Covid, secondo uno studio il vaccino non protegge dalle varianti

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Le tre varianti di SARS-CoV-2 individuate in Sud Africa, Regno Unito e Brasile potrebbero essere meno suscettibili agli anticorpi prodotti dall’organismo, sia per i vaccinati sia per i guariti. L’ipotesi emerge da uno studio pubblicato sulla rivista Nature Medicine e condotto dagli scienziati della Washington University School of Medicine di St. Louis, che hanno analizzato gli anticorpi specifici per Covid-19 e la potenziale risposta dei vaccini in base ai nuovi ceppi. “Queste mutazioni potrebbero eludere gli anticorpi che agiscono contro la forma originale del virus che ha scatenato la pandemia – afferma Michael S. Diamond, della Washington University – indipendentemente dal fatto che gli anticorpi siano stati prodotti in risposta alla somministrazione del vaccino o a un’infezione precedente”.Il team ha esaminato B.1.1.7, B.1.135 e B.1.1.248 (o P.1), meglio note rispettivamente come variante inglese, sudafricana e brasiliana. Scopo dell’indagine quello di comprendere l’impatto delle mutazioni sull’organismo in cui sono presenti anticorpi e stimare il rischio di reinfezione. Il gruppo di ricerca ha pertanto testato la capacità degli anticorpi di neutralizzare le tre varianti di virus in laboratorio.
“Il nostro lavoro suggerisce che farmaci e vaccini sviluppati finora contro Covid-19 potrebbero diventare meno efficaci man mano che le nuove varianti diventano dominanti – sostiene l’esperto – il che rappresenta un rischio concreto visto che queste varianti sembrano avere una maggiore trasmissibilità”. Lo scienziato spiega che esiste un’ampia variazione nella quantità di anticorpi che una persona produce in risposta alla vaccinazione o all’infezione, per cui qualcuno potrebbe essere comunque protetto contro le nuove varianti.
“I pazienti anziani o i soggetti vulnerabili e immunodepressi – aggiunge Diamond – potrebbero non riuscire a produrre livelli sufficientemente elevati per proteggere l’organismo in caso di reinfezione con le varianti”.
“I virus mutano, è la loro natura – osserva il ricercatore – ma per circa un anno i ceppi di SARS-CoV-2 emersi nelle varie aree del mondo non hanno suscitato preoccupazione perché non sembravano alterare le capacità di trasmissione. Le varianti di Regno Unito, Brasile e Sud Africa, invece, sembrano legarsi in modo più semplice ed efficiente alle cellule dell’ospite, per cui ciò si traduce in un numero più elevato di contagi”.Il team ha testato le varianti contro gli anticorpi nel sangue di pazienti guariti dall’infezione da SARS-CoV-2 o che avevano ricevuto l’immunizzazione dal prodotto Pfizer. Allo stesso tempo sono stati esaminati gli anticorpi nel sangue di topi, criceti e scimmie vaccinati con del materiale immunizzante sperimentale sviluppato presso la Washington University School of Medicine.
“La variante B.1.1.7 associata al Regno Unito – riporta Rita E. Chen, studentessa laureata nel laboratorio di Diamond e coautrice dell’articolo – potrebbe essere neutralizzata con livelli di anticorpi simili a quelli necessari per neutralizzare il virus originale, ma le altre due sembravano necessitare di una quantità di anticorpi da 3,5 a 10 volte superiore rispetto al ceppo originale”.
Valutando la capacità di protezione degli anticorpi monoclonali, gli studiosi hanno ottenuto risultati variabili da completamente inefficaci ad ampiamente efficaci. “Non conosciamo ancora le conseguenze di queste nuove varianti – conclude Diamond – gli anticorpi non rappresentano l’unica misura di protezione. Possiamo solo continuare a monitorare la situazione e la diffusione delle varianti, assicurandoci che il sistema immunitario continui a reagire. Potremmo dover effettuare delle modifiche in itinere ai vaccini e ai trattamenti contro Covid-19”.