fatto sapere di aver superato i diecimila miliardi di dollari in gestione. Adesso il più grande gestore di denaro al mondo manovra da solo più risorse di tutti gli hedge fund, fondi di private equity e di venture capital messi insieme. È uno dei principali azionisti qualsiasi grande e media società quotate americana e di buona parte di quelle europee e italiane. Da questa posizione Larry Fink, fondatore e amministratore delegato di BlackRock, sta facendo arrivare oggi la sua lettera annuale agli amministratori delegati di tutte le aziende nelle quali investe. Sono decine di migliaia al mondo, Piazza Affari inclusa. E non è una lettera formale, ma una precisa visione del capitalismo, dei rapporti fra lavoratori e imprese e della trasformazione energetica in corso, espressa in otto densissime pagine. Il suo testo è un programma sulla globalizzazione dopo la pandemia, dominato da un concetto espresso da Fink per la prima volta: è finita la stagione in cui i dipendenti, specie se con qualifiche scarse o intermedie, potevano essere pagati il minimo indispensabile. È tempo per i top manager di ascoltare le loro esigenze, afferma l’uomo che oggi è considerato senza discussioni il re di Wall Street.

La rivoluzione del lavoro

Fink oggi scrive sapendo di non essere solo l’uomo più influente nel sistema finanziario globale, ma un consigliere di presidenti, primi ministri e una voce di peso per i consigli d’amministrazione di un gran numero di grandi aziende in decine di Paesi. Nella sua lettera afferma: «Nessun rapporto ha subito più modifiche a causa della pandemia di quello tra datori di lavoro e dipendenti. Negli Stati Uniti e nel Regno Unito il tasso di licenziamento è ai massimi storici».
Il riferimento è al fenomeno soprannominato «The Big Quit» («Il grande abbandono») perché sono soprattutto i dipendenti a scegliere di lasciare. Fink (68 anni) è il figlio di un venditore di scarpe di Van Nuys, un anonimo distretto di Los Angeles nella San Fernando Valley, si è fatto da sé, è da sempre vicino ai democratici, ma nel chiedere ai Ceo più attenzione per i lavoratori non sta facendo politica. Cerca – spiega – un equilibrio più avanzato nel capitalismo perché la pandemia «ha messo il turbo a un’evoluzione» della globalizzazione.
«Proprio negli Stati Uniti stiamo assistendo a una delle maggiori crescite salariali degli ultimi decenni – scrive – ed è positivo che i lavoratori stiano cogliendo queste nuove opportunità».

Il nuovo rapporto tra dipendenti e imprese

Secondo Fink quest’ondata di novità nel rapporto fra dipendenti e imprese durerà. «In tutto il mondo i dipendenti stanno chiedendo qualcosa di più ai loro datori di lavoro, incluse maggiore flessibilità e mansioni più significative». Non a caso, continua il capo di BlackRock, «i Ceo si trovano davanti a un paradigma radicalmente diverso. La normalità prevedeva che i dipendenti andassero in ufficio cinque giorni alla settimana. Raramente si parlava di salute mentale sul luogo di lavoro e i salari della manodopera a basso e medio reddito crescevano a malapena».
Ma ora la conclusione di Larry Fink è netta: «Quel mondo non esiste più». E per lui, che fondò BlackRock da zero nel 1988 con un pugno di colleghi, è bene che sia finito. Secondo lui, oggi, «le maggiori richieste dei lavoratori nei confronti dei loro datori di lavoro sono un tratto essenziale di un capitalismo efficace» perché «favoriscono la prosperità e creano un clima più competitivo per i talenti».
Il sostanza il patron di quello che è oggi il più grande veicolo d’investimento al mondo si è convinto che la pandemia abbia creato una cesura: l’economia di mercato vede i propri equilibri spostarsi a favore delle esigenze – retributive e di organizzazione del lavoro – della manodopera. «Le società che non si adeguano a questa nuova realtà e non danno seguito alle istanze dei loro dipendenti lo fanno a loro rischio e pericolo», scrive Fink ai Ceo delle aziende nelle quali BlackRock è azionista. «Il turnover della forza lavoro fa aumentare le spese, abbassa la produttività ed erode la cultura e la memoria aziendale».

La transizione verde (senza fanatismo)

Nella sua lettera di due anni fa, Fink per la prima volta aveva detto che il rischio climatico stava diventando un rischio anche per l’investimento. Ma stavolta entra nel dettaglio, parlando anche delle contraddizioni della rivoluzione verde. «Dobbiamo essere onesti e ammettere che, ad oggi, i prodotti ecologici spesso costano di più – scrive –. Abbattere questo sovrapprezzo sarà essenziale per riuscire a mettere in pratica una transizione ordinata e giusta». Per questo Larry Fink continua a incoraggiare gli investimenti mirati a decarbonizzare, sì, quando dice: «I prossimi mille «unicorni» (imprese che passano a valere da zero un miliardo, ndr) non saranno motori di ricerca o social media, bensì start-up che aiutano il mondo a decarbonizzarsi».

Le fonti di energia e l’equilibrio da ritrovare

Però il capo di BlackRock mette in guardia contro il radicalismo e le fughe in avanti, che per lui rischiano di essere controproducenti. Dunque per lui è troppo presto per accelerare l’uscita dal consumo di idrocarburi. «Prima di arrivare a un mondo ‘green’ dovremo attraversare svariate sfumature di marrone e di verde – scrive –. Ad esempio, per assicurare la continuità delle forniture di energia a prezzi accessibili, durante la transizione i combustibili fossili tradizionali, come il gas naturale, giocheranno un ruolo importante». Fonti di energia «affidabili e prezzi accessibili» sono per Fink «l’unico modo di avere un’economia verde equa e giusta ed evitare il conflitto sociale». Anche per questo il capo di BlackRock trova valida la scelta compiuta da Eni e altre major dell’oil & gas di non cedere alla pressione di una parte dell’opinione pubblica e non vendere i loro giacimenti nel mondo emergente e in via di sviluppo a società locali meno trasparenti e responsabili. «Il disinvestimento da interi settori o il passaggio delle attività ad alta intensità di carbonio dai mercati pubblici a quelli privati non si tradurranno nel raggiungimento dell’obiettivo delle zero emissioni nette – conclude Fink –. E BlackRock non persegue il disinvestimento dalle società petrolifere e del gas come strategia».

Federico Fubini, corriere.it