Maurizio Belpietro festeggia i 5 anni della Verità: “Oggi vi devo un grazie (e una promessa)”

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(di Maurizio Belpietro per LaVerità) Questo non è un editoriale ma una lettera di ringraziamento. La devo, a distanza di cinqueanni dal giorno in cui La Verità andò in edicola con il suo primo numero, ad un mucchio di persone. All’incirca sono più di 30.000, cresciute senza sosta da quel 20 settembre 2016 in cui la nostra testata comparve. Nessuno, tranne pochi pazzi che con coraggio mi hanno seguito, immaginava che ce l’avremmo fatta. Nessuno tra coloro che avessero conoscenza del mercato editoriale, già allora in lento ma inesorabile declino con una costante riduzione delle copie vendute, credeva infatti che fosse possibile fondare un quotidiano di carta, cioè da vendere esclusivamente in edicola, riuscendo a far quadrare i conti. Ricordo ancora le decine di imprenditori e banchieri interpellati affinché prendessero parte all’iniziativa. L’idea iniziale prevedeva di mettere insieme un azionariato diffuso, con dei patti parasociali che riconoscessero a me, come garante del progetto giornalistico indipendente, il controllo della società editoriale. Inutile dire che fallii, perché la maggior parte dei potenziali azionisti interpellati mi chiuse la porta in faccia. Non penso che lo abbiano fatto perché chiedevo di mettere i soldi senza mettere becco nella linea politica ed editoriale della nuova testata. Ma in quanto, oltre ad essere imperante il renzismo e dunque a non esserci spazio per alcuna voce critica, imprenditori e banchieri ritenevano che un nuovo quotidiano, per di più con l’intenzione di collocarsi in un’area moderata, che da sempre sconta bassi tassi di lettura, fosse destinato a morte certa. Ricordo ancora quando un possibile finanziatore mi spiegò di essere disposto ad aiutarmi ma solo se avessi rinunciato al progetto di stampare il giornale. In pratica avrei dovuto creare un sito internet, accettando di distribuire le notizie via Web. Provai a spiegare che la maggior parte delle testate online non si reggevano in piedi e dopo un po’ chiudevano, ma fu come rimbalzare contro un muro di gomma. Risultato, la notte del 19 settembre di cinque anni fa stampammo la nostra prima copia che era anche il nostro numero zero, perché tempo per fare le prove non ne avevamo avuto. Io ero il primo azionista di un quotidiano che nasceva senza soldi e senza mezzi e infatti spiegai ai matti che ebbero il coraggio di seguirmi che, se fosse andata male, entro Natale avremmo chiuso, perché le poche centinaia di migliaia di euro raccolte non sarebbero bastate per coprire le perdite. In redazione i matti erano otto. Faccio i loro nomi perché, insieme ai circa 30.000 lettori che ogni giorno ci seguono, devo ringraziare anche loro: non ci fossero stati, La Verità non sarebbe nata. Il più folle della compagnia è un tipo serissimo che non ha neppure l’attenuante della giovane età: Massimo de Manzoni è infatti mio coetaneo e fino all’agosto di cinque anni fa era un ben retribuito vicedirettore di Libero, che tuttavia non esitò a mollare il posto sicuro per quello ballerino di condirettore della Verità, accettando per di più una riduzione dello stipendio. A seguire, del gruppo di squilibrati facevano parte gli attuali vicedirettori, Giacomo Amadori, Claudio Antonelli e Francesco Borgonovo: i primi due tenevano famiglia e il terzo diverse collaborazioni, ma nessuno fu frenato dall’imbarcarsi nell’avventura. Tutti e tre lasciarono il posto fisso, salutati da alcuni colleghi con un’affettuosa premonizione: entro Natale sarete sotto i ponti. La folle pattuglia includeva anche Edoardo Cavadini e Fabio Corti, due ragazzi, anche loro già con contratto a tempo indeterminato, cui rinunciarono per quello determinato che gli proposi alla Verità, ed Emanuela Meucci, giovanissima e fresca di corso di giornalismo. Ad aiutarci c’era