Banda ultralarga, Colao: “Il 60% delle famiglie senza rete veloce, basta ritardi”. Giorgetti annuncia sostegno alla rete unica (se pubblica)

Share

Strada in salita per Telecom Italia che punta a mantenere il controllo della nuova rete nazionale realizzando le nozze tra la sua FiberCop e Openfiber. Il convitato di pietra è il nuovo governo che ha tutta l’intenzione di accelerare sul fronte della digitalizzazione. Il ministro per l’innovazione e la transizione digitale intende rendere più difficile la vita agli operatori prospettando controlli “più stringenti nella verifica degli impegni presi” sui piani degli investimento

Si complica lo scenario per Telecom Italia che punta a mantenere il controllo della nuova rete nazionale di telecomunicazioni a banda ultralarga. Migliora invece la prospettiva di una connessione veloce diffusa in ogni angolo del Paese. Da un lato, infatti, il ministro dello sviluppo economico, Giancarlo Giorgetti, annuncia che il governo potrebbe anche sostenere il progetto di una nuova rete unica. Ma solo a patto che la nuova società, che dovrebbe nascere dalle nozze fra la FiberCop di Telecom e Open Fiber, sia sotto il controllo pubblico. E non nelle mani di un gruppo straniero come Vivendi, maggiore azionista di Telecom. Dall’altro, il ministro per l’innovazione e la transizione digitale, Vittorio Colao, rende più difficile la vita agli operatori prospettando controlli “più stringenti nella verifica degli impegni presi” sui piani degli investimento. Niente più promesse generiche, ma “un impegno preciso con il governo” per evitare di far slittare sine die gli investimenti pubblici.

Come se non bastasse, il numero uno dell’Enel, Francesco Starace, ha fatto sapere che “il 40 o il 50%” della controllata Open Fiber passerà di mano “al massimo entro fine anno”. Con il fondo Macquarie che è in prima linea per accaparrarsi la partecipazione. Sempre che, entro giugno, Cdp non eserciti in toto o in parte il diritto di prelazione. Difficile immaginare che, in questo contesto, dopo aver mancato l’obiettivo del closing sulla rete unica a marzo, il gruppo guidato da Luigi Gubitosi possa riuscire a realizzare entro giugno le nozze fra la sua FiberCop e Open Fiber, mantenendo il controllo della nuova società della rete. Salvo che Vivendi non esca dal capitale dell’ex monopolista. Opzione quest’ultima che difficilmente si realizzerà prima di una soluzione della controversia fra il gruppo francese che fa capo a Vincent Bolloré e Mediaset di cui Vivendi è il secondo socio di peso dopo la famiglia Berlusconi.

Al momento, nella partita, il convitato di pietra è il governo di Mario Draghi che ha tutta l’intenzione di accelerare sul fronte della digitalizzazione del Paese per sfruttare al meglio l’occasione dei fondi comunitari in arrivo. Come ha spiegato il ministro Colao giovedì 18 marzo in audizione alla commissione trasporti, il ritardo digitale del Paese “non è più accettabile”. “Oggi la copertura in fibra raggiunge poco meno del 34% delle famiglie italiane. Il problema non riguarda solo l’infrastrutturazione ma anche il tasso di accesso ai servizi dati di accesso ad internet – ha spiegato il ministro -. Nel 2020 risultano esserci 10 milioni di famiglie, il 39% del attuale che non hanno attivato offerte di accesso ad internet su rete fissa, ed oltre 5,5 milioni di famiglie, un altro 21% del totale, che usufruiscono di accesso ad internet ma con velocità inferiore ai 30 megabit al secondo. Quindi in totale ci sono circa 16 milioni di famiglie, il 60% del totale, che o non usufruiscono di servizi di connessione internet su rete fissa o non hanno una connessione a banda ultralarga”.

Colao ha spiegato poi di non voler entrare nella polemica sui ritardi del piano Bul, ma che “attraverso il nuovo comitato ministeriale, che assume anche le competenze del vecchio Cobul, cercheremo di esercitare un controllo forte e stringente sull’effettiva realizzazione delle cablature, del rispetto degli impegni promessi”. Sin dalla prima riunione. Inoltre l’esecutivo intende accelerare “la mappatura dell’esistente in trasparenza. Anche sul 5G questo non è stato fatto”. Come in più occasioni evidenziato in passato si tratta di un fattore sostanziale perché, come ha chiarito il ministro, “lo Stato può intervenire una volta che sappiamo quali sono le aree che o non verranno coperte o verranno coperte dopo”. Inoltre “dobbiamo semplificare le procedure per gli scavi e per il rilascio dei permessi. Semplificare vuol dire fondamentalmente arrivare veramente a 60 giorni. Forse per i comuni piccoli si può fare 90 ma non 210” ha precisato.

Tutto questo per usare i fondi comunitari investendo “senza spreco di risorse pubbliche”. E’ previsto che “almeno il 20% dei fondi Next generation Ue siano destinati alla trasformazione digitale. Nel nostro caso, questa cifra dovrebbe quindi essere di poco superiore ai 40 miliardi”. Tuttavia, secondo quanto riferisce Colao, considerando il piano di avanzamento del piano di resilienza cui il governo sta lavorando, la cifra sarà “considerevolmente superiore” per una trasformazione digitale del paese che toccherà la scuola, la sanità e la formazione dei lavoratori sia pubblici che privati. Con un obiettivo ambizioso: raggiungere la piena digitalizzazione entro il 2026, con quattro anni di anticipo rispetto al target 2030 fissato da Bruxelles. E contemporaneamente restituire all’Italia un ruolo di primo piano nelle nuove tecnologie. Incluso il cloud, la nuvola di stoccaggio dei dati, su cui, secondo Colao, il Paese “deve inserirsi a pieno titolo nel progetto del cloud europeo Gaia-X”.

Sulla rete unica, “mi preme sottolineare in questa sede l’esigenza che si arrivi nel più breve tempo possibile ad una soluzione che garantisca una rapida ripresa di cablatura e/o di copertura radio delle zone interessate – ha concluso il ministro -. Non possiamo permetterci di stare in una situazione di attesa che rischia di condizionare i piani e quindi anche i tempi di copertura delle reti a banda ultralarga finanziate con le risorse del piano di resilienza”. Del resto, in audizione alla Camera, mercoledì 17 marzo, il ministro dello Sviluppo economico, Giorgetti, aveva chiarito che bisogna “fare in fretta” sulla rete unica evitando di “ricreare un monopolio privato sull’infrastruttura, tanto meno a controllo straniero. La rete unica ha un senso solo se ha un controllo pubblico”. Sul tema “il governo sta facendo una riflessione – aveva poi aggiunto – se la rete unica offre parità di condizioni per tutti è una cosa buona”. La riflessione governativa passa naturalmente anche per il ruolo di Cassa Depositi e Prestiti che è socio sia di Telecom che della rivale Open Fiber. “Una situazione abbastanza anomala essendo azionista di due soggetti in competizione. Anche questo tema qui in qualche modo deve essere risolto, una decisione e un indirizzo devono essere presi”, aveva poi concluso lasciando intendere che non ci vorrà molto ad avere un indirizzo chiaro dell’esecutivo sul tema della nuova rete nazionale di telecomunicazioni.




ilfattoquotidiano