e c’è Alessandra Giussani, la nostra assistente, la quale scelse di rinunciare al viaggio negli Stati Uniti già pagato, per rispondere ai lettori e preoccuparsi di risolvere le grane che via via si presentarono. Tutti quanti stavamo in un appartamento poco più grande di 100 metri quadri, con bagno e cucina. Quest’ultima era l’ufficio di de Manzoni, mentre io occupavo la camera da letto: il salotto era lasciato al resto della banda, mentre la seconda camera degli ospiti era il porto di mare dei tanti amici che avevano scelto di aiutarci. Alessandro Rocchi, un collega in pensione dopo anni trascorsi al Giornale, ormeggiata la barca, ricordo che mi disse: «Ti regalo quattro mesi della mia vita». Altri, come Giancarlo Perna, mi scrissero: «Se tu ci sei, ci sono anche io». Sì, furono tanti gli amici che scelsero di seguirci e sostenerci. Fra loro Giampaolo Pansa, Mario Giordano, Stefano Lorenzetto, Luca Telese, Carlo Cambi, Cesare Lanza, Antonello Piroso, Giorgio Gandola, Mario Celi, Carlo Piano, cui in breve si unirono Martino Cervo, Debora Ripamonti, Carlo Melato, Marianna Baroli, Alessandro Da Rold, Alessandro Rico, Adriano Scianca, Salvatore Drago. Sono certo di dimenticarne molti e me ne scuso, ma se ho messo in pagina un elenco è per spiegare che il successo della Verità non è dovuto a una sola persona ma ai pochi che hanno creduto e credono che un giornale indipendente dal potere politico ed economico sia ancora possibile. I risultati sono sotto gli occhi di chiunque la mattina si rechi all’edicola. Non avendo padroni, ma solo lettori, serviamo chi ci compra, come dovrebbe di regola fare un giornale. Purtroppo da noi i quotidiani servono a difendere, o a rappresentare, interessi che nulla hanno a che fare con l’informazione. Dunque, la stampa tende a genuflettersi al potere, nascondendo alcune notizie ed enfatizzandone altre. Basta leggere ciò che viene scritto in questi giorni per rendersene conto: il giornale unico nazionale parla solo di quanto sia intelligente e utile il green pass, di come sia ignorante e dannoso chiunque si ponga domande sulla campagna vaccinale e sulle prescrizioni ai bambini. Con il conforto dell’Ordine dei giornalisti, che si preoccupa solo di ammonire i colleghi che non hanno la Pec, cioè la posta certificata, i giornali diffondono a rotative unificate. Così, cinque anni dopo il 20 settembre del 2016, si dimostra che fondare un quotidiano non era né folle né azzardato: era solo necessario, per evitare che una cappa di conformismo impedisse di riportare le notizie ritenute scomode. Dunque, con grande ritardo, ringrazio tutti i lettori che ci seguono e tutti i colleghi e collaboratori della Verità, compresi i pochissimi imprenditori che hanno scelto di investire qualche soldo con la quasi consapevolezza di poterlo perdere in nome del diritto a una libera informazione. Due ultime considerazione sono però necessarie. La prima riguarda gli sviluppi che la nascita della Verità ha avuto. Dal 2018 siano gli editori di Panorama, glorioso settimanale che, dopo aver rischiato di chiudere, è tornato a fare il proprio mestiere, ovvero fare inchieste libere. E insieme al periodico che ha fatto la storia del giornalismo sono arrivate altre testate, al punto che oggi La Verità è un piccolo gruppo editoriale. La seconda considerazione la voglio mettere in chiaro perché ogni tanto qualcuno prova a gettare fango su di noi: il nostro quotidiano non percepisce un euro di denaro pubblico. Mi spiego meglio: a decidere delle nostre sorti sono soltanto i lettori, perché è solo per merito di chi ogni giorno ci compra se possiamo permetterci il lusso di andare in edicola. A loro, a quelle 30.000 persone e a tutti coloro che hanno creduto nella possibilità di far vivere un giornale indipendente e libero, va la mia lettera di ringraziamento. Con una promessa: non ci fermeremo qui. Abbiamo altre idee e le vogliamo far crescere. A presto, dunque.